Dana Sachs.
...
.
...
Se tu vivessi qui.
Parte 2.
...
.
...
Titolo originale: If You Lived Here. 2007.
Traduzione di: Valentina Riolo.
2008. Marcos y Marcos Editore, MILANO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Se tu vivessi qui.
...
.
...
CAPITOLO 11.
...
.
...
Shelley.
...
.
...
Quando torniamo di sotto, la piccola hall  gremita
di americani e Hong Ngoc si agita in
mezzo a loro come una cheerleader prima della
partita. Mai e io non ci siamo trattenute pi di mezz'ora
in camera, ma ci guardano come se li avessimo
bloccati l per settimane.
Salve a tutti. Scusate esordisco. Sono Shelley. Lei
 la mia amica Mai.
Si presentano in fretta, distrattamente, mentre raccolgono
borse, bottiglie d'acqua, macchine fotografiche
e cappellini. In blocco, si fanno strada tra noi due
verso l'uscita. Sento i nomi ma non ho il tempo di associarli
alle facce. Eleanor Survey. Posie Elder. J. Nathan
Survey. Hai Chambers. Marilou Chambers. John Elder.
Una donna - Mrs Chambers, credo - ha un elefantino
di peluche blu sotto il braccio e, con l'altra mano, regge
un sacco pieno di quelli che sembrano vestiti per bambini.
Devo tornare in camera a prendere qualcosa per
Hai Au? chiedo a Mai. Adoro come ogni mia frase alluda
al fatto che presto avr il mio bambino.
Se vuoi che ti uccidano mi dice, spingendomi
verso la porta. Dal vetro vedo alcuni americani sistemarsi
sul nostro pulmino e su un altro dietro, con il
motore acceso. Il nostro autista, Lap, cammina avanti
e indietro per il marciapiede, lanciando occhiate alla
porta. Usciamo nel caldo e saliamo sul pulmino. Sul sedile
dietro il nostro c' una coppia: sono pallidi e terrei,
dall'aspetto sportivo. Siete i Survey? domando.
Scuotono la testa. Gli Elder. Posie e John. Tuta Adidas
e maglietta abbinata. Blu scuro per lui, porpora per
lei. Ogni movimento, un fruscio.
Siete arrivati ieri sera?
Lui fa un cenno di assenso. Lei dice Siamo ancora
esausti. Abbiamo dormito finch non  suonata la
sveglia, giusto il tempo di fare colazione in fretta e
prendere un taxi fino al vostro albergo.
A quell'informazione Mai drizza le antenne. Dove
alloggiate? chiede.
All'Hanoi Horison. Molto grazioso. Pi bello
dell'Hilton dove abbiamo dormito a San Francisco.
L'ambasciatore americano si  sposato l.
Mai mi lancia uno sguardo eloquente ma non le do
retta. Ho gi abbastanza cose per la testa per pensare
anche all'albergo. Guardo la folla dal finestrino, le vetrine,
le file di lavanderie, una vecchia che vende banane.
Non ti basta, vorrei chiederle, essere a casa?
Che io stia per incontrare mio figlio?
Devo darmi una calmata. Ai funzionari vietnamiti
non importer che io abbia superato i test a distanza
e che le autorit americane mi abbiano dichiarato
idonea al cento per cento ad avere un figlio. Avr perso
la testa attraversando il Pacifico, concluderanno. Be',
potete farmene una colpa? Non  esattamente la cosa
pi naturale e rilassante del mondo per una donna
americana, tornata da poco single, arrivare in Vietnam
per conoscere suo figlio. Non dico di non considerare
Hai Au mio figlio, o di non volergli bene. Gliene
voglio tanto da lasciare Martin per lui. Ma - non sono
stupida - so che  un amore immaginario. Conosco le
sue generalit: peso, altezza (a un certo momento della
sua vita, quantomeno), la sua data di nascita (presunta),
il suo nome (questo almeno sembra certo).
Ma, in tutta onest, sono innamorata pi che altro dell'idea
che mi sono fatta di lui. In sostanza parliamo di
un incontro tra perfetti sconosciuti.
Dietro di me, gli Elder siedono in silenzio, alle prese,
immagino, con il loro piccolo panico preadozione.
Hong Ngoc si sporge dal sedile davanti e prova a fare
conversazione con Mai in vietnamita.
Hong Ngoc: frasi interminabili con voce concitata e
leziosa. Inarrestabile. In crescendo. Risatine.
Mai: monosillabi. Nessuna inflessione. Sguardo fisso
fuori dal finestrino.
Hong Ngoc: in un sussurro, come un segreto, tipo:
noi due siamo grandi amiche. Pausa. Attesa.
Mai: una parola.
Hong Ngoc: urletto. Questo, questo e quell'altro.
Mai non risponde.
Hong Ngoc: pi forte! Pi veloce! Avanti, senza fermarsi.
Lap la interrompe alzando il volume della radio: segno
di protesta. Essenziale, dritto allo scopo, efficace.
Hong Ngoc si zittisce.
Dopo quindici minuti circa, abbandoniamo la congestione
del centro e ci spostiamo verso una periferia
meno densa: aree residenziali costellate di giardinetti
e stagni che si affacciano qua e l tra grappoli di edifici.
Non  il Vietnam in cui puoi vedere una ragazzina
correre nuda per strada.  metropolitano e chiassoso,
bada agli affari suoi. Motociclisti annoiati sostano impazienti
nel traffico e vecchie signore stanno sedute
sull'uscio, esplorandosi la bocca con uno stuzzicadenti.
Cambia lo scenario, ma le espressioni della
gente non sono tanto diverse da quelle che ho visto
dentro una Taurus in College Road, o sul volto di una
ragazza all'assistenza clienti da Target. Vorrei che Martin
fosse qui. Vorrei tenerlo per mano. Questa  la nostra
grande avventura.
E poi arriviamo.
Sapevo che l'orfanotrofio faceva parte di un complesso
ospedaliero e, chiss perch, a dispetto di ogni
logica, mi ero immaginata una costruzione in stile
occidentale su un grande prato verde, e l'orfanotrofio
come una casetta in un angolo assolato, con staccionate
di legno e fiori dappertutto. In realt, l'ospedale
consiste di cinque o sei edifici di un solo piano. Appena
il pulmino oltrepassa i cancelli, mi rendo conto che potrei
spostarmi da una parte all'altra in meno di tre minuti.
L'orfanotrofio  una struttura a l compatta e
funzionale, con cinque porte affacciate su un vialetto
porticato.
Appena parcheggiamo, da una delle porte esce una
donna, avanza a grandi passi sul vialetto e, riparandosi
gli occhi con la mano, si ferma a guardarci scendere.
Quella  mia madre dichiara Hong Ngoc. Mrs
Huyen  robusta, sulla cinquantina, forse, indossa
pantaloni azzurri e blusa in tinta. A differenza di sua
figlia, dall'aspetto perfettamente vietnamita, lei ha i capelli
ramati e il corpo tondeggiante e formoso di una
matrona di mezza et dell'Europa occidentale. Porta al
collo un filo di perle blu e un paio di occhiali appesi
con la catenella d'oro. Ha il sorriso distratto ed effimero
che sfodera la gente quando posa per una foto.
Shelley! E lei dev'essere Mai. Siete le uniche che
non ho ancora incontrato. Il suo accento  meno europeo
che vietnamita, acuto e leggermente nasale, la
pronuncia chiara, la sintassi perfetta. I suoi modi,
bench vivaci e gentili, tradiscono una certa impazienza,
come se ci tenesse a informarci che abbiamo
rallentato il programma. Con un gesto, ci guida tutti
lungo un vialetto lastricato che s'inoltra in un giardino
malmesso fino a una stanza in fondo all'edificio. Dalla
parte opposta, intravedo un semplice steccato di legno
che chiude una porzione di portico. Tre o quattro
donne, tutte in pantaloni e giacca bianchi, piegano
pannolini sedute sulle stuoie. Un paio di bambini gattonano
accanto a loro.
Prendiamo posto intorno a un grande tavolo da riunione.
La stanza  gialla, chiazzata di muffa, le ci vorrebbe
una tinteggiata. Arriva una ragazza che appoggia
un vassoio sul tavolo e versa il t. Mai e io siamo di fronte
alle finestre lungo la parete posteriore: danno su un
palmeto e, pi oltre, su una risaia dove due ragazzi stanno
tentando di convincere un bufalo ad avanzare lungo
un sentiero. Il campo  arruffato da un leggero venticello,
ma nella stanza l'aria  immobile. La ragazza accende
la TV nell'angolo. Uno degli americani mormora
I Mondiali. Un altro regola l'orologio. John Elder,
sulla sua sedia, si piega in avanti, la mano della moglie
sulla schiena. Una donna con la coda di cavallo alta e
sbarazzina - Eleanor Survey, credo - spinge da parte il
suo t, pesca nella borsa e ne estrae un rossetto.
Sulla porta, Mrs Huyen chiacchiera fitto fitto con
una donna con gli occhiali e il camice. Sembrano due
comari che spettegolano in veranda. Tra di noi serpeggia
l'impazienza. Finalmente le due donne interrompono
la loro conversazione e, senza smettere di sorridere
e senza fretta, fanno il loro ingresso nella stanza.
Signore e signori attacca Mrs Huyen vorrei presentarvi
la dottoressa L Bich Thuy, che non solo  la
direttrice di questo centro di accoglienza, ma anche la
persona che l'ha fondato pi di vent'anni fa. Oggi incontrerete
i vostri bimbi sani, ed  tutto merito della dedizione
e determinazione della dottoressa Thuy e dei
suoi collaboratori.
Mrs Huyen fa una pausa, ci osserva. Cogliamo il suggerimento
e scatta l'applauso. La dottoressa sorride
modesta e alza una mano in segno di ringraziamento.
Per la mezz'ora che segue, Mrs Huyen traduce il discorso
di benvenuto della dottoressa Thuy, che non si
limita a ripercorrere la storia della fondazione dell'orfanotrofio,
ma si prodiga anche in ringraziamenti per
tutti, dal Partito comunista del Vietnam al Comitato
del popolo di Hanoi al funzionario della provincia di
Ha Dong che, ventun anni fa, per primo acconsent a
destinare all'orfanotrofio questo angolo del terreno
dell'ospedale. Nelle ultime due decadi, ci racconta,
l'orfanotrofio ha ospitato pi di seicento bambini, la
maggior parte dei quali sono stati adottati da famiglie
vietnamite, e altri da famiglie straniere come noi.
Seguo il discorso a singhiozzo. Mi sembra ridicolo,
ora che sono a pochi passi dal mio bambino, non corrergli
subito incontro. Credo mi trattengano contemporaneamente
la forza di volont e il sospetto che, se
anche mi lasciassero fare, rimarrei paralizzata. Oltre gli
alberi fuori dalla finestra, i due ragazzini svoltano al
margine della risaia e trascinano il bufalo nella nostra
direzione. Il pi piccolo lo tira per la corda legata intorno
al collo; il pi alto tiene l'altro capo della corda
e percuote l'animale sul sedere. Con questo caldo
avranno la pelle madida di sudore, il respiro affannoso.
Se sua madre non l'avesse abbandonato, forse nella vita
di mio figlio bufali e risaie sarebbero stati la normalit,
come cocker e piscine per un bambino di Wilmington.
Da qualche parte l fuori, forse proprio dietro quei
campi, quella madre esiste. Pi avanti penso che la
chiamer con altri nomi - madre biologica, madre
naturale - ma non ho ancora conosciuto il mio bambino,
dunque per ora sua madre  lei, pi di quanto lo
sia io. Cosa fa in questo momento? La immagino in
una casa minuscola a cucinare per una famiglia di
dieci persone. Magari  una quindicenne di campagna
che fa quello che deve per poter continuare a studiare.
O forse  sdraiata sotto qualche straniero che le
dar uno o due dollari in cambio di sesso. Ecco cosa sto
facendo: sto offrendo una casa a un bambino che ne
ha bisogno, e sono grata che la sua decisione mi abbia
condotto da mio figlio. Ma sto facendo anche un'altra
cosa: costruisco la mia famiglia su un dolore altrui.
Come si  sentita quella donna quando lo ha abbandonato?
Me lo domander sempre. Povero Hai Au. Se
lo domander sempre.
 quasi l'una quando la dottoressa Thuy finalmente
spiega la procedura per incontrare i nostri figli. Per evitare
di disturbare i bambini e il personale, i genitori entreranno
nel dormitorio una coppia per volta. Man
mano che ciascuna avr incontrato suo figlio, la nuova
famiglia si sposter in giardino o in veranda, lasciando
spazio all'incontro successivo. Le famiglie potranno restare
fino alle quattro per permettere al bambino di
adattarsi, e poi potranno portarlo ad Hanoi.
Che cosa?
Alzo la mano. Porteremo i bambini ad Hanoi?
Gli altri americani si voltano a guardarmi.
Non mi era stato detto.
Mrs Huyen si gonfia d'orgoglio. Oh, certo, cara.
Sono in ottimi rapporti con i miei orfanotrofi, si fidano.
La sua agenzia avrebbe dovuto spiegarglielo. O
preferisce attendere fin dopo la cerimonia di accoglienza
di domani?
Io e Mai ci scambiamo un'occhiata. Agito energicamente
la mano. Oh, no.  perfetto. Sono pronta.
Gli Elder sono i primi a essere chiamati dalla dottoressa
Thuy. Si alzano in fretta e la seguono con Mrs
Huyen. Leggiadri e aggraziati, sembrano ballerini che
volteggiano su un palcoscenico. Non riesco a muovermi.
Non riesco a camminare. Forse non riuscir
nemmeno a tenere un bambino in braccio, mai.
Dieci minuti dopo, Mrs Huyen compare sulla porta
e mi fa segno di andare.
Mai si alza e mi porge la mano. Su mi dice sorridendo.
Seguiamo Mrs Huyen fuori, lungo il portico. Gli
Elder sono seduti su una panchina sotto un albero in
giardino. Lei ha un bambino sulle ginocchia, lo tiene
rivolto verso di s. Gli parla dolcemente, accarezzandogli
i capelli con le dita. Suo marito si asciuga gli
occhi.
La dottoressa Thuy ci aspetta davanti al cancello di
legno che separa il portico principale dalla zona coperta
di stuoie riservata ai bambini. Le stuoie adesso
sono vuote, a parte un paio di membri dello staff, a
piedi nudi, che osservano gli stranieri, in disparte.
Prima di farci entrare, la dottoressa Thuy ci fa segno di
toglierci i sandali e lasciarli all'ingresso.
Scalza, varco il cancello. Mai  dietro di me. Camminiamo
fino alla seconda di tre stanze e indugiamo
sulla porta. Il dormitorio  stretto, con due lettini, in
fila, accostati a ciascuna parete e un altro in fondo, di
fronte alla finestra. Lo spazio al centro, coperto di
stuoie, non  pi ampio di un letto a due piazze. Una
vecchia ventola di metallo appesa al soffitto gira lenta,
cigolando.
In ogni lettino ci sono due bimbetti, alcuni svegli, altri
in dormiveglia, un paio guardano la porta. Uno  in
piedi, abbarbicato alle sbarre del lettino, proprio come
Hai Au nella foto. Ma non  Hai Au.
La dottoressa Thuy procede verso il secondo lettino
a destra. Con oi, con oi gorgheggia, sporgendosi sulla
culla e guardando qualcuno l dentro. Poi, senza alzare
lo sguardo, mi fa segno di avvicinarmi.
Ho le gambe pesanti, inceppate come un cardine arrugginito.
Mi sono preparata a lungo per questo momento,
ma non avrei mai immaginato che gli ultimi
passi sarebbero stati i pi difficili. Vedendomi l impalata,
la dottoressa Thuy viene a prendermi per il
braccio per accompagnarmi al lettino. Due bambini
stanno fianco a fianco su un sottile materassino grigio.
Uno dorme, in posizione fetale, la faccia rivolta al
muro. L'altro  sdraiato sul dorso, con le mani sulle
guance, guarda su. Ha gli occhi grandi, impassibili, gli
stessi occhi che ho imparato a riconoscere dalla foto,
solo che adesso sono quelli di un bimbo un po' pi
grande, meglio definiti. Bello? Non saprei. Perfetto? S.
Mi ero preparata a urla, terrore. Il mio potrebbe essere
il primo volto caucasico che vede. Invece non
grida. Non sembra spaventato. Nemmeno sorride,
per. A lungo, i suoi occhi percorrono lenti il mio
viso, come se scorresse la pagina di un libro. Non voglio
muovermi, spaventarlo. E cos rimaniamo in questa
posa, lui che fissa in alto e io in basso, finch la dottoressa
Thuy non lo solleva e me lo mette in braccio.
Lo prendo con cura, una mano su ogni fianco, tenendolo
un po' scostato dal mio corpo. Sembra solido.
Qualcosa nella sua espressione mi trattiene dall'attirarlo
pi vicino. Solleva una mano e tocca il mio viso.
Non sono trascorsi due minuti da quando abbiamo lasciato
l'orfanotrofio che il nuovo figlio degli Elder - un
bimbo di diciotto mesi, vigoroso e dalla pelle scura, che
chiamano Granger - ha gi sporcato il pannolino. Il
pulmino, pi fresco di venti gradi rispetto alla temperatura
esterna, comincia a odorare come un wc chimico.
Ma al piccolo e ai suoi genitori sembra non importare
granch. Granger ha un mazzo di chiavi
colorate Playskool nuovo di zecca e se ne sta rannicchiato
nel grembo di Posie, studiandola e balbettando
amabilmente.
Almeno, io immagino che stia balbettando. In realt
non sento niente al di fuori delle grida di Hai Au. Sono
livide di rabbia, feroci, e il suo corpo si inarca come a
voler schizzare via da me. Avevamo passato tre ore di
pacifica convivenza, seduti all'ombra in giardino, un
po' da soli, un po' con la persona che si  occupata di
lui, una ragazza robusta e dolce di nome Minh. Abbiamo
giocato a bau sette, alla bella lavanderina, a giro
giro tondo, e a un gioco che mi ha insegnato Minh, in
cui io percorro con le dita la pancia di Hai Au. Ha sorriso
per tutto il tempo, ha riso. Ogni sua risata bella e
preziosa come un'opera d'arte. Poi si sono fatte le
quattro, l'ora di andare, e Minh  scoppiata in lacrime.
Penso che abbia cercato di nasconderlo, ma
Hai Au se n' accorto e si  messo a piangere anche lui.
Le ha gettato le braccia al collo e lei lo ha respinto dolcemente.
In preda al panico, le ha tirato i capelli,
grosse manciate di capelli, scuotendole la testa da un
lato e dall'altro in cerca di appigli. Lei ha iniziato a ridere
e la cosa sembrava averlo calmato, come se avesse
deciso che il tentativo di scaricarlo a questa sconosciuta
fosse solo uno scherzo. Si  abbandonato a una risata
sonora e tesa, sospeso tra la paura e l'ansia. Ma le mie
braccia lo stavano ancora circondando e lui lo sapeva.
Minh gli ha sussurrato qualcosa in vietnamita, facendosi
di nuovo seria e incoraggiandolo con delicatezza,
e il suo pianto di sconforto  riesploso.
Mrs Huyen si  affrettata a raggiungerci. Coraggio,
coraggio diceva, con la sua voce squillante e puntigliosa.
Questa  la parte pi difficile. Dobbiamo fare
in fretta per non dar loro il tempo di piangere.
Troppo tardi. Hai Au, Minh e io non abbiamo niente
da spartire, se non le lacrime. Perch nessuno mi ha
spiegato che per avere mio figlio avrei dovuto spezzargli
il cuore?
Rompendo gli indugi, Mrs Huyen ha strappato Hai
Au dalle braccia di Minh e dalla mia stretta, e si  allontanata
a grandi passi. Shelley, Mai, andiamo!
Mai  apparsa dalla porta della sala riunioni, dove si
era sdraiata su un divanetto di legno a riposare un po'.
Ha fatto un passo, ha guardato me, poi Minh, quindi
Hai Au, con la testolina affacciata dalla spalla di Mrs
Huyen, sballottato verso il pulmino. Ed  stato quello
il momento in cui ai miei occhi  diventato reale, un
individuo, non pi un bambino assegnatomi a caso su
un modulo. Una persona in carne e ossa con un nome
vero - Hai Au - che effettivamente gli si addice. Ci avrei
messo di meno per sentirmi cos se fosse emerso dal
mio grembo?
Ma lo sguardo sul suo viso - al tempo stesso furioso
e terrorizzato - mi fa sentire una criminale. Non ce
la faccio ho detto. Gli occhi della ragazza erano posati
su Hai Au, e non sembrava farcela nemmeno lei.
Istintivamente le ho preso la mano e l'ho tenuta tra le
mie. Ho guardato Mai.  sbagliato? Ti prego, chiediglielo.
Sbaglio a portarlo via?
Confabulano qualche secondo. Minh mi afferra la
mano, massaggiandola tra le dita mentre parla. Mai mi
guarda. Dice che va tutto bene. Gli darai la sua vera
casa. Tra pochi giorni sar felice.
Ho letto da qualche parte che i bambini percepiscono
l'abbandono. Cambia l'odore. Cambiano i toni
di voce. In qualche misura, anche i neonati lo avvertono.
E cos Hai Au, che gi ha vissuto una volta quest'esperienza,
adesso, con la perdita di Minh, deve affrontarla
di nuovo. Mi sento crudele, a torturarlo in
questo modo, visto quanto  attaccato a lei. Ho pensato
di chiederle: vuoi prenderlo tu al posto mio? Ma lei mi
ha dato il suo consenso. Ha donato a me, la ladra, la
sua ricchezza.
Adesso, nel pulmino, tra un urlo e l'altro, Hai Au solleva
la testa e vomita. Gli adulti strillano di sconcerto.
Sento il liquido impregnarmi la camicia, ma mi
rifiuto di togliergli gli occhi di dosso. Sembra cos spaventato.
Lo stringo. Dal sedile davanti Lap ride e spiega
che i bambini, perlopi, non hanno mai viaggiato in
auto e capita che abbiano la nausea. Ora che in macchina
non c' pi Hong Ngoc,  diventato loquace e
chiede a Mai di tradurre per noi ogni frase. Mentre una
mano sfiora il volante, l'altra indica tutte le macchie
provocate in varie circostanze da attacchi di vomito.
E in questo supplizio torniamo ad Hanoi. Stringo Hai
Au mentre Mai asciuga il vomito con uno degli stracci
di Lap. Vedi se nella mia borsa c' qualcosa di interessante
per lui arrischio. Si china e, oggetto dopo oggetto,
svuota le nostre borse - carta di credito, rossetto,
scontrini accartocciati del chiosco di giornali dell'aeroporto
di Los Angeles - ma lui non degna le nostre offerte
nemmeno di uno sguardo. Il mio bambino, mio
figlio, non fa altro che urlare e urlare, completamente
solo nel suo dolore.
Mai si rifiuta di tenerlo. Mentre sono seduta sulla sedia,
con in braccio Hai Au che adesso dorme, lei sistema
tutto. Sembra aver abbandonato la speranza di
trovare un albergo migliore, probabilmente perch,
ora che siamo in tre, sa benissimo che sarebbe un'impresa
ardua. Disfa i miei bagagli, trova il modo di far
entrare le nostre cose nei vari ripiani e armadietti di
questa minuscola camera, sorveglia tre giovani inservienti
dell'albergo che tolgono il letto matrimoniale per
sostituirlo con due singoli, uno addossato a ogni parete,
con in mezzo uno stretto passaggio fino al balcone. Seguendo
le mie istruzioni, monta il lettino che ho portato
da casa, copre il materasso con un lenzuolo, sprimaccia
il cuscino schiacciato in valigia, e mette nel
lettino un pupazzo di Topolino e un trenino di plastica.
Poi improvvisa un piccolo fasciatoio dall'altro lato,
dotandolo di Pampers, salviette e pomate. Si occupa di
tutto ma non vuole prendere Hai Au. A malapena si
ferma a guardarlo.
Ha gi abbastanza problemi senza il pensiero di
questa signora vietnamita nella stanza mi dice. Ha
bisogno di tempo per conoscerti. Ha ragione, suppongo.
Ma preferirei che non fosse cos lucida ed efficiente.
Vorrei un compagno che si sedesse accanto a
me, a gambe incrociate sul pavimento, qualcuno altrettanto
in ansia e desideroso di trascorrere ore a contemplare
questo bambino. Mai non lo far, e devo abbandonare
la mia vecchia fantasia, l'idea che Martin
l'avrebbe fatto. Nessun altro lo far. Be', forse mia
madre s.
Pochi minuti prima delle sei, Mai decide di andare
a comprare qualcosa da mangiare. Io cullo il mio
bimbo addormentato, mi chino ad aspirare il suo fiato
dolce che sa di latte. Il suo viso ha lineamenti marcati,
forti, per niente delicati, espressivi persino quando
dorme. Scrolla le spalle, sospira, sbadiglia, muove le dita
per aria come se suonasse il piano. Le sue labbra sono
piene, del colore delle prugne, e il suo naso largo e
schiacciato gli d un'aria al tempo stesso caparbia e
imbronciata. Non ha ancora due anni, ma  tanto robusto.
Sonnecchio, poi mi sveglio quando Hai Au si stiracchia,
piagnucola, apre gli occhi. Ci guardiamo. Aggrotta
le sopracciglia con vaga preoccupazione.
Cos'altro mi aspetta? sembra chiedere.
Alzo un dito, mi tocco il petto, e uso una delle poche
parole vietnamite che padroneggio. M?. Madre.
Poi tocco il suo petto. Con gli dico, offrendogli quel
che resta del mio vocabolario. Figlio.
Sorride. I suoi occhi non dichiarano di aver perdonato
tutto, ma si mostrano tolleranti. Sguscia via dal
mio grembo e scivola dalla sedia.
Quando Mai ritorna con acqua minerale e sacchetti
di cibo, Hai Au ha tirato fuori dai cassetti tutti i vestiti
appena piegati e io li ho rimessi a posto in modo che
possa di nuovo sparpagliarli. Ha rosicchiato il suo trenino
e mangiato due cioccolatini. Ha fatto la cacca. Gli
ho cambiato il pannolino.
Mai osserva i vestiti sparsi per terra e ride. Nghich
lam! esclama.  una piccola peste!
Ceniamo tutti insieme. A riprova dell'attenzione di
questo albergo ai bisogni peculiari del popolo internazionale
delle adozioni, dalla cucina ci hanno mandato
una porzione di crema di riso per Hai Au. Mangia voracemente,
poi si aggira intorno al cibo che ha portato
Mai - ravioli di maiale, zenzero candito, riso colloso. 
uno strano accostamento, di quelli che non avrebbero
senso in nessuna cultura. Mai dice di aver agito d'impulso.
Sembra contenta e immagino che l'essere riuscita
a procacciare del cibo l'abbia rassicurata sulle sue
possibilit di cavarsela qui. Mangiamo anche noi con
ingordigia. Quando abbiamo finito, Mai guarda dalla
finestra la sera che scende. Credo che andr a fare una
passeggiata. Magari ora fa pi fresco.
Le luci cominciano ad accendersi negli edifici dall'altro
lato della strada stretta e il rumore del traffico
si  ridotto a qualche strombazzata di tanto in tanto.
 un buon segno che desideri uscire e non voglio che
pensi che avr bisogno di lei ogni minuto che trascorreremo
qui. Afferro lo schienale di una sedia un attimo
prima che Hai Au la rovesci a terra. Le dico Spero di
essermi gi addormentata quando tornerai. Guardiamo
scettiche il bambino. E spero che dorma anche
lui.
Quando se ne va, mi siedo sul tappeto. Hai Au si
muove come un'ape che vola di fiore in fiore. Trotterella
tra il letto, l'armadio e la sedia, poi torna indietro,
lanciando e spingendo tutto quello che trova a portata
di mano. Ogni volta che cade si tira su. Sorride
soddisfatto, ma i suoi sorrisi sono a denti stretti, un po'
assenti.  paffuto, ha le guance piene. Sono io che mi
accorgo solo adesso di qualcosa di strano o  insorto un
problema? Muovendomi piano per non spaventarlo, mi
avvicino. Tendo la mano verso la sua mandibola e
premo leggermente con le dita. Tutto bene? sussurro.
Fa male? La mia mente passa in rassegna i sintomi
di tutte le malattie esotiche segnalate dai genitori adottivi
su internet.
Hai Au fa una smorfia, poi stacca il viso dalla mia
mano e si allontana. Gattona quatto quatto nello spazio
tra il mio letto e il suo. Mi siedo per terra, gli afferro
i piedi e lo tiro verso di me. Aspetta un attimo, Ercolino
gli dico, sistemandomelo in grembo. Gli prendo
la faccia tra le mani. Prova a divincolarsi, a lanciarsi a
testa in gi sul tappeto, a ripararsi la bocca da me. Lo
sollevo, il pi delicatamente possibile. Gli fa male? 
evidente che non vuole che lo tocchi l, dunque gli
tengo la testa ferma con una mano su ciascun orecchio
e lo osservo. Cosa c', tesoro? gli chiedo, anche se so
che non mi capir. Con cri dico. Piccolo mio.
Per un lungo momento ci guardiamo negli occhi.
Serra le labbra. Le narici si dilatano. Gli occhi si assottigliano,
temerari e cocciuti. E poi capisco che ha
qualcosa in bocca. Lentamente e con cura faccio scorrere
i pollici sulle sue guance, li infilo negli angoli della
bocca, e gli disserro le mascelle.
Ha la bocca piena di crema di riso. Lo spazio tra le
guance e le gengive ne  colmo, sotto la sua lingua c'
crema di riso sepolta come un tesoro, una zolla appesa
al suo palato. Gli tengo la bocca aperta. I suoi occhi
bruciano di rabbia nei miei confronti.
Mi ricordo vagamente della segnalazione di una
madre del Midwest che raccontava come la sua bambina
vietnamita trattenesse palline di carne in bocca
per ore. La bambina aveva conosciuto la fame e non
riusciva a confidare nel fatto che ci sarebbe mai stato
un altro pasto. Sollevo Hai Au. Mangia! lo sprono,
poi mi sforzo di dissotterrare dalla memoria quel che
so di vietnamita: n di! Grazie al cielo c'era Mai con
le sue lezioni. Con la punta del mignolo raccolgo delicatamente
la crema di riso da quegli anfratti e la
spingo sulla lingua. Quanto tempo passer prima che
si fidi di me? n di! ripeto, chiudendogli la bocca.
Mangia!
Pian piano, comincia a masticare risentito. Prendo
la ciotola di crema di riso dal tavolo.  ancora piena per
met e al piano di sotto ce n' ancora. Ce ne sar sempre
ancora, vorrei dirgli. Allungo il cucchiaio e gli sorrido
incoraggiante mentre apre la bocca. Lo ammiro.
Non ha ancora due anni e ha gi sofferto, ha gi imparato
a sopravvivere. Adesso vedo, tra le altre qualit
che comincio a riconoscere, ci che lo rende questo
bambino, diverso da tutti gli altri. Ogni sua azione mi
fornisce nuove informazioni. Penso: Questo  mio figlio.
E questo. E questo. Seduto qui, sul tappeto, mi
fissa, continuando a masticare, con gli occhi adesso velati
di stanchezza. Ascolto il suo respiro leggero, i rumori
delle moto che passano per strada, il clacson occasionale
di un'auto, il pianto dei neonati nelle altre
stanze, e la voce flebile e leggermente disperata di genitori
novelli che provano a calmarli. Sei il Sole e la
Luna per me sussurro, guardandolo deglutire. La
Terra, i pianeti, ogni singola stella. Faccio scivolare il
dito lungo la sua guancia di scoiattolo. Per la prima
volta, tutto il dolore che ho provato acquista un senso.
Ho tentato di avere un bambino con troppi anni di anticipo.
Dovevo aspettare che nascesse Hai Au, che questo
bambino fosse pronto perch io venissi a prenderlo.
...
.
...
CAPITOLO 12.
...
.
...
Xuan Mai.
...
.
...
Persino di notte il calore  immenso, un enorme
animale che avvolge la citt col suo corpo.
Quando lascio l'albergo, scendo verso il Lago
Hoan Kiem lungo il marciapiede, cammino talmente
svelta che i guidatori di risci a caccia di clienti non mi
notano neanche. In strada il fiume del traffico scorre
pi rilassato e accomodante che durante il giorno.
Anche con questo rumore nuovo in sottofondo, la
scena mi ricorda la mia giovinezza, le pedalate in riva
al lago con Khoi, con Lan o con gli amici. In qualche
modo, nell'oscurit, la citt mi sembra familiare.
Chiacchieravamo con chiunque ci camminasse a
fianco, purch andasse alla nostra stessa velocit e
avesse voglia di parlare. Come sarebbe adesso, mi domando,
essere cos giovane, libera e felice? All'angolo
mi fermo e d'istinto sollevo i capelli dal collo. Con un
rapido movimento del polso li annodo. Buffo, non lo
facevo da quando ero ragazzina.
I negozi rimangono aperti anche a quest'ora. Khoi
non mi aveva detto com'era diventata luminosa la
citt. Nei miei ricordi, Hanoi di sera significa strade
vuote, oscurit rischiarata solo dalla luna, di tanto in
tanto il cigolio di una bici. Stasera, le lampade fluorescenti
regalano un grande bagliore alla citt, trasformando
la notte in giorno, come per risarcirla di tutti
quegli anni di opportunit mancate. Potrei leggere un
libro, qui fuori. Mi avvicino al banco di un negozio, i
gioielli d'oro e d'argento brillano nella luce sfavillante.
Vent'anni fa, l'unico oro che vedevamo era nei
riflessi del sole sul lago, l'unico argento nelle nuvole.
Adesso, le vetrinette custodiscono braccialetti raffinati,
collane tempestate di pietre, fermacravatta con le
iniziali, e orologi che sembrano troppo pesanti per essere
indossati. La negoziante  seduta su uno sgabello
dietro gli espositori, regge uno specchio e si applica il
mascara con cura. Non smette di fare quello che sta facendo.
Il suo tono  piatto e annoiato. Co mua di.
Compri, signora. Me ne vado, vago qua e l finch raggiungo
il piazzale che si affaccia sul lago.
Quand'ero bambina, ogni tanto vedevamo i russi assembrarsi
lungo questi marciapiedi. Correvamo dietro
a loro, urlando Lin X! - Soviet!
A volte drizzavamo le dita sulla testa e le facevamo
oscillare, fingendo di comunicare telepaticamente con
esseri di un altro pianeta. Vieni, comandante Astro! Mi
senti? Sono il comandante Astro, adesso, ma con meno
coraggio. Non so nemmeno come attraversare la strada
senza farmi travolgere da qualche veicolo. Resto ferma
in piedi per svariati minuti, azzardo qualche passo gi
dal marciapiede, poi torno indietro, e ancora avanti. Il
traffico non rallenta neppure. Alla fine accanto a me
appaiono due donne, graziose nei loro tacchi alti e nelle
loro gonne strette. Quando attraversano, attraverso
con loro. Seguono una specie di rituale, una tacita intesa
tra pedoni e guidatori che non mi  dato capire. In
tutti questi anni di esilio, ho sempre creduto di essere
io quella sofisticata. Possiedo una casa negli Stati Uniti
d'America. Ricevo trecentoventisette canali via cavo.
Posso accendere il computer e ordinare su Amazon libri
in decine di lingue. Ma adesso mi sento una ragazza
di campagna in visita in citt, tutta sola e insicura, che
non sa cosa guardare, inetta. Perch non mi sono concessa
un buon taglio di capelli prima di venire? Perch
non metto il mascara?
In fondo alla strada, io e le ragazze saliamo sul marciapiede.
Loro prendono una direzione, io un'altra. L'aria
qui sembra pi fresca. Cammino verso sud-ovest, lungo
Le Thai To, supero un caff dalle luci intermittenti,
un venditore che arrostisce calamari secchi, e il loro aroma
pungente e ricco si spande nell'aria, un posto di polizia
dove due giovani ufficiali giocano a d c'u che -
me ne rendo conto solo adesso - somiglia al gioco che
gli americani chiamano Hacky Sack. Coppie camminano
lungo il marciapiede tenendosi per mano. Bambini piccoli,
nonostante siano le nove di sera, pedalano traballando
sulle bici, con i genitori pronti ad acciuffarli
in caso di caduta. L'Hoan Kiem  un lago bonario, pacifico,
non  quel lago pieno di dolore. Se fisso lo scintillio
dell'acqua abbastanza a lungo, posso fingere di avere
di nuovo diciott'anni, e che nulla sia cambiato.
Adesso cammino in fretta, di proposito. Non mi
prendo in giro. So dove sto andando. All'incrocio con
Trang Thi, grata di vedere un semaforo, riesco ad attraversare.
Un isolato ancora e arrivo in una piazzetta
con al centro un campo da gioco spartano. Un poliziotto,
solo dentro una cabina, mi rivolge un'occhiata.
Pochi metri dopo sono all'angolo con Quan Trung. In
questa zona della citt, le strade sono sgombre e tranquille
quasi come le strade della Hanoi che ricordo io.
Mi fermo e osservo.
Dal lato opposto, tre caff, uno dopo l'altro. Sul bordo
del marciapiede un ragazzo poco pi che adolescente
 rannicchiato a lavare piatti sporchi con un tubo di
gomma. Cammino lungo il ciglio fin quando non mi
trovo direttamente di fronte al primo. Sull'insegna c'
scritto Caf Lan, naturalmente. Sedie basse e tavolinetti
di vimini sparsi sul marciapiede, illuminato solo
da un lampione appannato. Tutti i tavoli vuoti tranne
uno. L, tre uomini fumano, aspettando che il caff coli
attraverso i filtri metallici fino a raggiungere le piccole
pozze di latte condensato sul fondo dei loro bicchieri.
Attraverso, mi fermo davanti al bar, guardo dentro. Ora
lo sento di nuovo, quell'aroma familiare che mi accompagna
da quando siamo atterrate. Tabacco! Ho sempre
pensato che avesse un odore cos buono? Rivedo mio
padre, trent'anni fa, che fuma una Song Cau, aspettando
paziente il suo caff. Mio padre da giovane, seduto con
gli amici ogni mattina, dacch io ricordi, ingannando
il tempo con la pioggia o nell'afa, a parlare delle ultime
notizie, a recitare poesie. Dopo la morte di mia madre,
ha fatto poco altro, a dire il vero. Era lei che mandava
avanti la famiglia e quando se ne and, lasci quel
ruolo a mia sorella. Lan aveva ventidue anni, era gi vedova,
e in gamba. Ma le mancava l'abilit di mia madre
di organizzare le cose senza apparire petulante o prepotente.
Quasi tutti i giorni, mio padre si rintanava al
circolo dei reduci subito dopo colazione. Certe volte non
si faceva vedere fino all'ora di cena, quando arrivava con
una borsa carica di mandarini o prugne secche o libri
- frivolezze piuttosto che cose utili - facendo infuriare Lan.
Nel bar una ragazzina sta pulendo i tavoli. Gli uomini
interrompono i loro discorsi e mi guardano. Le
prime note di Let It Be escono dagli altoparlanti in cima
a un piccolo frigorifero all'angolo del locale. Dalla
strada, un motociclista solitario mi fischia dietro mentre
passa. Uno degli uomini urla alla ragazza Ehi,
bimba, hai una cliente.
Lei alza gli occhi. Alle sue spalle, i fili di perline che
nascondono il retro del locale si scostano e compare
mia sorella. Dice qualcosa alla ragazza, poi avanza
verso l'ingresso del bar. Porta una gonna a fiori, una
collana di perline, un paio di dcollet. Ha preso qualche
chilo in vent'anni, diventando formosa e ancora
pi attraente. Il suo passo  lento e disinvolto, sicuro,
l'andatura di una donna che sa che gli uomini la
guardano. Io la guardo. Non riesco a muovermi. La
vedo incedere verso di me. Lan, l'orchidea. Mia madre
diceva sempre che avrebbero dovuto chiamarla Phuong.
Il fiore dell'albero del fuoco.
Non appena lei si avvicina alla porta del caff, la sua
sorellina scappa, corre dall'altro lato della strada, verso
il parco, e cerca di dissolversi.
...
.
...
CAPITOLO 13.
...
.
...
Shelley.
...
.
...
La mia sveglia fa le 3 e 27. Guardo le finestre buie
dei palazzi di fronte. Sopra la mia testa, Hai Au si
 fatto strada fino al cuscino e si  sdraiato di traverso
in posizione da arrampicata, la testa annidata tra
i miei ricci. Io e lui condividiamo uno spazio, adesso,
ma evidentemente non lo stesso fuso orario. Il mio
corpo si direbbe convinto di essere ancora a Wilmington,
e si rifiuta di dormire tutto il pomeriggio. Dall'altro
letto giunge il suono leggero del respiro di Mai.
Possibile che si sia adattata pi in fretta solo perch 
vietnamita?
Mi sollevo, districo i miei capelli dalle dita di Hai Au,
scivolo fuori dalle coperte e mi alzo.
Silenzio. Nemmeno il rumore di una moto. Metto i
pantaloncini ed esco sul balcone. Nemmeno a quest'ora
c' un alito di vento, ma il caldo non  opprimente come
di giorno. A sinistra le strade si curvano dolcemente, portano,
mi ha detto Mai, fino al mercato e al vicolo in cui
viveva. A destra vanno verso il piazzale che si affaccia
sul lago. Le case sono alte e strette, a ridosso l'una dell'altra.
L'architettura sembra improvvisata: il balcone
di una casa  due metri pi in alto di quello della casa
accanto. Alcuni edifici si ergono dritti dalla strada, altri
si assottigliano, altri ancora si protendono sul marciapiede
con tende, balconi, insegne di metallo. Anche
a quest'ora i colori sono vividi. L'intensa luce gialla dei
lampioni. Muri blu, persiane verde cupo. Intonaco bianco
sporco con macchie scure di umidit che avanzano
verso l'alto. Sono le tre e mezzo del mattino eppure vedo
segni di vita dappertutto. Sotto, due innamorati vanno
a zonzo, amoreggiano e si trastullano, senza troppa
voglia di tornare a casa. Li osservo fin quando non
svoltano e spariscono dietro la curva. I pipistrelli
sfrecciano nella luce. Sul tetto della casa adiacente un
gatto fulvo si alza, si stira, poi torna ad accoccolarsi. I
gechi schioccano la coda. Un uomo a torso nudo esce
da una casa, sistemandosi la camicia man mano che
avanza lungo la strada. Nel buio silenzioso, sento la porta
chiudersi alle sue spalle. Pochi secondi dopo si accende
una luce al piano di sopra. D'un tratto ho la sensazione
che tutti stiano facendo l'amore non proprio
con la persona giusta.
Per un paio di minuti ci sono solo io qui fuori. Poi
un gruppo di venditrici ambulanti si sparpagliano in
direzione del mercato, i loro cappelli conici appesi al
manubrio della bicicletta. Qualche porta pi in l un
uomo di mezza et in pantaloncini esce sul marciapiede,
stende le braccia in alto e comincia a fare ginnastica.
Guardo in basso e vedo due ciechi che camminano
in mezzo alla strada, a braccetto, i loro bastoni
picchiettano l'asfalto qua e l. Tutto  perfettamente
sospeso tra la notte e il giorno. C' un tale senso di
pace. Cosa direbbe Martin di questa citt, di questo
Paese, di questo Vietnam? Sbaglio a portare Hai Au via di qui?
Entro a fare una doccia. Quando torno in camera,
Mai  appoggiata su un gomito, la testa sulla mano.
Guarda Hai Au che dorme. Mi siedo accanto a lei sul
suo letto e armeggio con un pettine tra i capelli. Sono
ingarbugliati, pieni di nodi. Non li ho ancora pettinati
da quando siamo in Asia.
Mai mi osserva, facendo smorfie di dolore. Non ti
fa male? bisbiglia.
Strattono un groviglio particolarmente ostico. Ci
sono abituata le rispondo. Ahi.
Sembra impressionata. Se avessi visto dei capelli
cos, da piccola, probabilmente me la sarei data a
gambe per lo spavento.
Continuo a strattonare. Come se avessi visto un
alieno?
Sorride. Qualcosa del genere.
Parliamo con voce sommessa. Hai Au sospira nel
sonno. Fuori, il cielo del Vietnam comincia a colorarsi
d'argento. Mi vergogno di non aver trovato mai il
tempo di capire cos' successo qui. La guerra e tutto il
resto. Dovrei sapere. Per te. Per Martin. Per Hai Au.
Mai mi prende la mano. Mi conforta averla come
amica. Mi dice Quello che vedi adesso  meglio.
Ma non voglio restare ignorante ribatto. Come 
stato per te?
Lascia ricadere la testa sul cuscino e guarda il soffitto,
tenendomi sempre la mano. Sai una cosa? Non piangevamo
mai durante la guerra. Piangemmo quando fin.
Il 30 aprile 1975. Nel nostro quartiere, invitarono mio
padre a guidare i cori a una manifestazione. Quando
tornammo a casa, mio padre si mise a piangere. Pensa,
una guerra finita, tutti che piangevano. Persino mia
madre vers qualche lacrima. Sollievo, gioia, e non avevamo
pi motivo di avere paura. Fu quello che disse mio
padre "Non c' pi motivo di avere paura".
E tua madre cosa disse?
Ride. Mia madre chiese "E adesso?"
La lascio dormire. M'infilo a letto accanto ad Hai Au,
attenta a non toccarlo coi capelli bagnati e svegliarlo.
Il suo fiato  tiepido e dolce e sono felice che si sia rifiutato
di dormire nel suo lettino. Gi, il traffico ritorna
alla vita. Questi suoni devono somigliare a quelli
che sent Martin, tanti anni fa - clacson, motori, gente
che grida in mezzo alla strada. Cosa gli  successo qui?
Hai Au si contrae, si stira, rotola e mi guarda, sfregandosi
gli occhi, rendendosi conto che  ancora in
questo posto. La constatazione non sembra turbarlo.
Salta gi dal letto come un grillo, scivola sul pavimento,
barcolla fino al suo trenino e mette in bocca una ruota.
Mai si siede sul letto, a gambe incrociate, l'orlo della
sua camicia da notte arrotolato sulla pancia. Insieme
guardiamo Hai Au che scaglia il treno per terra. Ho visto mia sorella, ieri mi dice Mai.
Il suo viso non lascia trapelare niente. Tutto bene? chiedo.
Alza le spalle, osservandosi le mani. Non le ho
parlato. Mi sono fermata fuori dal suo bar. Sembra una
vera donna d'affari, adesso.
Lei ti ha visto?
Scuote la testa e si stringe nelle spalle. Sono scappata.
Facciamo colazione in un bar raccomandatoci da Tri.
 un posto dall'aspetto occidentale, lungo, stretto e affollato
di stranieri e vietnamiti. Il menu ha un taglio
europeo: croissant caldi e caff francese. Passiamo al
banco a ordinare omelette, baguette, succo d'arancia,
caff e crema di riso per Hai Au, poi troviamo un tavolo
in fondo alla sala. Mai sembra distratta. Non ha
ancora parlato di andare a trovare suo padre e io non
ho sollevato l'argomento. Ho la sensazione che potrebbe
decidere di ripartire senza neanche incontrarlo.
Mentre aspettiamo la colazione, intrattengo Hai Au
con il gioco delle dita che mi ha insegnato Minh. Intorno
a noi un brusio di chiacchiere mattutine. Il bar
 semplice, arredato con tavoli e sedie di legno. Vicino
all'ingresso sono seduti alcuni vietnamiti, curvi sulle
loro fette di torta. Una ragazza cosparge la sua di zucchero.
La cosa naturalmente mi sorprende, ma non mi
disturba. Mi chiedo perch non mi sia mai venuto in
mente di farlo. Prima che lasciassi Wilmington, Lindi
mi aveva detto che le differenze culturali col Vietnam
mi avrebbero impressionato, ma che c' di diverso, in
fondo? Eccoci qui, un grappolo di umani che si ritrovano
a fare colazione.
Al tavolo accanto, una coppia occidentale con una
bambina vietnamita addormentata discute a voce bassa
in francese, probabilmente si stanno chiedendo se sia
il caso o meno di svegliare la piccola per cambiarle il
pannolino. La bimba, sprofondata nel marsupio sul
petto dell'uomo, ha le gambette paffute e rosee, e ogni
volta che l'uomo si muove rimbalzano contro la sua camicia.
L'uomo indica la bambina poi mormora qualcosa
alla donna. Lei stringe ansiosamente un pannolino
che ha tirato fuori da una borsa mastodontica.
Credo stia dicendo Fa troppo caldo, ma non capisco
bene il francese. Lei sventola il pannolino come una
bandiera. Il percorso compiuto per arrivare ai nostri figli
ci accomuna, ma fingiamo di non vederci.
La cameriera porta i nostri piatti, omelette come
mezzelune gialle e grosse baguette, una piccola scodella
fumante di crema di riso che Hai Au accoglie con entusiasmo.
Mai taglia la sua omelette a met con la forchetta,
ne mette un po' dentro un pezzo di pane e la
ricopre di salsa al chili. Tengo Hai Au con un braccio,
con l'altro verso del latte sulla crema di riso per raffreddarla e mi metto a imboccarlo.
Mai mi guarda e sorride. Sei una madre davvero rilassata commenta.
Ti stupisce? do una cucchiaiata di crema ad Hai
Au, gliene tolgo qualche goccia dalle labbra col cucchiaio.
Io e lui ci scambiamo uno sguardo di intesa. Sa
che lo tengo d'occhio. Deglutisce imbronciato.
Non sono sorpresa, sono ammirata. Ieri ha urlato
come un matto, ma tu non ti sei scomposta mi dice Mai.
Mi hai sempre vista sotto pressione. L'adozione  un
gran rimedio per l'infertilit.
Di fianco a noi, i francesi continuano a dibattere. Il
padre scuote la testa poco convinto. In francese, persino
una conversazione sulla cacca suona armoniosa.
D'un tratto gli occhi dell'uomo si illuminano. Dottor
Penzi esclama in inglese in direzione dell'ingresso.
Dottor Penzi, buongiorno. Si ricorda di noi?
Un uomo alto, occidentale, con i capelli alla Einstein,
 in piedi al banco. Guarda verso la coppia di francesi
e saluta con la mano, finisce di ordinare e li raggiunge
a passi lenti. Ma certo. Jacques e Sophie dice con accento
che sembra europeo. Ha l'aria di trovare tutto
molto buffo. Chinandosi sulla bambina, chiede  la
piccola Josephine? E dorme? C' da festeggiare, no?
La madre in ansia annuisce, ma gli espone il loro dilemma.
Il dottor Penzi ascolta le sue preoccupazioni e
poi le scaccia con un gesto della mano. Lasciatela dormire
suggerisce. Credete che non abbia mai avuto di
questi problemi?  una piccola vietnamita. Il suo clima
 questo. Lasciatela dormire per un'ora con la sua
pup, poi potrete cambiarla. Si siede al tavolo accanto
al loro, prende il caff che la cameriera gli ha appena
portato e beve un sorso. Rilassatevi. Fate una passeggiata.
Leggete un libro. Lei vi ha concesso una piccola
pausa, e voi prendetevela.
 una strana prescrizione, contraria a ogni buon
senso, ma i volti dei genitori si distendono. Quanti
giorni ci vogliono per sentire con certezza che un bambino
 davvero tuo e che le tue decisioni saranno probabilmente
le pi sagge? Dopo quindici ore, non mi
sento cos, questo  certo, ma adesso ho pi fiducia nel
fatto che col tempo ci arriver. La coppia francese
sembra felice di avere qualcuno che decide al posto suo.
Si scambiano un sorriso, sollevati, e ringraziano il dottore.
Un minuto dopo, hanno raccolto ciucci e bagagli
e si sono avviati verso l'uscita. Il dottor Penzi prende
un giornale dalla sua valigetta e inizia a sfogliarlo.
Mi scusi, lei  il dottor Dario Penzi? gli chiedo. Alza
gli occhi dalle pagine e annuisce, aspettando che vada
avanti. Mi chiamo Shelley Marino. Questa  la mia
amica Mai, e lui  mio figlio, Hai Au. Quella parola
- figlio- mi viene pi facile, ma non riesco a immaginare
quando smetter di meravigliarmi. Dovremmo
incontrarla oggi pomeriggio, dopo la cerimonia
di accoglienza.
Il dottore chiude il giornale e si sporge, le mani
sulle ginocchia, a guardare Hai Au. Ho gi visto questo
bimbo?
Lo ha visitato prima dell'adozione, un paio di mesi
fa. Aveva una leggera anemia.
Non so dire se si ricordi, ma si concentra su Hai Au.
Ciao, bel bambino. Hai Au gorgoglia allegramente,
con la bocca piena di crema di riso.
Gli occhi del dottore si spostano su Mai. E lei,
un'altra mamma?
Mai non sembra gradire che ci si rivolga direttamente
a lei. Scuote la testa, poi mi indica con un gesto
vago. Sono qui per darle una mano.
Ma lei  vietnamita? Mai annuisce appena, come
se non volesse sbilanciarsi. Il dottore si mette a ridere.
Non mi pare una domanda cos difficile.
Mai  serissima. Sono vietnamita pausa e americana.
Ah, certo. Be', adesso capisco. In parte vietnamita,
in parte no.
Mai guarda il suo caff, palesemente infastidita.
Andiamo? mi chiede.
Mi alzo. Ci vediamo oggi pomeriggio, dottore.
Annuisce, poi prende di nuovo il giornale. Arrivederci
dice, mentre lo apre.
Sul pulmino, mentre andiamo alla cerimonia di accoglienza,
il mio vestito blu, di maglia, mi si  gi appiccicato
alla schiena contro il sedile sintetico. Sono solo
le dieci del mattino, e non potrebbe fare pi caldo, ma
la cosa non mi preoccupa.  questo il bello della maglia,
assorbe il sudore. Una delle altre neomamme,
con una camicetta di seta verde, non avr la mia stessa
fortuna. Mai indossare abiti di seta col caldo, se non
si vuole che i vestiti si attacchino alla pelle in grandi
chiazze di sudore. Cerco di essere pratica nel vestirmi,
d'estate. L'ho imparato a mie spese, in occasione di pi
di una sepoltura nel mese di luglio. Gli uomini sul furgone
conoscono la lezione. Tengono le giacche piegate
con cura sulle braccia, come se volessero dimostrare a
tutti: sono una persona seria.
Siamo su un mezzo pi grande, oggi, con un corridoio
al centro e molto spazio per noi e i nostri bambini.
L'umore del gruppo oscilla tra la fervida attesa e l'ansia,
come una squadra che sta per affrontare un incontro
che si aspetta di vincere ma che un po' la preoccupa.
La mia situazione  abbastanza lineare: donna
sposata, marito che attende a casa trepidante il ritorno
della moglie col bambino. Per due famiglie - i
Chambers e gli Elder - le cose saranno pi difficili. Devono
incontrare le madri naturali, donne che vengono
a firmare i documenti con cui rinunciano definitivamente
al figlio e, suppongo, a dirgli addio.
Mrs Huyen cerca di prepararli a questo incontro.
Sono donne molto povere spiega. Alcune hanno gi
cinque o sei figli. Altre sono solo ragazzine. Oggi  un
giorno felice per loro: vedranno i loro bambini affidati
a famiglie amorevoli, in procinto di partire per l'America.
Nessuno ribatte. Mrs Huyen offre ci che crede questi
genitori vogliano sentirsi dire, ma, a essere onesti
con se stessi, non  una verit molto convincente.
Non si pu ignorare che se avessero pi soldi o un marito,
un lavoro oppure un'istruzione decente, queste
donne terrebbero i loro bambini. Persino se fossero drogate,
o matte, lo strazio  inevitabile. Sono grata di non
dover affrontare quel monito in carne e ossa, sebbene
veda il rovescio della medaglia: il fatto che un giorno
Hai Au rimpianger di non aver mai saputo nulla di
sua madre, nulla della persona che l'ha abbandonato,
avvolto in una coperta, fuori dal Centro di accoglienza
di Ha Dong, una notte alle tre. Forse anch'io rimpianger
la mancanza di una storia dettagliata,
un'anamnesi, perfino una data di nascita. Ma ha un
nome, scarabocchiato su un pezzo di carta ripiegato
dentro la maglietta di cotone. Hai Au. Un gabbiano impigliatosi
lontano dal mare. Chiss perch l'ha chiamato
cos. Forse il destino, o la premonizione che
l'avrei portato a vivere vicino a una spiaggia. Viene da
me con nient' altro che il suo nome, e ne faremo tesoro.
In questo preciso istante,  di traverso, sulle mie ginocchia,
lo sguardo intontito. Sono le dieci e mezzo e
forse ha sonno. Ancora non conosco i suoi ritmi.
Dobbiamo parlare con le madri naturali? chiede
Marilou Chambers a Mrs Huyen.
Non fatevi problemi. Comportatevi come preferite.
In questa provincia, la cerimonia si svolge in un clima
molto cordiale. Scatterete delle foto alla madre, forse girerete
un video di qualche minuto, da conservare per
mostrarlo un giorno al vostro bambino.
Ogni volta che Mrs Huyen si rimette a sedere qualcuno
ha una nuova domanda da porle. Mi ripete il
nome di questa provincia? chiede John Elder.
Sua moglie, Posie, sospira. Senti, John. L'abbiamo addirittura
scritto sugli auguri di Natale, l'anno scorso.
Mi dispiace, va bene? L'ho dimenticato.
Mrs Huyen si alza di nuovo, sorridendo come se parlasse
a un bambino di cinque anni. Ha Son Binh risponde
scandendo le parole, con aria decisamente da
maestrina. Mai ha definito Mrs Huyen una smorfiosa.
Ha anche usato una parola peggiore in vietnamita, ma
non ha voluto tradurla in inglese. Mi piacerebbe incontrare
lo sguardo di Mai, in questo momento, ma
non sembra ascoltare. Non posso aspettarmi molto
aiuto da lei, oggi, e comunque non credo che mi servir.
Ho il mio bambino. Se tutto va bene, stasera potrei
essere la sua madre legittima.
Appena giunti a destinazione, Hai Au vomita sul mio
vestito.
Alle undici entriamo in una sala riunioni buia ma spaziosa,
al secondo piano dell'edificio del Dipartimento
di giustizia di Ha Dong. Per fortuna l'ambiente  climatizzato.
Tre lunghi tavoli formano una u al centro
della sala. Su ciascun tavolo c' una grande composizione
floreale e bottiglie sparse di acqua minerale La
Vie. Tengo in braccio Hai Au, che sembra pi sveglio
da quando ha vomitato. Il mio vestito, strofinato con
un paio di salviette,  umidiccio e puzza.
La dottoressa Thuy e alcune sue assistenti ci accolgono
all'ingresso della sala. Hai Au strilla quando vede
Minh, e appena lei apre le braccia lui vi si getta. Non
glielo impedisco. Faccia ci che lo rende felice. Appoggia
la testa sulla sua spalla e prova a stringere le sue
braccine intorno a lei. Profonda fitta di gelosia. Poi la
dottoressa Thuy dice a Minh qualcosa e fa in modo che
mi ridia il bambino. All'inizio Hai Au si aggrappa,
rifiutandosi di lasciarla, ma all'improvviso si stacca e, tra
le mie braccia, si volta verso di lei e ride.
Ci sediamo da un lato della u con i bambini sulle ginocchia.
Le assistenti vestite di bianco si accomodano
sulle sedie alle nostre spalle. La dottoressa Thuy svolazza
di bimbo in bimbo ad accarezzare guance o fare moine.
Al centro del tavolo, cinque uomini e una donna sfogliano
le pagine di voluminosi dossier. Mi chino su Hai
Au e ricontrollo il mio: la scheda di valutazione a distanza,
il mio certificato di nascita, quello di Martin,
il certificato di matrimonio, la fedina penale, certificati
medici, copie dei passaporti, il modulo i-oo-a del governo
americano che ci autorizza ad adottare, l'i-171-A,
che sancisce l'approvazione definitiva. Mi ricordo di
quando, non molto tempo fa, tutte quelle richieste di
documenti e certificati mi intimidivano. Adesso la trafila
burocratica mi sembra tediosa ma semplice. Dopo
tanto tempo, la conosco a memoria.
Su un lato della sala si apre una porta ed entrano altre
persone.  evidente che sono contadini, con pantaloni
e casacche larghe in tinta unita, sandali di
gomma; due portano il famoso cappello conico. Ci
guardano e noi li guardiamo. Tra loro, conto almeno
quattro giovani donne che potrebbero essere madri.
Uno dei funzionari li accompagna a sedersi dall'altro
lato della u, di fronte a noi.
Una volta che tutti hanno preso posto, un uomo canuto
al tavolo centrale si alza e fa un discorso.  Mr Ha,
vicedirettore di non so cosa. Gli sguardi dell'uditorio
vagano in tutte le direzioni: i genitori guardano i bambini,
i bambini i loro giochi o qualsiasi altro aggeggio
che attiri la loro attenzione, i vietnamiti guardano gli
americani, Mai guarda il pavimento. Va avanti per
mezz'ora e non  nemmeno necessario fingere di ascoltare.
Accanto a me, Hal Chambers mette la mano sul
ginocchio della moglie. Il gesto sembra al tempo stesso
solidale e distratto, un segno scambiato tra moglie e
marito migliaia di volte nel corso di un matrimonio, tacito
riconoscimento del bisogno reciproco. Mi manca
Martin.
Quando il vicedirettore conclude, applaudiamo educatamente.
Chiss perch, non sono pi nervosa. Anzi,
un po' mi diverto. Per primi tocca ai Chambers. Hanno
una bambina - non avr nemmeno nove mesi - che
oggi indossa un vestitino rosa e ha un nastro rosa legato
tra le sue poche ciocche di capelli. All'inizio piagnucolava,
ma ormai si  addormentata, ancora attaccata
al biberon. Prendono la bambina, fanno il giro
del tavolo e si fermano al centro della u, di fronte ai
funzionari. Hal legge il discorso che hanno preparato.
Mentre legge ondeggia, dando piccole gomitate alla
spalla di sua moglie. Lei guarda la bambina.
I Chambers, che adottano il bambino numero 3, ce
l'hanno fatta: lui saluta il Comitato del popolo, il Dipartimento
di giustizia, tutto il governo del Vietnam,
ringrazia la madre naturale per aver affidato loro sua
figlia. A questo punto, dopo un cenno di Mrs Huyen,
si fa avanti una donna. Non , come credevo, una delle
ragazze pi giovani. Avr una quarantina d'anni, forse
di pi, alta e ossuta, la camicia appesa alle spalle come
un abito a una gruccia. Sta in piedi con le mani dietro
la schiena, si rivolge ai Chambers ma senza guardare
la bimba, tra le braccia di Marilou. Poi inizia a parlare.
Non alza la voce, ma si sente. Accanto a me, Mai
solleva lo sguardo per la prima volta. Nella sala, tutti
ascoltano.
Mrs Huyen fa da interprete: Mi chiamo Vo Thi
Minh Ha. Ho trentasette anni. Vengo dal villaggio di
Ha Tan, a diciassette chilometri da Ha Dong. Mia figlia
- l'ho chiamata Ngoc perch  come una pietra
preziosa -  nata il 3 settembre del 2001. La nostra famiglia
coltiva il riso. Ho tre figli pi grandi e mio marito
 morto per un tumore alla gamba. Oltre al lavoro
nei campi, preparo tofu da vendere al mercato. Finora
sono riuscita a far studiare i miei figli. Rinuncio ai miei
diritti su Ngoc affinch possa ricevere un'istruzione
che io non posso darle. Vi prego di avere cura di lei. Se
mai chiedesse della sua famiglia in Vietnam, ditele che
 la nostra bimba adorata, che la ameremo sempre e la
terremo nei nostri cuori. Quando smette di parlare,
l'uomo del Comitato del popolo le indica i Chambers
col mento. Gira intorno al tavolo e si avvicina alla coppia
con la bambina, al centro della u.
A quel punto, Marilou, con la bimba in braccio, si ritrae
leggermente.  un movimento inconsulto, poich
si raddrizza subito e chiede persino a Mrs Huyen, con
voce leggermente tesa, Vuole abbracciare la bambina?
La sporge in avanti, offrendogliela.
La madre naturale comprende il gesto di Marilou,
poich agita la mano, come chi declina un dono troppo
generoso, e si tiene a distanza. I suoi occhi sono fermi
su Hal e Marilou, non sulla bimba addormentata.
I Chambers si guardano. Hal prende la macchina fotografica.
Possiamo farle una foto, allora? le chiede.
Adesso la donna fa segno di s. Le sue mani armeggiano
intorno alla testa, si sistema i capelli raccolti. Poi
si mette in posa, le braccia lungo i fianchi, fissa l'obiettivo.
Quando Hal ha scattato, fa una richiesta: Per favore,
mandatemi le foto della mia bambina. Una
l'anno, se ve lo potete permettere. Se costa troppo, risparmiate
i vostri soldi. L'importante  che possa andare
a scuola.
Non vedo il viso di Marilou, ma sento la sua voce che
si spezza. Le dica di non preoccuparsi. La bambina andr
a scuola e manderemo le foto.
La donna annuisce, visibilmente soddisfatta. Un
funzionario apre il dossier che ha davanti e le indica
dove firmare. Lei si china e lo fa in fretta, riesce a
stento a tenere la penna. Poi scoppia a piangere. Continua
a piangere mentre ritorna dai suoi parenti dall'altro
capo del tavolo. In un turbinio di sussurri e occhiate
rivolte agli americani, si affollano fuori dalla
porta. Prima che sparisca, vedo la madre con il viso tra
le mani, sorretta da qualcuno.
Accanto a me, Mai sospira. Guarda di nuovo per
terra, il mento sulla mano.
Mrs Shelley, lei  la prossima. Senza sapere cosa
sto facendo, mi alzo. I funzionari mi guardano. Con
Hai Au su un fianco, passo in rassegna i fogli davanti
a me, pur sapendo che non trover un discorso gi
pronto. Dopo un po', sollevo lo sguardo. Vengo da
Wilmington, in North Carolina esordisco. Vi ringrazio
per aver accolto la mia richiesta di adottare Hai
Au. Grazie al Comitato del popolo e al Dipartimento
di giustizia di Ha Dong. Non mi conoscete, ma vi assicuro
che aspetto questo giorno da una vita. Ho una
famiglia numerosa e molti amici a casa che non vedono
l'ora di dare il benvenuto ad Hai Au. Prometto di
fare del mio meglio per lui. Vi ringrazio infinitamente.
Grazie.
Per un minuto nessuno fa niente. Le dita di Hai Au
cominciano ad armeggiare al loro solito tra i miei capelli.
Non so se dovrei sedermi, adesso, dunque resto
in piedi, cercando di districare i capelli dalle sue dita.
Mrs Huyen, che  in piedi accanto a me, mi fa segno
di andare verso il centro della u. I funzionari si protendono
sulle sedie, esaminando i documenti. Devo
dar loro le mie carte? chiedo. Mrs Huyen annuisce.
Prendo la cartellina e faccio il giro del tavolo, fino al
centro. Mi tremano le mani. La ventola sul soffitto attira
l'attenzione di Hai Au.
Porgo il mio dossier e resto davanti al tavolo. Loro lo
sfogliano una volta, due, poi si rimettono a discutere.
Stranamente si concentrano su di me e Hai Au pi di
quanto abbiano fatto sui Chambers, un tempo abbastanza
lungo perch le persone comincino a bisbigliare
tra loro. Posie Elder si versa un po' d'acqua. I
Chambers e i Survey, seduti accanto, si scambiano
moine con i rispettivi bimbi. Guardo Mai sperando di
capire qualcosa. Alza le spalle. Nemmeno lei capisce
cosa sta succedendo.
Il funzionario continua a parlare, sparpagliando le
mie carte, indicando questa e quell'altra. Mrs Huyen
si fa avanti e si china su di loro. La donna con gli occhiali
continua a scuotere la testa, indicando una riga
di una pagina e poi una riga di un'altra, poi di nuovo
la prima quindi la seconda. Ci mettono molto. Tengo
la mano di Hai Au.
Mrs Huyen dico infine. Che succede?
Alza un dito per dirmi di aspettare. Lei e la donna
vanno avanti e indietro, tra una pagina e l'altra. Non
ho idea di quali pagine si tratti. Sono a quasi un metro
da loro. I fogli sono al rovescio. Ho compilato milioni
di documenti per avere mio figlio.
Paziento. Ma, di nuovo, nel tono pi neutro che riesco
ad assumere, chiedo Mrs Huyen? Cosa succede?
Adesso mi guardano tutti. La donna prende dal tavolo
i due fogli e li passa a Mrs Huyen, che dice
Hanno notato una discrepanza. Nei suoi documenti.
Di che si tratta? domando. Da sopra la spalla
guardo Mai. Lei si alza e si affretta a raggiungermi.
Il suo i-oo-a, la scheda originale, quello delle indagini
a distanza, l'ha compilato con un certo Martin
Marino, suo marito?
S. Sposto Hai Au sull'altro fianco.
Ma non ha una procura.
Procura? Carolyn Burns non ha mai parlato di
procura. Mrs Huyen non ha mai parlato di procura.
Mrs Huyen spiega, come se me l'avesse detto gi
mille volte Le leggi vietnamite prescrivono che alla cerimonia
debbano presenziare entrambi i genitori adottivi,
ma le autorit concedono una deroga se il genitore
assente firma una procura.
Perch nessuno mi ha informata?
Il vicedirettore richiama l'attenzione di Mrs Huyen.
Lei traduce: Deve chiamare suo marito e chiedergli di
firmare il documento. Dovrebbe mandarlo immediatamente.
Non posso.
Perch?
Mento. Non mento mai. Mento adesso. Non  a
casa dico.  fuori citt.
Mrs Huyen traduce. I funzionari confabulano, valutando
l'ultima informazione. La mia mente corre da
una bugia all'altra. Vuole davvero il nostro bambino
aggiungo.
Mi comunicano che dovr aspettare.
Dico un'altra bugia, quella che segner la mia rovina.
Potrebbe star via per mesi. Persino gli americani mi
guardano increduli. Nel mio tono - lo avverto anch'io
- c' qualcosa di falso. Sulla stanza  calato il silenzio.
Tutti mi fissano.
I funzionari si consultano ancora. Io resto l aggrappata
ad Hai Au mentre quelle sei persone decidono
la nostra sorte. Mrs Huyen si sporge sul tavolo di
mezzo. Hai Au appiccica il naso ai miei capelli e mi annusa.
Lo abbraccio. A un certo punto, Mai mi stringe
la mano. Lei sa cosa si stanno dicendo, ma non le
chiedo di tradurre. I dettagli non contano.
Quando il vicedirettore chiude la mia cartella sul tavolo
davanti a lui, non ho pi speranze, ma mi sforzo
di mostrarmi determinata. Mrs Huyen? domando.
Vorrei dirle Mrs Huyen, ha lottato per me? ma non
lo faccio. Mrs Huyen.  tutto quello che riesco a dire.
Si volta e viene verso di me e Hai Au. Sono diventati
diffidenti mi spiega togliendosi gli occhiali. La sua
voce  una freccia che mi si scaglia addosso. Negli ultimi
tempi, sono emersi sospetti di corruzione, persino
di traffico di minori. I funzionari vogliono che tutto sia
perfettamente regolare. In fondo si tratta di procedure
di diritto internazionale. Mi irrita che li stia difendendo.
Nessuno mi ha mai parlato di procura le ricordo.
Mrs Huyen chiude gli occhi, e quando li riapre sembra
scrutare il soffitto.  la prima volta che mi capita
una cosa simile mormora, come se me ne importasse
qualcosa. Mai, con voce serafica, dice una frase in
vietnamita che fa sussultare Mrs Huyen.
Che cosa devo fare?
Ora Mrs Huyen mi guarda. Vogliono una prova
della regolarit di questa adozione. Mi mette una
mano sul braccio e schiarendo la voce mi dice Non
si preoccupi.
In qualche modo - non so come - Hai Au finisce tra
le braccia di Minh. Controlli che mangi! le urlo. Il
mio bambino si volta e comincia a strillare. Mrs Huyen
li accompagna alla porta. Per anni ho sofferto perch
volevo un figlio. Adesso sperimento la sofferenza del
perderne uno.
Una volta, io e Martin portammo Theo e Abe a Myrtle
Beach per il week-end. Erano adolescenti, allora, sui
dodici e tredici anni. Passammo la giornata a nuotare
e, dopo cena, i ragazzi implorarono di poter uscire da
soli. Negli occhi di Martin l'indecisione era lampante.
Si rendeva conto che non poteva opprimerli con le sue
ansie, ma era pi forte di lui, non ci riusciva. Innervosita
dai suoi tentennamenti, mi schierai dalla parte
dei ragazzi. Cosa poteva esserci di male in una passeggiata
in spiaggia? Promisero di non entrare in acqua.
Due ore dopo, Abe torn indietro da solo, in lacrime.
Avevano conosciuto delle liceali di Raleigh e Theo era
scomparso con una di loro.
Abe aveva battuto la spiaggia in lungo e in largo, lo
aveva cercato per tutto l'albergo chiamando il suo
nome, ma non era riuscito a trovarlo. Martin si mise
le scarpe, dicendomi di rimanere in camera nel caso
Theo fosse tornato. Se non mi vedi rientrare entro
mezz'ora chiama la polizia. Ag nel modo migliore, ma
la sua espressione, un misto di rassegnazione e terrore,
lasciava intendere che Martin desse gi suo figlio per
spacciato. Mi sentivo in colpa per aver assecondato i ragazzi,
ma trovavo anche esagerata la reazione di Martin.
Perch quell'incapacit di lasciarsi andare? Perch
rifiutarsi di accettare che cose del genere sono all'ordine
del giorno, che Theo poteva anche essere irresponsabile
ma ancora vivo. Abe per fortuna era sul letto
tra i singhiozzi e non si accorse di quanto fosse spaventato
suo padre.
Venti minuti pi tardi, era gi arrivato il vice sceriffo.
Era basso, tracotante, inquisitorio. Squadr me e Abe
e ci chiese Avete perso un ragazzo?
Annuii, prendendo la mano di Abe. Per una frazione
di secondo immaginai il corpo emaciato di Theo che
galleggiava sull'acqua. L'avete trovato?
Signora sospir. Dovreste tenere d'occhio i vostri
figli.
L mi infuriai. Deve proprio torturarci?
Si gir lanciando una rapida occhiata alla hall. Coraggio,
ragazzo. Avanti.
Da dietro l'angolo sbuc Theo, capelli scarmigliati,
vestiti sporchi di sabbia, aria spaventata da cane bastonato.
L'abbiamo trovato con una ragazza tra le
dune. In atteggiamento compromettente.
Abe guard suo fratello. Razza di idiota gli ringhi.
Nella nostra storia familiare, l'incidente di Myrtle
Beach avrebbe assunto un significato diverso per ciascuno
di noi. Theo l'avrebbe ricordata come la sera in
cui and a segno. Abe come la sera in cui il suo fratellino
minore lo aveva surclassato. Per Martin fu un
terribile promemoria - come se ne avesse bisogno -
della fragilit della vita umana. E per me fu la conferma
che io e mio marito percepivamo il mondo in
maniera diversa. Non sarebbe potuto essere un tantino
pi ottimista?
Comincio a vedere le cose dal suo punto di vista.
Non si pu mai stare tranquilli, a questo mondo.
A un certo punto della notte, sono a letto, sveglia, con
gli occhi chiusi, a sperare che il mattino arrivi presto.
Se apro gli occhi e guardo il buio, mi faccio solo un po'
pi male, cos li tengo chiusi e aspetto l'alba, aspetto
uno squillo del telefono.
Ci sono volute ore, e lunghe consultazioni a porte
chiuse, prima che Mrs Huyen riemergesse con la delibera.
Martin deve venire. Le premeva informarmi di aver
convinto i funzionari a non cancellare in blocco
l'adozione. Era tutta sorridente, voleva un riconoscimento
per la sua vittoria, per il nostro successo. Ma di
cosa dovrei essere riconoscente? L'esecuzione della sentenza
 stata solo sospesa. Una procura con una firma
adesso non basta pi, anche ammesso che potessi convincere
Martin a firmarla. Non la vogliono. Vogliono
che Martin venga qui e dimostri loro di essere un futuro
padre in carne e ossa pieno di entusiasmo. C' in
gioco, mi spiega Mrs Huyen, la legittimit delle adozioni
vietnamite. Me ne rendo conto? Ma, mi dice, aspetteranno,
e lei far quel che pu per far cambiare loro idea.
Ieri sera, mentre a casa erano le nove del mattino, ho
chiamato Martin in ufficio. Rita mi ha promesso di
farmi richiamare il prima possibile.
Che ora  laggi? mi ha urlato.
Ti sento benissimo, Rita le ho risposto. Sono le
otto di sera. Undici ore di differenza.
Ha ridacchiato. Non avrei mai detto che un giorno
avrei chiacchierato con qualcuno in Vietnam. Lo pronuncia
Vitnam, sembra una marca di medicinali.
Non lo definirei proprio chiacchierare. Puoi dire
a Martin di chiamarmi? le ho chiesto.
Ma certo, tesoro. Ha due sepolture, poi una veglia
alle cinque. Gli dir di chiamare prima della veglia.
Ma lei  solo una segretaria. Pu passare il messaggio
a Martin, ma non pu ottenere che chiami.
Dopodich perdo completamente la testa. Mi dico
che  troppo presto per una cosa del genere. O troppo
tardi. Un giorno, quando Hai Au avr dieci, dodici
anni, gli racconter che avevo rischiato che non me lo
lasciassero prendere. No. Potrebbe spaventarlo. Aspetter
che sia ancora pi grande. Aspetter fin quando
non verr a trovarmi in casa di riposo. I miei nipotini,
con le guance appiccicose di lecca-lecca, si fionderanno
nella sala ad ammirare l'albero di Natale, e io
prender Hai Au in disparte e gli parler all'orecchio.
Gli dir che l'abbiamo scampata per un pelo, che ero
pronta a mettermelo in spalla e fuggire con lui per i
monti del Laos, e che, grazie a dio, non siamo dovuti
arrivare a questo. Ecco cosa gli dir. Non siamo arrivati
a questo.
Suona il telefono. Mai si muove nel letto. Mi precipito
al telefono e mi siedo accanto. Pronto?
Shelley?
Il suono della sua voce mi trafigge di gioia. Ciao!
Poi, memore di come stanno le cose, assumo un tono
pi sobrio. Grazie per aver richiamato.
Tutto bene?
S, bene. Voglio dire, io sto bene. Per no, non va
tutto bene. Mai si gira a guardarmi nel buio, strofinandosi
gli occhi. Non so nemmeno da dove cominciare.
Ieri ho scoperto di avere un problema con i documenti.
Di che si tratta?
Mi serve il tuo aiuto.
Per cosa? Me lo immagino che guarda dalla finestra,
verso Market Street, con aria circospetta.
Non mi faranno adottare il bambino se tu non
vieni a firmare le carte.
Vorrei sentire il suo respiro. Qualcosa. Ma non sento
niente. Infine dice Non posso, Shelley. Lo sai.
Tra di noi c' un matrimonio fallito. Ma possibile che
abbia dimenticato tutta la felicit che ci siamo regalati?
Non  rimasta nemmeno un po' di solidariet reciproca?
S, lo so. Ma ho bisogno del tuo aiuto.  l'ultima
cosa che ti chiedo di fare per me. Adottalo per il
Vietnam. Non sar necessario riadottarlo negli Stati
Uniti. Solo la parte del Vietnam. Non significa niente.
Per favore. Provo a mostrarmi ragionevole ma sa che sono disperata.
No. Una sola sillaba. Una cortina di ferro. Non filtra nemmeno uno spiraglio di luce.
Puoi rifletterci su qualche giorno?
No. Devo andare, adesso, Shelley. Pi in l, ripensandoci, ravviser una nota di dolore - rauca e
spezzata, come di chi soffoca - ma ora non avverto niente del genere.
Va bene gli dico, e poich non voglio sentire il clic della comunicazione che si interrompe metto gi immediatamente.
...
.
...
CAPITOLO 14.
...
.
...
Xuan Mai.
...
.
...
La sera dopo la dbcle della cerimonia di accoglienza,
ho minacciato Mrs Huyen. Shelley era a
letto, di sopra. Gli altri americani con i loro bambini
stavano formalizzando le adozioni all'ambasciata
americana e si preparavano a tornare a casa. L'ho incalzata
nella hall. All'inizio ha provato a scaricarsi di
dosso ogni responsabilit per i problemi di Shelley. Sosteneva
che fosse stata l'agenzia americana a sbagliare
e che dovesse dunque essere questa a riparare. Le ho ricordato
che spetta a lei informare gli uffici americani
sulla burocrazia vietnamita, e che dunque quantomeno
c'era un concorso di colpa. Nel caso l'argomento
non fosse abbastanza convincente, le ho fatto
presente di conoscere un funzionario dell'ambasciata
vietnamita a Washington, dc. Se non aiuta Shelley, le
ho detto, potrei farle perdere il lavoro. Naturalmente,
non sono cos ben introdotta. Ma non  necessario che
lei sappia la verit.
Man mano che passa il tempo, diventa sempre pi
chiaro che Mrs Huyen vorrebbe sbarazzarsi di noi, ma
la mia minaccia l'ha resa ansiosa di darci una mano.
La possibilit che Martin si precipiti qui ormai  una
fantasia irrealizzabile e devo pur convincere Shelley ad
alzarsi dal letto. Si muove lentamente, come un vecchio
o un malato. Mi guardo allo specchio, metto il rossetto,
mi spazzolo i capelli. Assumo un'aria fiduciosa, allegra.
Ma sono anche risoluta. Le dico Se hai intenzione di
gettare la spugna, allora tornatene subito a casa. Mi occupo
io del biglietto.
Mi fissa sorpresa, in una mano un sandalo che non
 riuscita a infilarsi. Non mi aveva mai vista arrabbiata
prima d'ora, cos mi ascolta.
Sei pronta a lasciare il bambino in Vietnam? le
chiedo.
Mi guarda, gli occhi spalancati e tristi. Non ho altra
scelta.
Mi metto a ridere. S che ce l'hai le dico. Porto le
mani ai fianchi. Combatti.
Al piano di sotto, Tri ci porge un messaggio di Mrs
Huyen:
Cara Shelley,
sono stata sveglia tutta la notte a pensare alla sua difficile
situazione. Oggi prender appuntamento con tre
funzionari che potrebbero sbloccare la situazione. Li
incontreremo domani. Stamattina, Mr Lap la verr a
prendere alle nove e la porter all'orfanotrofio per passare
la giornata con Hai Au. I funzionari hanno acconsentito
a lasciarle vedere il bambino quando vuole
e alla dottoressa Thuy preme particolarmente assicurarsi
che lei e il piccolo continuiate a frequentarvi.
Un caro saluto
Nguyen Thi Huyen
direttore esecutivo
Adozioni Internazionali Vietnam
A Shelley sembra far piacere che Mrs Huyen non abbia
rinunciato, ma niente la rincuora come poter vedere
Hai Au. Il suo viso si riempie di nuovo di vita.
Andiamo a mangiare! esclama, afferrandomi per
mano e trascinandomi fuori dalla porta. Sembra anche
contenta di avere una scusa per sentirsi meglio. Shelley
pu vivere nell'ansia, ma non nella disperazione.
Ci dirigiamo allo stesso caff nel quale abbiamo
fatto colazione il primo giorno. Fa caldo, molto pi che
a Wilmington. Passiamo davanti a una porta aperta e
m'investe l'odore dei germogli di bamb stufati nel
brodo. Non c' ragione logica per essere felice, eppure
lo sono.
Da quando usi il rossetto? mi chiede Shelley.
Da quando ho visto che ad Hanoi le donne della
mia et sembrano pi giovani e pi belle di me.
Da quando hai visto quanti tipi interessanti ci sono
qui.
Mi sorprende che l'abbia notato. Vivo negli Stati
Uniti, dunque si suppone che io debba avere un bell'aspetto.
Shelley si ferma davanti a un negozio e si china a
esaminare un paio di scarpine con il muso di un topolino
sulla punta. Il negoziante ne prende una e
preme il tallone, mostrando a Shelley come la scarpa
suoni quando il bambino cammina. Shelley ride.
Schiaccia a sua volta la suola, poi ne compra due paia.
Per Hai Au. Uno da mettere adesso spiega e uno per
quando sar pi grande. Le false speranze sono meglio
che niente.
Quando arriviamo al caff, c' il medico che fa la sua
ordinazione al banco. Quando ci vede entrare, sorride.
Buongiorno, Shelley. Mai. Mi colpisce che con tutte
queste adozioni si ricordi i nostri nomi. Io non ricordo
il suo. Mi fate compagnia? ci chiede.
Ordiniamo, lo seguiamo in fondo al locale e prendiamo
le seggioline basse intorno a un tavolo.  buffo
osservare gli uomini occidentali che tentano di sedersi
su sgabelli vietnamiti. Si contorcono in mille
modi. Il dottore, che  alto,  particolarmente ridicolo,
ma pare tutto sommato divertito dalla sfida, come un
clown che si compiace dei suoi stessi scherzi.  il
primo straniero che vedo in Vietnam perfettamente a
suo agio, persino contento.
La cameriera arriva con caff e succo d'arancia per
tutti. Il dottore si rivolge a Shelley Mi aspettavo di vederla
col suo bambino, l'altro pomeriggio.
Lei si gratta la fronte con la punta delle dita. Ho dei
problemi con i documenti, perci hanno rimandato la
cerimonia di accoglienza gli dice.
Il dottore si rabbuia. Mi dispiace.
Shelley lo guarda. Normalmente sono cose che si sistemano?
gli chiede.
Ma certo. Capita molto spesso. Non si preoccupi.
Ma lui  un medico. Capisce di cosa Shelley ha bisogno
e offre la prognosi giusta.
Shelley versa del latte nel suo caff, poi mescola col
cucchiaino. Cercher di essere ottimista. Fissa la
sua tazza, la voce bassa, come se si stesse facendo la
predica da sola.
Per un attimo nessuno dice niente, e quando alzo lo
sguardo vedo che il dottore mi sta guardando. Ha gli
occhi grandi, impassibili, di un verde malinconico,
ma anche divertiti. Prende il suo succo d'arancia. A
una rapida soluzione alza il bicchiere verso di noi, poi
beve d'un fiato.
Shelley sorride, ma non alza la testa. Arrivano le
omelette. Per qualche secondo armeggiamo con burro,
marmellata, chili, tovaglioli, forchette, rifornimenti
di caff. Poi il dottore spara Ho una proposta da
farle, miss Mai.
Lo guardo incredula. Che c'entro io? Io sono solo
l'amica. Deve essersi accorto della mia espressione,
sembra che la polizia sia appena venuta ad arrestarmi.
Si affretta a spiegare.  un favore. Vede, il mercoled
offro assistenza nelle campagne. Oggi Ngoc, la mia infermiera,
 dovuta restare a casa a prendersi cura di sua
madre. Sono senza interprete. Mi chiedevo se...
Qui si interrompe, gesticola con una mano in aria,
lasciandoci immaginare il resto.
Shelley si intromette. Ha bisogno di Mai? Mi d
una pacca sulla gamba. Vai.
Le do un pizzicotto sotto il tavolo.  matta? La fisso.
Devo venire con te. Provo a farle capire in tutti i
modi che dovrebbe farsi gli affari suoi.
Scuote la testa. Andr soltanto all'orfanotrofio,
oggi. Avr bisogno di te domani. Oggi sono a posto.
Sorride compiaciuta, come se il problema fossi io.
Il dottore mi tiene gli occhi addosso. Non buona
traduttrice ribatto. Mio inglese terribile. D'accordo,
forse sto omettendo qualche verbo di troppo. Ma i fatti
sono questi.  un lavoro che non so fare. Non sono
pronta a trascorrere una giornata con un medico straniero.
Non ricordo nemmeno il suo nome.
Il suo inglese non  un problema, miss Mai assicura
il dottore.
Vai col dottor Penzi esclama Shelley, decidendo
praticamente al posto mio.
Distolgo lo sguardo da entrambi. Fuori, un camion
militare pieno di maiali passa sbuffando in mezzo al
traffico. Il mio inglese  pessimo mugugno.
L'autista del dottor Penzi, Long, ci conduce a ovest di
Hanoi su una Toyota nuova e bianca. La strada 
stretta e congestionata, anche a cinque, dieci chilometri
dalla citt. Superiamo lunghi tratti di campagna,
senza vedere ombra di edifici o negozi. Ogni tanto attraversiamo
un villaggio. Ai margini della strada, donne
scalze o in sandali di gomma si muovono ondeggiando
con le aste legate sulle spalle, portano cavoli, banane,
litchi. Si spostano in branco, troppo numerose per
quella strada stretta, e Long prova a scansarle, suonando
il clacson mentre passa. Qui in campagna vedo
poche macchine, qualche camion, soprattutto motociclette.
La strada ne  invasa, motociclisti piegati fino
a terra e ostinati, come gatti che inseguono la cena.
Siamo lontani anni luce dalla I-40, e ne sono felice.
Oltre la strada, sopra le risaie, l'aria vibra gi nell'afa.
Dentro l'auto fa fresco. Il dottor Penzi e io siamo seduti
dietro mentre Long sta davanti da solo, canticchiando
insieme alla musica delle sue cassette, tamburellando
con le dita sul volante. Alle spalle di Long,
il dottor Penzi sonnecchia, la testa contro il finestrino,
le braccia incrociate sul petto come una coperta di fortuna.
Sono grata che non abbia voglia di parlare. Far
quello che posso per aiutarlo, ma deve tenere presente
che non sono un'interprete. Dovesse lamentarsi, gli
ricorder che sono una commerciante. So dire bende
e antibiotici sia in inglese sia in vietnamita. Che non
si aspetti di pi.
Apprezzo la solitudine. Per la prima volta, da giorni,
non c' nessuno che mi assilla chiedendomi se trovo
il Vietnam molto cambiato rispetto a quando me ne
sono andata. La gente sembra ossessionata da questa
storia. Mrs Huyen, la dottoressa Thuy all'orfanotrofio,
Tri in albergo - concedi loro due minuti e si metteranno
a sciorinare statistiche di vendita della Honda
dal 1990. Se tardo a mostrare il mio interesse per questi
dati, mi domandano Ha visto come si sono moltiplicate
le moto da quando se n' andata? Con me
sono cortesi, ma anche leggermente risentiti, come
fossi una della famiglia che se ne  andata in vacanza
lasciandoli alle prese con le seccature di ogni giorno.
Vogliono che io, la Viet Kieu, sappia che se la sono cavata
bene dopo il mio abbandono.
Khoi deve aver dato ad amici e parenti grandi soddisfazioni,
arrivando qui. Lui considera le moto un simbolo
del miracolo economico. Duemila dollari per un
rombo di marmitta, mi ha detto. La gente  ricca! Ma
io ho notato un segno di benessere di gran lunga pi
evidente, in Vietnam. Ho visto bimbi grassi per le
strade di Hanoi. Figuriamoci: bimbi grassi. Ripenso a
My Hoa e alle miserevoli cucchiaiate di farinata di riso
che riuscivamo a offrirle. A quei tempi un trancio di
pesce affumicato lo consideravamo un lusso. E adesso
vedo bimbi grassi mangiare crme caramel, leccare
coni gelato, spiluzzicare torte. Spiluzzicare torte! Vedo
benissimo, fuori dal finestrino, le prove che la povert
esiste ancora in questo Paese, e che il divario tra ricchi
e poveri si  ampliato, ma perch pensare alle moto
quando in Vietnam ci sono bambini che spiluzzicano
torte? Quale simbolo di benessere potrebbe essere pi
efficace?
Il dottor Penzi si allunga sul sedile, stende le gambe
di traverso. I suoi sandali logori stanno a pochi centimetri
dai miei e mi ritrovo a osservargli i lunghi alluci
nodosi. Sono puliti, ma ruvidi e callosi, come piedi che
non hanno mai calzato scarpe vere.
Ho una teoria. Sta parlando con me. Distolgo gli
occhi da lui e dai suoi alluci. Immagini che mani e
piedi siano semplici blocchi mi dice. Come pale.
Si aspetta una risposta?
Che effetto crede ci farebbero gli alluci, Mai? O le
dita?
Mi giro a guardarlo. Chiedo scusa? A Wilmington,
le signore bene dicono Chiedo scusa? per farti sapere
che sei un maleducato.
Alluci. Dita. Sono convinto che li troveremmo
molto brutti.
Non capisco di cosa sta parlando gli rispondo.
Trovo brutti i suoi alluci anche cos.
Si sfila un sandalo e piazza il piede sullo schienale del
sedile anteriore, direttamente di fronte a me. Dovrei
sentirmi offesa, ma sono pi che altro sconcertata dal
suo piede. Adesso, in piena luce,  ancora pi brutto,
sembra il piede di un contadino. Lo contempla per un
momento. Poi dice La forma umana. Ne parliamo
come se fosse qualcosa di bello. Ma se lo si guarda oggettivamente,
un piede  strano, persino brutto.
Non so perch tiri in ballo le fattezze umane. Qui
non c'entrano le fattezze umane. Per provarglielo, sfilo
il piede dal mio zoccolo e lo premo sul sedile, a pochi
centimetri dal suo. Il dottore mi guarda e sorride.
Adesso ci sono due piedi scalzi appoggiati sul sedile davanti
a me. Dallo specchietto retrovisore, Long si chiede
cosa stiamo facendo. Il dottor Penzi punta il dito contro
i nostri piedi e commenta Guardi, sia il suo che
il mio sono al naturale. Niente smalto. Unghie corte.
Siamo nati con questi piedi. Non c' niente che non va
in nessuno dei due. Lo dico da essere umano a essere
umano. Ma se per un attimo prendo le distanze dalla
nostra specie, sono piuttosto brutti, non crede?
I miei piedi sono ben proporzionati, le unghie uniformi
e regolari, la pelle morbida e rosa. I miei piedi
non sono brutti ribatto ma i suoi, s.
Il dottore mi guarda di traverso, sorride divertito, e
rimette gi il piede. E va bene. Allora passiamo alle
mani. La sua destra scatta in alto e la osserviamo entrambi
scrupolosamente, come se stessimo ammirando
un'opera d'arte. Long fatica a rimanere concentrato
sulla strada. Ho delle belle mani dichiara il dottore
sollevando anche l'altra per farmelo constatare.
Ha delle belle mani. Le dita sono sottili, snodate, delicate
ma solide, adatte alla sua professione. Ora le
sue mi ingiunge.
Alzo la sinistra, con riluttanza. Mi mangio le unghie.
Ho la cicatrice di una ferita rimarginata male sul pollice,
me la sono procurata affettando le carote troppo
in fretta. E sulla punta dell'indice ho i segni di un taglio
profondo, di tanti anni fa, per aver mal calcolato
la distanza tra la mano e una mannaia. Avrei alzato l'altra
mano, se non fosse conciata ancora peggio a causa
di due brutte scottature. Cucino mi giustifico.
Una cuoca maldestra commenta. La mia mano
 pi bella. Adesso siamo pari.
Davanti, Long accende la radio: una folla schiamazzante,
annunciatori che blaterano giocosi. Il dottor
Penzi appoggia il braccio sul sedile del guidatore.
Long, potremmo avere una Coppa del mondo meno
rumorosa, per piacere? Nascondo le mani tra le
gambe, in dubbio su come comportarmi. Long traffica
col volume, ma la differenza si nota appena.
Il dottor Penzi si risistema sul sedile. Perch  tornata
in Vietnam?
Mi prende in contropiede. Per Shelley rispondo. La
mia voce  piatta, poco incoraggiante. Mi concentro su
quello che c' fuori dall'auto. Davanti a noi, vedo il
profilo indistinto delle colline. Il cielo  bianco latte. A
Wilmington, il cielo  quasi sempre blu, ma ne ricordo
pochi, di cieli blu, in Vietnam. Sorpassiamo un camion
di detenuti, costruito come una gabbia. Vedo mani che
stringono le sbarre.
Mentre li superiamo il dottore fischietta. Poi si concentra
di nuovo su di me. Non ha una famiglia,
qui?
S, ce l'ho. Ad Hanoi. Lei di dov'? Voglio cambiare
argomento.
Italia. E rivederli?  stato bello?
Attraversiamo una citt. Palazzi di cemento nuovi e
appariscenti sono coperti da chiazze nere di umido. Davanti
a un negozio pieno di abiti da sera a balze c' una
scritta a mano: Si noleggiano abiti da sposa. Mio
padre ha un enfisema gli dico.
Il dottore risponde pronto Se lo ritiene opportuno,
la prego di portarlo al mio studio.
Grazie. Da quel momento mi lascia in pace.
A quindici minuti dalla citt, un vecchio segnale stradale
francese annuncia che mancano sette chilometri
al capoluogo di provincia di Hoa Binh. Non sono mai
stata a Hoa Binh. Da bambina, questa parte del Paese
mi sembrava oscura e misteriosa, col suo valico di montagna
e il confine con il Laos. Erano le terre degli ngiri
dn toc, le minoranze Thai e Muong, di cui avevo letto
solo a scuola. Una volta o due, da ragazzina, ne vidi
un gruppetto camminare per Hanoi. I loro abiti avevano
degli intricatissimi ricami, i loro gioielli erano pesanti,
e portavano i bambini dentro sacche legate sulle spalle.
Io e i miei amici li seguimmo in punta di piedi, timidi
ma curiosi, cercando di cogliere qualche frammento
della loro lingua. Quando ero ancora pi piccola, e mi
comportavo male, mia madre mi minacciava di mandarmi
a vivere sui monti con gli ngiri dn toc. Questo
avvertimento aveva sempre il potere di convincere
una bambina discola a comportarsi meglio.
Mi piace l'idea di una citt chiamata "Pace" mi
dice il dottor Penzi.
Lo guardo. Pace?
Ngoc, la mia infermiera, mi ha detto che Hoa Binh
significa "pace" in vietnamita.
Ah. S, immagino di s. Come gli americani con
Chapel Hill, o Los Angeles - gli angeli - i vietnamiti
non badano molto al significato letterale dei nomi.
Hoa Binh ripete, poi sospira. Solo un Paese che
ha sofferto una guerra devastante come il Vietnam potrebbe
chiamare una citt "Pace".
Annuisco. Non vorrei essere scortese ma, insomma,
che ne sa un italiano della pace?  troppo giovane per
ricordarsi della Seconda guerra mondiale. Pace per
lui  qualcosa di romantico, come quegli attimi di
esaltazione che io e i miei amici provammo all'annuncio
che la guerra era finita. I ragazzi saltarono sui
banchi di legno e urlarono di gioia. Le ragazze si strinsero
in abbracci bagnati di lacrime. Ci aspettavamo
tanto. Ma cosa ne ricavammo, in effetti? Solo vuoto.
Fame. Rimettere a posto il disordine. Tutti i problemi
della vita - violenza, stenti, solitudine - erano stati sopportati
in nome della guerra. E quando fin, niente
prese il suo posto. Ancora pi stenti, pi lotte intestine,
ma nessuno ormai ci credeva pi.
Cosa ne pu capire un italiano? "Pace" dico.  un
nome molto bello.
Continua a guardarmi. Forse dal tono della mia voce
intuisce che ho sofferto molto. Non gli negher questa
soddisfazione. C' qualcosa di epico in una tragedia
su vasta scala come quella del Vietnam. Ma il mio
piccolo disastro personale? Be', non c' niente di epico
nella mancanza di buon senso e nella cattiva sorte.
Sebbene siano solo le dieci e mezzo quando arriviamo
a Hoa Binh, parcheggiamo su un largo viale alberato
per andare a pranzare. Appena scendiamo dall'auto, il
dottor Penzi spiega che nel villaggio al quale siamo diretti
per le visite non troveremo nulla da mangiare, cos
dobbiamo fermarci prima. Il mio appetito  piuttosto
energico mi confessa. Quando sono troppo affamato
sarei capace di attaccare il braccio di una persona al
piede di un'altra.
Mi blocco, la mano sulla portiera. Ci provi soltanto
lo avverto e il popolo Muong cucir il suo cervello
sulla schiena di un asino e lo trasciner fino in
Cina.
Il dottor Penzi mi guarda negli occhi attraverso il cofano.
Inclina la testa, con aria giocosa, e mi osserva cos
a lungo che mi scappa da ridere. Potrebbe essere un
guaio. Riuscireste, lei e Long, a ritrovare la strada del ritorno
senza di me?
Ce la caveremmo gli rispondo.
Alla fine dell'isolato, la citt si interrompe bruscamente
e la collina ci si staglia davanti, nascondendoci
ampi tratti di cielo. Il mio liceo aveva un libro di foto
sul Vietnam, e quella di Hoa Binh era sinistra. La citt
si adagiava tra colline scoscese avvolte nella nebbia, un
posto di anime vaganti, bello e tetro. Sognavo di visitarla,
allora. Sognavo di inerpicarmi per le colline,
zaino in spalla e senza timore dei fantasmi. Adesso che
ci sono, mi sembra solamente povera e triste.
Entriamo in un ristorantino di noodle, vuoto a quest'ora.
La maggior parte dei tavoli sono poco pi alti del
pavimento, circondati da seggioline, e il medico sceglie
l'unico tavolo all'occidentale, accanto alla porta con
una tenda che cela la cucina. Anche in queste sedie pi
grandi il suo corpo lungo  a disagio. Long si  avviato
verso un chiosco in fondo alla strada. Io mi siedo accanto
al dottore.
Dopo pochi secondi, una donna tarchiata di mezza
et in pantaloncini rosa compare da dietro la tenda.
Quando vede il dottor Penzi esplode in un sorriso e
batte le mani.
Cho bc si! - Salve, dottore - tuona. Ha la voce
di un fruttivendolo al mercato.
Buongiorno, amica mia risponde lui. Si alza di
nuovo e le stringe la mano, provocandole ogni tipo di
piacere e imbarazzo. Lieto di vederla. Entrambi si voltano
verso di me con aspettativa.
Ovviamente pretendono che io traduca. Ma con i
loro occhi piantati addosso mi sento stranamente in
difficolt. Come se una mano non funzionasse pi.
Vorrei che si muovesse ma non risponde.
Alla fine, la proprietaria del ristorante e il dottore si
separano con aria imbarazzata. Lui si siede. Lei si porta
accanto a una fila di bottiglie sul mobile bar e mima
il gesto di bere. Il dottor Penzi indica una 7-Up. Lei mi
guarda e faccio segno di s. Prende due 7-Up dal ripiano
e le porta in cucina. Il dottor Penzi si allunga sulla sedia,
incrociando le mani dietro la testa. Non dice
niente. Mi guarda.
La punta del mio zoccolo striscia su una macchia
scura del pavimento di cemento nudo. Forse sono un
po' nervosa ammetto.
Vorrei una ciotola di manzo ph e un panino col
pat, per favore dice.
Annuisco. Mi sento un'idiota.
La donna ricompare con le bottiglie stappate e due
bicchieri pieni di ghiaccio. Dica al dottore che ho fatto
il ghiaccio con l'acqua bollita, secondo i suoi desideri.
Adesso sussurra, come se il fatto che io capisca il vietnamita
sia un segreto tra noi due.
Riferisco al dottore, poi mi rivolgo alla donna. Vorremmo
due porzioni di zuppa di noodle e manzo. E il
dottore vuole anche un panino col pat dico in vietnamita.
La frase viene fuori pulita, scandisco ogni parola,
ma mi pare di avere la bocca imbottita di cotone.
La proprietaria torna in cucina e nessuno di noi proferisce
parola. Guardiamo fuori dalla porta aperta,
verso la strada silenziosa. La citt sembra pigra e lenta
in confronto alla garrula frenesia di Hanoi. Il dottor
Penzi sospira e allunga le gambe sul pavimento. Il suo
corpo  tutto spigoli. Mi solleva che non si senta in dovere
di parlare.
Insieme ai nostri piatti, la donna porta anche una
vecchia bottiglia piena di vino di riso fatto in casa. Il
dottore la prende dal collo e la osserva ammirato.
Questa cara signora fa il miglior ruyu del Vietnam
dichiara. La donna, compiaciuta dalla soddisfazione
che gli legge in viso, afferra rapida due bicchieri da dietro
il bancone.
Quando il dottore li vede, alza una mano e fa segno
di portarli via. Per favore, le spieghi cosa ci aspetta
questo pomeriggio mi chiede. Il rirou lo berremo pi
tardi. Poi si dedica alla sua zuppa.
La donna si  fermata, incerta sul da farsi, aspettando
che io le dica perch il dottore non vuole bere.
Deve visitare i pazienti, oggi pomeriggio riferisco.
Lo metta da parte per dopo.
Realizzando che quello del dottore non era un rifiuto
vero e proprio, sorride, poi rimette i bicchieri nel mobile
bar, avvicina una sedia al tavolo e si siede accanto
a me, piegata sulle ginocchia. E lei vive a San Francisco,
o a Parigi? mi domanda.
Guardo il dottor Penzi, che naturalmente non capisce.
Come fa a sapere che sono una Viet Kieu?
La donna butta indietro la testa, emettendo un mugolio
vagamente derisorio. Si protende verso di me e afferra
un lembo dei miei Levi's. Le ragazze qui non indossano
i blue jeans attacca. E non tagliano le unghie
cos corte. E infilano le camicie dentro i pantaloni.
Non amano le scarpe basse. A noi donne del Vietnam
piacciono i tacchi alti, ormai proclama, sollevando
con orgoglio un piede tozzo stipato dentro una dcollet
scalcagnata. Sto per dirle che ad Hanoi ho visto
donne con i jeans e le scarpe da ginnastica, ma siamo
in provincia, e la moda magari qui  diversa. In ogni
caso, le mie scarpe di gomma blu, appena comprate da
Land's End, non mi danno diritto di replica.
Sono brutte dice. Da quanto tempo ha lasciato
il Vietnam? mi chiede, come se dalla risposta potesse
stimare quanto ci avessi messo a perdere il buon gusto.
Ventitr anni.
Scoppia a ridere e sul suo viso spunta di nuovo
quella melliflua espressione di orgoglio. Ha visto
quante moto?
Il dottor Penzi ci osserva, ma quando mi volto a guardarlo
ritorna alla sua zuppa. Le sue mani si muovono
con cura, girano i noodle nel brodo, mi fa venire in
mente mio padre chino su una ciotola di phce mentre
ci spiega: Ragazze, il ph si mangia con stile, come un
maestro che dirige una sinfonia.
Da Hoa Binh ci vuole un'ora per raggiungere il villaggio,
ci addentriamo sempre di pi tra le montagne.
Long  tornato in macchina portandosi dietro un forte
odore di tabacco e molta voglia di chiacchiere. Come
si sta in America? mi domanda in vietnamita. Avr
venticinque anni, i capelli pettinati indietro e una camicia
di cotone ben stirata che probabilmente costa pi
di quella del dottore. Quanto guadagna al mese?
Scommetto che ha una macchina, non  vero?
S gli rispondo. Pensando a cosa mi aspetta il pomeriggio
comincio a innervosirmi. Non voglio commettere
errori imperdonabili che possano uccidere
qualcuno.
La strada si snoda sempre pi in alto. Spegniamo il
climatizzatore e lasciamo che l'aria limpida e fresca entri
dai finestrini. Alla nostra destra le pareti rocciose delle
colline sono piene di foglie, felci e cespugli di fiori
selvatici. A sinistra, c' un ripido pendio. Di tanto in tanto
scorgo campi e villaggi sotto di noi. A tratti guidiamo
in mezzo alle nuvole e riesco a vedere appena qualche
metro oltre il parabrezza. Frequenti scalate di marcia.
Scommetto che ha una TV per ogni stanza di casa.
Vero? A ogni sillaba la sua testa si muove verso di me,
ma chiss come riesce a tenere gli occhi sulla strada.
No gli dico.
Ma conosce gente che ne ha, giusto? Vietnamiti
pieni di soldi.
Penso al bilocale di Marcy e Gladys a Oakwood Manor.
 un residence economico popolato da studenti e
operai edili stagionali. Ma  vero, Marcy e Gladys
hanno una TV in ogni stanza. Credo di s rispondo.
Lunghi sibili di soddisfazione. Lo dica al dottore. Sostiene
che in Italia nessuno ha due TV. Non vuole credere
a quello che dico sugli usa. Alza il mento, parla
pi forte per raggiungere il sedile posteriore. Ehi, dottor
Dario! esclama. Il suo inglese  squillante ma
molto discutibile.
Il dottore sta di nuovo sonnecchiando. Non apre gli
occhi. Dimmi, Long.
In America hanno la TV in ogni stanza.
Il dottore apre un occhio e mi guarda. Davvero?
No.
Certe volte s! dichiara Long.
Alzo le spalle.
Long, perch t'importa tanto? sospira il dottore.
Long agita una mano, ma tiene l'altra sul volante.
L'argomento  interessante insiste, ma il suo tono di
voce si smorza, sconfitto dal fatto che nessuno sia
d'accordo con lui.
La strada scende un po' e ci addentriamo in una valle
in cui spiccano abitazioni e campi coltivati. Usciamo
dalla strada principale, proseguiamo per un paio di chilometri
lungo una strada sterrata per poi fermarci davanti
a una casa, in mezzo a un gruppo di costruzioni
dal tetto di paglia, tutte su palafitte alte due, tre metri.
Sotto le case, polli e qualche muso di maiale sul terreno
nudo e polveroso. Bambini, alcuni vestiti di abiti
sbrindellati, altri nudi, circondano immediatamente la
macchina. Accanto ai gradini che conducono alle abitazioni,
venti o trenta persone ci guardano. Siamo ad
anni luce dalla povert di Oakwood Manor. Anni luce
persino dalla povert di Hanoi.
Scendiamo dalla macchina. I bambini strillano tutti
eccitati e io non capisco una parola. Raggiungo il dottore,
gi chino sul borsone aperto. Non conosco la
loro lingua gli dico.
Mi guarda un secondo, poi torna alla borsa piena di
medicine e strumenti medici. Non si preoccupi. Qualcuno
di loro parla vietnamita.
Pochi istanti dopo, appaiono due uomini dal fondo
della strada, saltellano verso di noi e ci stringono la mano.
Ci guidano attraverso la gente e per le scale che portano
in casa. Sul portico ci sfiliamo le scarpe ed entriamo.
La casa consiste di una sola stanza, enorme e in penombra.
In fondo c' un fuoco aperto. Dal lato opposto,
una pila di materassini arrotolati poggia contro una
parete di finestre senza vetri, schermate con pannelli
di legno per non far entrare la luce. Il pavimento  fatto
di assi di legno lunghe e strette, dalla superficie levigata.
La luce del sole filtra attraverso gli interstizi tra
le assi, che cedono un po' quando ci si cammina sopra.
Long punta dritto al fuoco, si siede sulla panca accanto
e prende le sigarette dal taschino. Io seguo il dottore
e i due Muong nella parte anteriore della stanza,
dove ci sediamo su una stuoia che copre una vasta area
di pavimento. Una donna, con indosso una delle tipiche
gonne lunghe che vedevo agli ngimi dn tpe
quando ero bambina, spunta dall'oscurit e ci viene incontro.
Senza guardare nessuno, posa un vassoio col t
su una stuoia per terra, poi apre con cura le finestre,
lasciando che la luce ci scorra addosso. Sento delle urla
e un mormorio di gente provenire dal basso. Due o tre
ragazzini appaiono sulla porta, ognuno di loro ha in
spalla una delle scatole che erano nel borsone. Le posano
e il dottore comincia a prendere l'occorrente.
Sa, da quando vengo a curare i pazienti nelle campagne
non  mai capitato che rubassero qualcosa.
Nemmeno una confezione di bende mi dice.
Uno dei due giovani si fa avanti Mi chiamo Bac.
Sono il capo del consiglio del villaggio. Parla vietnamita
con un accento che non avevo mai sentito, ma
per fortuna non ho difficolt a comprenderlo.
Sono Mai.  la prima volta che faccio l'interprete.
Sorride gentilmente. Non importa. Ricontrolliamo
sempre ogni indicazione due o tre volte. Si gira e mi
presenta il giovane accanto a lui. Da vicino, non dimostra
pi di sedici anni. Lui  Sinh. Ha qualche nozione
di medicina, cos il dottore pu spiegargli cosa
fare per i pazienti nelle settimane a venire. Sinh sorride
timidamente, con lo sguardo basso.
Adesso il suono delle voci arriva dalla parete che costeggia
le scale. Anche se non vedo nessuno, riesco a distinguere,
tra le assi, lampi di colore, un gioco di luci
e ombre che lascia intuire la presenza di una folla sempre
pi fitta. Cominciamo dice il dottore. Faccio un
cenno di assenso a Bac e lui si alza, si dirige all'ingresso
ed esce. Lo sento fare un annuncio nella sua strana lingua.
Brusii e movimenti lungo le scale. Sulla porta
compare una vecchia e zoppica verso di noi.
Bac le fa segno di sedersi. Con qualche difficolt, si
accomoda su uno sgabello. Ha un piede davvero malmesso,
ruotato di almeno centottanta gradi, con le dita
adunche e legate, e lo tiene puntato sul pavimento
come una ballerina.
Mi ricordo di questa signora dice il dottore. La saluta
con la mano.
La donna esibisce un sorriso sdentato, annuisce e ridacchia.
Qual  il problema?
Guardo il dottore. Il piede?
Dario alza la mano e la lascia ricadere, respingendo
l'ipotesi. No, no. Con quel piede ci  nata. Cammina
bene. Percorre un paio di chilometri per arrivare qui.
Scopra qual  il suo problema attuale.
Emerge che la donna soffre di disturbi gastrici. Da
settimane non mangia altro che riso bianco. Dopo
qualche minuto di domande, il dottore le d un flacone
di pillole e le suggerisce di bollire l'acqua prima di
berla. Lei gli prende la mano e gliela scuote su e gi
come la leva di una fontana, poi zoppica fino all'uscita.
Il paziente successivo  un uomo che si  ustionato
la gamba mentre bruciava stoppie nella sua risaia.
Quindi un bambino col braccio rotto, una donna incinta
che mostra i segni di un travaglio prematuro, un
uomo che soffre di inspiegabili mal di testa, un adolescente
con un'intossicazione da alcol. Il dottore dedica
a ciascuno diversi minuti di attenzione, ascolta i sintomi,
fa la sua diagnosi e prescrive una terapia.  un
processo complicato. Tra tutti, parliamo tre lingue differenti.
Ogni domanda passa dall'inglese al vietnamita
al muong, poi le risposte seguono il percorso inverso.
Per non sbagliare, ripetiamo due volte ogni domanda.
Come si comporta di fronte a un caso veramente
grave? chiedo durante una pausa, mentre un nuovo
paziente si fa avanti.
Il dottore cambia posizione delle gambe. Chiaramente
non  abituato a stare seduto per terra tanto a
lungo, e quando stende le ginocchia avverto un leggero
scatto. Pu essere un problema mi dice. Come avr
notato, questa Repubblica socialista del Vietnam non
 pi molto socialista. Il mio servizio  gratuito, ma
l'ospedale si paga. Cerchiamo in tutti i modi di risolvere
il problema qui.
Nel corso delle ore, un flusso ininterrotto di malattie
e ferite si fa strada per le scale e attraverso la porta.
Lungo il tragitto avevo visto solo dieci, dodici case in
tutto il villaggio, ma in fila ci sono decine e decine di
persone. A sentire Bac, alcuni affrontano ore di cammino,
dai loro piccoli villaggi, pur di aggiudicarsi uno
di questi brevi consulti. Dario visita meticolosamente
ognuno di loro. La coda, che risuona di voci man
mano che scorre per le scale e circola dentro casa, lentamente
si esaurisce. La luce fuori  diventata tanto
fioca che Bac deve accendere una lampada a petrolio
perch il dottore possa leggere le etichette dei medicinali
ed esaminare i corpi dei pazienti. Dall'altro lato
della stanza, il padrone di casa soffia sulla fiamma e vi
sistema sopra una pentola. L'odore del riso si diffonde
immediatamente nell'aria. Long, che ha approfittato
del tempo a disposizione per schiacciare un sonnellino
su una stuoia in un angolo, si mette a passeggiare su
e gi per la stanza, impaziente di ritornare ad Hanoi.
Alle sei stiamo finalmente riponendo gli strumenti
di Dario e le poche medicine rimaste, quando dalla
porta giunge il suono di una voce sconvolta. Bac va a
vedere, poi conduce da Dario una giovane coppia, sui
vent'anni al massimo. Sono scalzi, le facce sudate e
sporche di terra. La ragazza indossa una gonna tradizionale
e una maglietta gialla, nonostante l'aria di
montagna stia rinfrescando. Il ragazzo porta pantaloni
militari e una camicia sgualcita. Sulla schiena regge
una bambina addormentata in un fagotto di tela.
Bac si accovaccia accanto a me e Dario. Vengono
da un villaggio a dieci chilometri da qui.  per la loro
bambina. Ha tre anni. Un po' di giorni fa  scivolata
su un pezzo di metallo che le ha squarciato il piede.
Mentre spiego la situazione a Dario, la madre estrae
delicatamente la bimba dal fagotto. Un odore putrido
riempie la stanza. La met inferiore della gamba della
bambina, molto gonfia,  fasciata con diversi strati di
stoffa ben stretti. Dario mormora qualcosa in italiano.
Si alza e prende la bimba dalle braccia della madre, poi
la adagia sulla stuoia. Ignora per un momento il piede
e solleva le palpebre della bambina, e, non notando
reazioni, controlla il polso. Continua il suo esame e
senza alzare lo sguardo mi dice Questa stoffa le ha
bloccato la circolazione del piede. L'infezione  grave.
Ha perso conoscenza. Dovr tagliare le bende. Fate
uscire i genitori.
Trasmetto l'informazione a Bac, ma i genitori, seduti
qualche metro pi in l, si rifiutano di muoversi, gli occhi
fissi sulla bambina. Bac prende un'altra lampada
a petrolio. Nella luce fioca e fumosa, Dario scioglie lentamente
la stoffa. All'inizio viene via facilmente, ma non
appena raggiunge gli strati pi profondi, rimane appiccicata.
L'odore diventa insopportabile. La madre si
mette a piangere. Servendosi di un paio di forbici, Dario
taglia con cautela il resto della stoffa. Sembra non
finire mai. La pelle della bambina  come irraggiungibile.
Ma poi mi rendo conto che gran parte del piede
 gi scoperto e che la stessa pelle  nera e a chiazze come
la stoffa. Pochi secondi dopo, la madre, realizzando come
stanno le cose, urla, si alza, porta le mani alla bocca,
si lancia verso sua figlia. Il marito la trattiene, e Sinh
li accompagna dall'altra parte della stanza.
La bimba comincia a muoversi. Non apre gli occhi,
ma agita la testa e le braccia. Mai, tienila ferma mi
ordina Dario. Mi avvicino e mi chino sulla bimba,
bloccandole le braccia con delicatezza. La testa della
bambina si solleva e ricade a scatti, e io porto le labbra
vicino al suo orecchio. Da non so quale anfratto
della mia memoria riemerge la melodia senza parole di
una delle ninne nanne di mia madre. Chiudo gli occhi
e non sento altro che il suono del mio canto e il
dottore che mormora tra s in italiano. Gli spasmi della
bambina si placano. Sto piangendo, ma non posso lasciarle
le braccia per asciugarmi le lacrime.
Dopo un tempo interminabile, sento una mano toccare
la mia. Dario mi sorride gentilmente. Va bene. Va
bene cos mi rassicura. I battiti sono pi regolari, ma
se non la portiamo subito in ospedale morir stanotte.
Prende una coperta da una scatola, solleva la
bambina e la avvolge. Su mi dice. Andiamo,
adesso.
Lungo la strada per l'ospedale di Hoa Binh, Dario 
seduto davanti con Long. Io sto dietro con i genitori e
la bambina. Nessuno fiata. La madre tiene le labbra sul
capo della bimba e mormora canzoni che sembrano
preghiere.
Alle nove e mezzo lasciamo Hoa Binh. Adesso la bambina
 attaccata alla flebo, in ospedale un medico vietnamita
si sta occupando di lei. Nell'atrio, appena
prima di andarcene, vedo Dario che passa un rotolo di
dollari ai genitori. Mentre la nostra Toyota si dirige
verso Hanoi, Long chiede al dottore, che ha ripreso posto
dietro, una prognosi. Il dottore si appoggia allo sportello
e si sfrega gli occhi. Credo che ce la far risponde
ma temo che perder il piede.
Riusciamo a lasciare le montagne con un ultimo residuo
di luce, ma poi non c' nemmeno la luna a guidarci.
Ciclisti e pedoni continuano a procedere al margine
della strada, entrando e uscendo dal cono luminoso
dei fari. La macchina attraversa un piccolo villaggio.
Un paio di bambini si lanciano una palla
proprio sul ciglio della carreggiata, sotto gli occhi dei
genitori, seduti nel cortile di casa. La vita non  altro
che incidenti che aspettano di accadere.
Metti l'opera, Long, per favore e Long spinge una
cassetta nel mangianastri. In pochi secondi l'aria si
riempie di musica. Nessuno dice niente, poi Dario si
abbassa a cercare qualcosa ai suoi piedi e prende la bottiglia
di vino di riso e il sacchetto con i panini che Long
ha comprato mentre noi eravamo in ospedale. Avrei
voluto invitarla a cena ad Hanoi, stasera. Dopo quello
che ha fatto, mi piacerebbe poterla ringraziare. Ma 
tardi e sar gi una fortuna se la riporteremo a casa
prima di domani. Stappa la bottiglia e me la offre.
Possiamo considerare il ripou e un panino un surrogato
di una cena fuori?
Non esito un secondo ad accettare il ru'O'u. Forse 
soltanto la stanchezza, ma la sua voce  gentile e sono
felice che, con tutte le difficolt di questo pomeriggio,
sia contento della mia prestazione. Non so perch sia
tanto importante per me, ma lo . Non avrei mai immaginato
che stare cinque ore seduta su una stuoia potesse
essere tanto estenuante, o che potesse darmi questo
senso di gratificazione. Senza guardarlo, prendo la
bottiglia e ne bevo un sorso. Il liquore ha un sapore
dolce mentre mi scivola in gola e in pochi secondi il
suo calore si diffonde in tutto il corpo. Mangiamo i panini
passandoci e ripassandoci la bottiglia. Che musica
? chiedo. Sembra molto triste.
La Traviata. Significa "la donna perduta".  una
storia d'amore, tragica, naturalmente. Quando vivevo
in Italia non ascoltavo mai l'opera. Mi sembrava
sciocca e anacronistica. Ma adesso che sono lontano,
la trovo molto bella. Ogni tanto ho bisogno di qualcosa
che mi ricordi casa. Prende un altro panino dal sacchetto
e gli d un morso. E tu? In America ti capita
di aver bisogno di qualcosa che ti parli del Vietnam?
Cucino.
Dario beve un altro sorso di vino. Due o tre uomini
si alternano nel canto, ma non capisco una parola.
Come mai non vivi in Italia? gli domando.
Scuote la testa mentre mi passa la bottiglia. Non ci
vivo pi da dieci anni.
Perch? Ho appena finito il mio panino. Appallottolo
il tovagliolo e il sacchetto e, non sapendo cos'altro
farne, li infilo in tasca.
Mia moglie e io abbiamo lavorato al pronto soccorso
a Siena per anni.
Non capisco se abbia deliberatamente ignorato la
mia domanda o se non abbia sentito. Poi ricomincia.
Leggevo della guerra in Bosnia e decisi che saremmo
dovuti andare a dare una mano. Mia moglie non voleva.
Voleva metter su famiglia. Ma io cercavo l'avventura.
"Possiamo metter su famiglia in qualsiasi momento.
Ma quante opportunit abbiamo di assistere
chi soffre?" Hai presente? Quel genere di discorsi. So essere
molto convincente, o molto testardo, cos, infine,
acconsent a partire volontaria per sei mesi, Medici
senza frontiere. Scopr che le piaceva molto. Piaceva
anche a me. Ci sentivamo dei supereroi, salvatori del
mondo. Almeno, io mi sentivo cos. Una vita di quel genere
ti travolge, in qualche modo. Ti sembra giusto aiutare
la gente, anche se lo fai per le ragioni sbagliate.
Annuisco, pur non capendo esattamente cosa intenda.
Io ne ho avuto abbastanza della guerra, ma immagino
che qualcuno la trovi emozionante. Il mio corpo  tiepido
e intorpidito. Perch il Vietnam, dunque?
chiedo. Tu e tua moglie vi siete stancati della guerra?
Dario scuote la testa. Beve un altro po' di vino,
quindi dice Mia moglie  morta l.
Lo guardo. Non lo sapevo. Mi dispiace.
La sua seconda baguette, mangiata per met, giace
dimenticata nel sacchetto di plastica sulle sue gambe.
Guarda fuori dal finestrino. Poi riprende Quando vai
in una zona di guerra, sai che pu succedere qualcosa
di brutto. Ma ci pensi in generale - una volta o l'altra
potrei farmi male. Giorno dopo giorno, te ne dimentichi.
E quel giorno stavamo partendo per una vacanza,
tornavamo in Italia per due settimane. Chi ci pensava
pi al pericolo? Ottenemmo un passaggio su un
aereo da venti posti delle Nazioni Unite diretto a Zagabria
da Sarajevo, ma durante il tragitto ci fu un guasto
al motore. I piloti tentarono un atterraggio d'emergenza
in un campo. Non era morto nessuno. Si volta
e sorride triste. Ci parve un miracolo. Si gira di nuovo
a guardare la notte. Giuliana aveva il sedile davanti
che le bloccava le gambe. Non poteva muoversi. Ad altri
passeggeri era capitato lo stesso, erano intrappolati.
Io e Giuliana piangevamo. Era un miracolo. Eravamo
ancora vivi. Molti feriti, ma tutti erano ancora vivi.
Dario prende il suo panino e fa per mangiarlo, poi
lo richiude nel sacchetto e lo getta per terra. Il suo tono
di voce  piatto, come quello di chi legge un discorso,
senza intonazione. I piloti uscirono dal finestrino
anteriore. Li vedevamo, l fuori, che cercavano di sistemare
la radio per chiamare i soccorsi. Giuliana mi
disse di andare a parlare con loro, per capire cosa avessero
in mente, e poi a cercare garze e disinfettante da
qualche parte in cabina. La baciai - a volte dimentico
i dettagli, ma questo lo ricordo - baciai mia moglie,
quindi uscii dall'aereo. Era un campo molto grande, in
una valle. Non si vedevano citt n villaggi n auto, ma
la radio funzionava. Mi trattenni con i piloti, tentavamo
di ristabilire la comunicazione. Stavo facendo
proprio questo. Controllavo quella radio. Non so,  passato
un minuto, forse due. Non lo sapr mai con certezza.
E poi udimmo quel rumore: "whooosh!" E la
fiammata, l'aria come acqua bollente, fummo sbalzati
dall'altra parte del campo. Quando alzai gli occhi, vidi
che l'aereo era solo fuoco, nient'altro che fuoco. E
mia moglie era l dentro. La sua mano fino a quel momento
era rimasta sul suo viso. Adesso la lascia ricadere
in grembo. Buffo raccontare ora questa storia.
Non so perch gliela sto raccontando.
Mi dispiace gli dico.
La testa si abbandona sul sedile. Sono gi passati
tanti anni, sa. Tutto sommato non fa pi troppo male.
Ma in Italia non ci torno.
Ci passiamo la bottiglia ancora un paio di volte. Dario
sospira. Io chiudo gli occhi e di colpo ho la sensazione
di nuotare nella voce triste del cantante lirico. Il
suono  acqua, aria. Non ho neanche bisogno di respirare.
A un certo punto, mi sembra di sentire la sua
mano sfiorare la mia, ma la mia mente sta gi fluttuando, sospesa tra la veglia e i sogni.
...
.
...
CAPITOLO 15.
...
.
...
Shelley.
...
.
...
Non mi spiego quello che ho fatto oggi.  cominciata
male - o tristemente, non so - ed 
finita peggio. Ho perso la testa, temo.
Quando Mai  partita col dottore, sono tornata in albergo
e ho trovato sul banco della reception una busta
FedEx indirizzata a me. Dal modo in cui il personale
si aggirava intorno al plico, si sarebbe detto che
avessi ricevuto un'onorificenza dal presidente. Il direttore,
Tri, mi ha spiegato che le consegne di pacchi
tramite corriere internazionale qui sono una rarit. Evidentemente
anche una busta insignificante esercita su
di loro un certo fascino. Le giovani donne che lavorano
dietro il banco mi guardavano con maggiore rispetto.
Ho visto subito che era di Martin. Anche se gli impiegati
stavano palesemente aspettando che l'aprissi,
l'ho presa dal banco e sono corsa di sopra. Un'infinitesima
parte di me continuava a sperare che la busta
contenesse buone notizie, un itinerario di volo per il
Vietnam, magari. Ma gi soltanto l'idea di toccare
qualcosa che anche lui avesse toccato da poco mi metteva
in agitazione. Ero arrabbiata, ferita, mi dicevo
che con lui era finita per sempre. Ma allo stesso tempo mi mancava.
Ho chiuso la porta, mi sono seduta sul letto e ho
aperto la busta. Conteneva un malloppo di fogli del
bloc notes che Martin usa per lavoro, pinzati e ripiegati
in due. Con la sua grafia minuta, da maestro di
scuola, ha riempito quasi una dozzina di pagine. Sono
andata a versarmi un bicchiere d'acqua, poi mi sono rimessa a sedere e ho letto.
Cara Shelley,
ascolta. Ti prego, ascolta. All'inizio della nostra storia
mi chiedesti del periodo che ho trascorso in Vietnam
e io non riuscii a dirti nulla, anche se sapevo che
avrei dovuto. In un paio di occasioni ho pensato di sollevare
io stesso l'argomento. Una volta passai un sabato
intero in ufficio (non ricordo con quale scusa)
a scriverti una lettera in cui raccontavo tutto. Poi la
gettai. Eravamo sposati soltanto da un anno. Mi rendevi
cos felice. Probabilmente mi terrorizzava l'idea
di poter rovinare tutto. Chiaramente ero un pessimo
conoscitore della natura umana. Il dolore ritorna comunque,
anche a distanza di anni. Non ti ho mai
detto nulla perch avevo paura. E adesso ho paura che
non potrai mai comprendermi, che io abbia perso la
mia occasione. Quando hai chiamato per chiedermi di
venire laggi, mi sono rifiutato. Mi sono rifiutato di
fare, come hai detto tu, l'ultimo favore che mi avresti
chiesto. E adesso ho il coraggio di chiedere a te di
fare una cosa per me. Puoi farlo per me, Shelley ? Leggerai
quello che sto scrivendo?
Sono seduto nel mio studio. Fuori la pioggia ha trasformato
il nostro giardino in erba viscida e fango. Ti
piacerebbe. Ricordi la volta in cui mi hai trascinato
fuori durante un temporale insistendo perch ci lavassimo
i capelli? Ricordi com'era, e come tu ti mettesti
a cantare? Non avevo mai visto nessuno pi felice
di quanto fossi tu in quel momento. Eravamo
grondanti e felici, zuppi fino alle ossa.
Adesso la notte  tetra. Credo sia meglio cominciare.
Mi avevano assegnato a Danang, alla base di
China Beach, quella del telefilm. Non era un brutto
posto in realt e laggi non soffrivo poi tanto. Non
in senso fisico, almeno. Quando la gente pensa al Vietnam
di allora immagina ragazzini di pattuglia che
mangiano razioni di cibo dalle scatolette, sporchi,
malati, in marcia sulle mine, rischiando la vita ogni
giorno. Eri giovane, ma sono certo che sai di cosa
parlo. Magari mi hai immaginato in una situazione
del genere, ma ecco quello che facevo: lavoravo con
l'aria condizionata. Ho affrontato meno rischi delle
infermiere, dei generali, dei cervelloni dell'artiglieria
che calcolavano le traiettorie delle bombe. Nessuno
considerava l'obitorio un obiettivo in cima alla lista
del nemico. Perch sprecare munizioni con gente gi
morta? Andai in Vietnam, ma non feci nulla di eroico.
A lungo ho rimpianto di aver rivelato quale fosse l'attivit
di famiglia. Ero al sicuro, ma non avevo una vita
sociale. Gli altri ragazzi della mia et si tenevano alla
larga. Non mi vedevano come un diciannovenne qualunque.
Ascoltavo i Creedence. Mi eccitava Raquel
Welch. Avrei fumato volentieri anche una canna, se
qualcuno me ne avesse mai passata una. Le reclute che
conobbi a Basic mi chiamavano Brivido o Mani da
brivido. Un ragazzo di nome Pepper, dell'Arkansas,
mi chiamava "Sneed". Non ho mai capito perch.
I ragazzi erano superstiziosi. Pepper non si cambiava
la biancheria. Pare avesse in mente di fare il suo
periodo di servizio con lo stesso paio di Fruit of the
Loom che portava l'ultima notte trascorsa con la sua
fidanzata a Little Rock. Sentii dire che Pepper aveva
rimorchiato una squillo al Queen Bee Bar e che lei lo
aveva mollato sul pi bello. Dopodich nessun'altra
ragazza del Queen Bee volle pi avvicinarglisi. Non
seppi mai se fosse vero o no, ma mi sembrava sempre depresso.
Suppongo che fossi depresso anch'io, forse non ero
un caso clinico, ma ero infelice e scoraggiato. Facevo
i miei turni regolari e quand'ero in libera uscita gironzolavo
nei paraggi. Non avevo amici. Evitavo gli
altri addetti al mio reparto. I lavoratori del settore che
avevo conosciuto in patria erano persone perbene che
si preoccupavano della loro comunit e cercavano di
fare il possibile per aiutare la gente ad affrontare il dolore.
Questi non avevano nessun contatto con le famiglie
dei defunti. Erano militari di carriera, che ricomponevano
cadaveri e li mandavano negli Stati
Uniti. Non organizzavano funerali o funzioni commemorative.
Non tenevano la mano alle vedove o restavano
in fondo alla chiesa ad assistere al dolore dei
congiunti. Per quel che ricordo, non facevano praticamente
altro che bere. Se mai parlavano, parlavano
di football e confrontavano le diverse marche di formaldeide.
Resistevano al massimo quattro anni, laggi.
A quel punto erano gi diventati alcolisti e avevano
commesso una sciocchezza di troppo. L'esercito
li rispediva in patria, dove finivano la carriera in un
ospedale per veterani, a imbalsamare reduci morti
d'infarto e di malattie del fegato. Mi tenevo a distanza
da loro. La mia era una missione di dodici mesi e contavo
i giorni che mi separavano dal ritorno a casa.
L'unico che avesse retto pi di quattro anni in
Vietnam era un uomo anziano, Avery. Avery, mi
piace questo nome. Avevo sentito dire che Avery aveva
combattuto durante la Seconda guerra mondiale e in
Corea, dunque doveva avere circa sessant'anni. Abbastanza
per andare in pensione, certo. Era alto,
quasi calvo, magro e forte. Hai presente Hudson, il
maggiordomo della vecchia serie Upstairs, Downstairs
che guardavamo in TV? Ecco, quel maggiordomo
mi ricordava Avery. Avevano la stessa espressione:
ferma, saggia, seria ma bonaria. (Questa somiglianza
probabilmente spiega il mio comportamento ambivalente
quando portasti a casa le videocassette - sono sicuro
che te ne ricordi. Non volevo guardarle, ma le
guardavo.)
Avery aveva perfino lo stesso atteggiamento di Hudson.
Non nel senso che mi portasse il caff o cose simili.
Voglio dire che aveva uno stile da maggiordomo.
Era discreto, educato, informato su una vasta gamma
di argomenti, curioso di tutto. Mi faceva mille domande
su Wilmington, sulla mia famiglia, sulla
spiaggia. Mi passava i suoi vecchi numeri del National
Geographic e fu grazie a lui che cominciai a
leggerlo. Aveva un portamento eccezionale. Era pi
vecchio di tutti noi di almeno vent'anni, ma lavorava
come un mulo. Immagino che abbia imbalsamato
migliaia di cadaveri nel corso della sua carriera.
Quando penso al muro dei nomi al Vietnam Veterans
Memorial a Washington, mi chiedo quanti di quei ragazzi
abbia preparato per la sepoltura.  un peso che
non l'ha mai schiacciato.
Fondamentalmente, l ero solo, e non ero avvezzo
alla solitudine. A casa, ai miei amici piaceva visitare
l'obitorio. Se riuscivano ad avvistare un cadavere,
meglio ancora. Alle superiori - ma credo di avertelo
raccontato - l'unica volta che ebbi un problema fu in
seconda, quando Mrs Hicks si convinse che una visita
alla Marino Se Sons sarebbe stata un'esperienza utile,
avrebbe aiutato i miei compagni a familiarizzare
con l'idea della morte. Avr anche avuto ragione, ma
da quel giorno non riuscii a ottenere un appuntamento
da una ragazza per mesi.
Negli Stati Uniti la gente considera la morte qualcosa
di sinistro. Ma la sente anche come una cosa lontana,
un evento sfortunato, qualcosa che accade ai
nonni, ai bambini che si tuffano dalla parte sbagliata
di una piscina e ai banchieri dal cuore debole. Negli
usa la gente pu trascorrere i primi cinquanta, sessanta
o anche settantanni della propria vita fingendo
che la morte non esista. In Vietnam invece non la potevi
evitare, come non puoi evitare il caldo o un
brutto sogno. Credo che i ragazzi facessero davvero fatica
a dimenticarsi della morte. Mi vedevano come
uno sgradevole promemoria della fine che avrebbero
potuto fare: dentro un frigorifero del grande edificio
grigio in fondo a China Beach. Tutti volevano evitare
il registro dei morti. E cos evitavano anche me.
Ricordo che la notte dell'ultimo dell'anno andai allo
spettacolo organizzato per le truppe e mi sedetti a un
tavolo per conto mio. Ripensandoci adesso, lo trovo
solo buffo. Che importanza aveva, in fondo? Ma
avevo diciannove anni. La notte di Capodanno sembrava
un grande evento, allora.
A parte la mia vita sociale, o la sua assenza, la cosa
pi difficile del Vietnam era dover preparare le salme
di persone che avevo conosciuto. Migliaia di soldati
partirono per il Vietnam, l'equivalente di una citt di
medie dimensioni - di certo pi grande di Wilmington
- eppure non era raro trovarsi a fissare un viso familiare
su una lettiga (perch sono morti in tanti, laggi).
Mi ci volle un po' per farci l'abitudine. A casa,
ogni volta che si presentava un caso che secondo pap
avrebbe potuto turbarmi, se ne occupava lui. Quando
il mio amico Ben Anson mor di leucemia, mi limitai
a sedermi con tutti gli altri studenti di New Hanover
stipati dentro la minuscola chiesa.
Avrei voluto che mio padre fosse l con me, a China
Beach. C'erano settimane in cui mi capitava di riconoscere
due, tre o pi nomi tra quelli che arrivavano
in lettiga - Ellis, il mio compagno al campo di addestramento,
che mise un piede su una mina nei pressi
di Doc Lai; Jackson, il mio vicino sul volo da Okinawa,
che fece esplodere la sua granata mentre si trastullava
fingendo di togliere la spoletta; e Pepper, che
perse la testa, letteralmente, rialzandosi troppo presto
dopo che il luogotenente aveva detto che Charlie
se l'era data. Allora fui in grado di risolvere il mistero
dei boxer di Pepper. Erano un po' ingrigiti, e logori per
i troppi lavaggi, ma non puzzavano pi dei miei. (So
che questo genere di informazioni  fuori tema",
come direbbe Theo, ma chiss perch, ora che ho cominciato,
ogni dettaglio mi sembra rilevante. Probabilmente
dovrei farmi vedere da uno psichiatra.)
Un giorno, imbalsamai Holcomb, il clown che cantava
la versione oscena di Rudolph, il cucciolo dal
naso rosso alla gara di dilettanti. Il povero Holcomb
si era beccato il proiettile di un cecchino nell'occhio sinistro.
Non era nemmeno in azione, in quel momento.
Era seduto per terra a scrivere una lettera a sua
sorella. Mi chiesi a lungo che razza di persona potesse
sparare a un ragazzo che scrive una lettera. Non ci
sono limiti, in guerra. Nemmeno uno.
Una parte di me era contenta che fossi io a ripulirli
e imbarcarli, a renderli presentabili per le loro famiglie.
Ma mi sentivo in colpa, vedendoli ridotti in quel
modo. In vita, quei ragazzi erano forti e spavaldi. Gli
psicologi della base la chiamavano la corazza del soldato".
Serviva a nascondere la persona reale, e io
non ci vedevo nulla di male. L'importante era che quei
ragazzi potessero superare le settimane che li separavano
dal momento in cui avrebbero levato le tende per
tornare a casa. Cosa importava se non vedevo la persona
autentica? Mi sarebbe bastato passare il resto
della vita a pensare a Holcomb come il buffone che un
giorno allung un piede e mand Tony Morton a faccia
in gi nella latrina degli alloggiamenti. Ne sarei
stato soddisfatto.
Invece Holcomb - Holcomb, lo spaccone - arriv in
lettiga e dovetti lavorarci un paio d'ore. Holcomb era
grande e grosso, con muscoli da Braccio di ferro e
un'abbronzatura perfetta. L'avevo visto fare surf nei
suoi giorni liberi, o sonnecchiare al sole, un braccio allungato
sugli occhi e l'altro a reggere una lattina di
Bud. Potendo, avrei preferito ricordare Holcomb cos.
E invece ricordo le sue unghie. Rosicchiate fino all'osso.
Persino la pelle intorno alle cuticole era mordicchiata
tanto da essere rossa e infiammata, come se l'avessero
scartavetrata. A pensarci bene, sembrava la carne di
una bistecca cruda. Mi chiedevo se non gli facesse
male. Mi chiedevo quando trovasse il tempo di farlo.
Non potevo evitare di immaginarmi Holcomb, seduto
al buio su di un Patrol, sveglio e sul chi vive, a rosicchiare
e rosicchiare, augurandosi che la notte passasse.
E non dimenticher mai la sua ferita, il buco dove
prima c'era il suo occhio, e l'espressione su quel che rimaneva
del suo volto: le labbra serrate per la concentrazione,
l'occhio destro strizzato.
Quando ebbi finito con Holcomb, il vecchio Avery
gli diede un'occhiata e disse Ottimo lavoro, Martin.
Non era semplice. Avery era molto gentile, e lo apprezzavo.
Nessun altro in Vietnam mi chiamava Martin.
Martin, per favore, puoi passarmi lo scalpello ?
mi diceva. Era un galantuomo. Un uomo gentile. Ai miei
occhi, tutti gli altri addetti al reparto sembravano dei
bruti rispetto a lui. Lo sforzo fisico richiesto da quel
lavoro poteva annientarti. Niente a che vedere col lavoro
che ho fatto dopo, a casa. Bisognava essere abbastanza
forti da sistemare cadaveri di novanta, cento
chili nella giusta posizione sul tavolo, tutto da solo.
Trasportare litri e litri di solventi dai magazzini alla
sala di preparazione. E nelle giornate peggiori si poteva
rimanere in piedi nello stesso punto per ore e ore.
Le giornate peggiori arrivavano decine di cadaveri da
quella porta. La fatica poteva buttarti gi completamente,
non ti bastava l'adrenalina per andare avanti.
Il nostro colonnello diceva che era nostro dovere far
sembrare di nuovo esseri umani quegli "eroi americani
caduti che tornavano a casa. Ma cosa potevamo
fare in un caso come quello di Pepper; che ci arriv senza
testa? L'America si definiva la capitale del mondo
libero, ma non eravamo in grado nemmeno di far riconoscere
Pepper dalla sua ragazza di Little Rock. Era
una sfida che spesso avevo la sensazione di perdere, mi
sentivo sconfitto. Di tutti noi, Avery sembrava l'unico
in grado di reggere. Poteva trascorrere un intero pomeriggio
a levigare il viso di un ustionato, cercando di
simulare una pelle sana. Raschiava la sporcizia da sotto
le unghie di soldati che non si lavavano da settimane.
Si concentrava su dettagli che noi, troppo indaffarati
o abbattuti, trascuravamo sistematicamente.
Non voglio dipingermi come uno che era sempre depresso
e assolutamente patetico. Scrivevo lettere, soprattutto
a Janet e mia madre. Ne ricevevo molte, e
questo bastava a farmi andare avanti. Ricordo che mi
stupivo delle poche novit che venivano da casa, ma
leggevo e rileggevo ogni parola. Per San Valentino, mi
arriv un bigliettino da una donna di una parrocchia
dell'indiana, e mi parve un'assurdit.
Anch'io dovevo essere piuttosto assurdo. Un giorno,
probabilmente per noia e disperazione, seguii Avery
fino ai cancelli della base. Di tutti gli addetti alle
salme, Avery sembrava l'unico ad avere una vita. Mi
incuriosiva. Quando finiva il lavoro e usciva aveva
sempre i pantaloni ben stirati e una polo pulita. Avr
avuto sessant'anni, ma si muoveva come un ragazzino.
Quando arrivai in strada, l'unica cosa che vidi
fu la sua testa calva mentre sfrecciava via su un risci
a pedali (un taxi-bicicletta a tre ruote. Si andava
in giro cos, all'epoca. Forse anche adesso).
Quel giorno non lo seguii. Non l'avrei confessato a
nessuno, ma non avevo mai lasciato la base da quando
ero in Vietnam. Tre mesi. Avevo troppa paura. Ero
sempre in ansia. Passavo tanti giorni tra cadaveri di
ragazzi della mia et che non potevo fare a meno di
pensare che anche io sarei finito su una lettiga. Non
si sa mai. I Viet Cong potevano essere in agguato. Un
tizio mi aveva detto che ogni volta che si sedeva sul
gabinetto controllava - qualcuno poteva annidarsi l
dentro - e l'idea non mi sembrava affatto irragionevole.
Per pareva esserci un mondo interessante, l fuori.
Ero stufo di passare il tempo libero a giocare a flipper
da solo. Finalmente, un pomeriggio in cui il caldo
dava un po' di tregua, lasciai la base. Erano giorni che
rimuginavo. Decisi che sarei uscito per un'oretta,
avrei fatto un giro in risci, dato un'occhiata intorno
e sarei tornato per cena. Sembrava piuttosto facile.
I guidatori di risci erano parcheggiati in fila lungo
il cancello, a oziare nei malconci sedili di vimini per
i passeggeri. Non appena mi videro, quattro di loro
balzarono in piedi e mi corsero incontro.
Queen Bee?
Queen Bee?
Ti piace il Queen Bee? Ti ci porto per poco".
Mi stavano cos addosso che feci un passo indietro.
Scossi la testa. Voglio solo fare un giro in citt" risposi.
Tre guidatori si misero a confabulare, cercando di
decifrare la mia frase. Evidentemente il loro inglese
non andava oltre Queen Bee. Il quarto, con un cappellino
dei Dodgers, mi sorrise e chiese Giro in
citt?
Annuii.
Il suo sorriso si fece pi ampio. Andiamo, amico!
esclam.
Mi ricordai di cosa ci avevano detto alla lezione di
Cultura e tradizioni al nostro arrivo in Vietnam.
Ci si aspetta che contrattiate. Quanto vuoi? domandai.
L'uomo aggrott le sopracciglia e si freg il mento.
Aveva la faccia unta e l'occhio pigro. Cinque dollari
mi disse. Gli spiccioli non gli bastavano.
Un dollaro replicai.
Rise sonoramente. Un occhio guardava me, l'altro
un bottone sulla mia camicia. "Tre dollari. Un'ora!
Lo seguii fino al suo risci.
Ci dirigemmo a nord, lungo la strada principale,
disseminata di banchetti che vendevano bibite e souvenir.
Dopo qualche minuto, svoltammo a sinistra e
attraversammo il ponte che portava a Danang. Da l
potevo vedere la citt distendersi lungo le due rive del
fiume. Il suo profilo era basso, solo un paio di edifici
pi alti e la guglia di una chiesa che si innalzava verso
il cielo. Sul fiume sotto di noi, barchette di legno
sgangherate e piccole imbarcazioni dell'esercito usa risalivano
la corrente. Il vento soffiava sul mio viso.
Non ero mai salito su un risci fino a quel momento.
Mi domandavo se il guidatore mi trovasse pesante.
Come ti chiami, amico? Si curv verso di me per
parlare. Il suo alito sul mio collo sapeva di sigarette e
aglio.
"Martin  gli risposi.
Marty? Conosci Marty Kansas? Quello grosso,
Marty Kansas ? Girarsi per parlargli era scomodo,
cos mi limitai a scuotere la testa. E tu, come ti
chiami? urlai controvento.
Charlie!" esclam stridulo. Scandiva le sillabe,
pi che le parole. Cha-Ly. Maa-Ty. Kan-Sa. Piegai la
testa verso di lui, di modo che potesse vedere che stavo
sorridendo. Charlie. Molto divertente.
Alla fine del ponte, svolt bruscamente a destra, imboccando
una strada che costeggiava il fiume. Era silenziosa,
affiancata da filari di alberi ombrosi che si
incurvavano verso l'acqua. Sei uno yankee, Marty?
mi chiese Charlie.
Scossi la testa.
"Australiano?"
Sono uno yankee, s.
Mi diede una pacca divertita sulla spalla. America.
Bella, l'America disse. Arrivammo a un incrocio e
prendemmo una strada piena di negozi che si allontanava
dal fiume.
Danang non era come mi aspettavo. Prima di
tutto, era sudicia. Non avrei mai creduto che una citt
potesse essere tanto sporca. C'erano fogne a cielo
aperto su entrambi i lati della strada, piene di sacchi
di plastica annodati, topi morti, bucce di anguria.
Cani rognosi vagavano per i marciapiedi, annusando
la spazzatura e azzuffandosi per il cibo. I bambini, in
pantaloncini logori, correvano scalzi tra le fogne allo
stesso modo in cui Theo e Abe correvano tra le onde a
Wrightsville. C'era odore di benzina e frutta marcia.
La citt era palesemente povera ma anche sorprendentemente
tranquilla. Se fossi atterrato in Vietnam
provenendo da Marte, non avrei mai detto che ci
fosse una guerra in corso. Le strade erano piene di
macchine, camion, autobus e bici. I negozi affollati di
gente. Sulle verande delle case si vedevano madri sedute
a cullare neonati. C'erano vecchi su sedie a
sdraio che bevevano t e contemplavano il traffico.
Avrei potuto dimenticarmi della guerra se non fosse
stato per due cose: i veicoli militari e i profughi. I
primi erano stracarichi e per quanto riguardava i secondi,
be', pareva che ogni angolo un po' appartato ne
fosse pieno. Famiglie intere si rifugiavano nelle condutture
di cemento. C'erano bambini addormentati su
cartoni sparsi nelle aiuole spartitraffico. Al contrario
degli indaffarati abitanti della citt, i profughi non facevano
assolutamente nulla. Anche di giorno, non si
muovevano da l.
Le strade sembravano tutte uguali. Gran parte degli
edifici erano strutture di cemento a due piani, piuttosto
nuove ma non certo belle, dipinte di giallo o rosa
pastello, e gi striate di sporcizia e muffa. I piani bassi
erano occupati da negozi. Ai piani superiori, i balconi
erano stipati di piante, sedie pieghevoli e panni
stesi ad asciugare. Superammo un grande mercato all'aperto.
Le donne che vendevano frutta sul marciapiede
mi facevano segno di avvicinarmi. Charlie si mise
a canticchiare Big old jet airliner, don't carry me
too far away". Procedevamo lenti, a piedi mi sarei mosso
pi in fretta, ma non avevo mai fatto un giro in
risci, perci credevo che fosse l'andatura normale. Superato
il mercato, lasciammo la strada principale per
imboccarne una secondaria, poi ne prendemmo un'altra,
quindi un'altra ancora. Continuavamo a svoltare.
Passammo davanti a un fioraio. A una farmacia.
A un paio di negozi di abbigliamento. A un sarto con
la sua macchina da cucire sul marciapiede. Un fioraio.
Una farmacia. Un paio di negozi di abbigliamento.
Un sarto su un marciapiede. Fu allora che mi accorsi
che Charlie mi stava scarrozzando sempre intorno
allo stesso isolato.
Mi voltai. E il mio giro in citt? gli chiesi.
Charlie sorrise. Continu la sua marcia. Il suo sudore
mi schizzava in faccia. Vuoi vedere il Museo
Cham?
Annuii.
Vuoi vedere la cattedrale di Danang? Il tempio Cao
Dai?
S gli risposi. Avevo letto quei nomi sulla guida
turistica.
Cinque dollari disse Charlie.
Lo guardai. E il giro della citt da tre dollari?"
Eccolo!  ghign Charlie, come se fosse una gag divertente.
Mi sbirciava, studiando la mia reazione. Passammo
di nuovo davanti al sarto. Riportami alla
base" gli gridai.
Cinque dollari ribatte lui.
Al quarto giro, la fioraia mi salut con la mano.
Dietro di me il fiato di Charlie era umido e pesante.
Provai a ricordare le regole di sopravvivenza che avevo
imparato durante l'addestramento: mantenere i nervi
saldi, ragionare e valutare tutte le possibilit. Ma non
ero nemmeno sicuro di trovarmi in pericolo. Avevo a
che fare con un Viet Cong o solo con un vecchio
mezzo matto? A ogni modo, era nella posizione ideale
per tagliarmi la gola. Rapidamente mi guardai intorno.
Non mi ero mai perso in una citt straniera
prima di allora. Non avevo idea di dove fosse la base
e men che mai di come chiedere informazioni in vietnamita.
D'altro canto, cinque dollari equivalevano a
met della paga settimanale, e non avevo alcuna intenzione
di sganciarli a un ladro.
Riportami alla base o ti denuncio" lo minacciai,
con un tono marziale e rabbioso.
Charlie mi diede un colpetto sulla spalla. Cinque
dollari o ti amaaazo. Scoppi a ridere. Ahahah! Ci
hai creduto, eh?
Non so se potr mai spiegare come mi sentii in quel
momento, riesco solo a dire che tutto intorno a me collass.
Il mondo si fece distorto, come lo guardassi da
uno specchio in frantumi. Persino il mio corpo sembrava
sconnesso. Ero paralizzato.
Sarei potuto rimanere l per il resto del pomeriggio,
ma poi Charlie mi batte' di nuovo sulla spalla. Il gesto
mi fece sobbalzare, il veicolo sband e il telaio stridette
contro il terreno. Ehi, amico! Sta' seduto! protest
Charlie. Aveva cambiato tono. Pi che una minaccia
adesso sembrava un piagnisteo.
Allora, senza pensare a quello che facevo, mi spinsi
con le mani sui braccioli e saltai in strada. Per lo sbilanciamento
improvviso il risci si ribalt all'indietro
e il cerchione di metallo sbatte' contro il mio stinco.
Sentii le gambe scivolare sotto di me mentre la spalla
si torceva per assorbire il colpo. Atterrai su un fianco.
Avvertii una fitta di dolore dalla gamba fino alla
schiena.
Charlie, dal risci, mi punt addosso l'occhio buono.
Cominci a sbraitare in vietnamita. Non capii nulla
se non "dollari", "giro" e yankee" ma sembrava inferocito.
La gente dai negozi si precipit in strada.
Charlie gesticolava selvaggiamente. Mi rialzai e mi
trascinai via zoppicando. Lui fece inversione e mi insegu,
strillando e additandomi mentre guidava. Lo
ignorai. Mi controllai il fianco. I muscoli pulsavano
di dolore. Avevo uno strappo sulla manica destra. Non
sapevo se stavo dirigendomi verso la base, o da tutt'altra
parte.
"Dammi i miei soldi!" gridava Charlie. Una jeep
militare si ferm a guardare. Cinque soldati sudvietnamiti
erano seduti stretti dentro la vettura scoperta,
i fucili puntati in aria. Uno di loro chiese qualcosa.
Charlie, in vietnamita, indic me e il suo risci.
"Non ho intenzione di pagare un accidenti! gli urlai.
I soldati guardarono me, quindi di nuovo Charlie.
Quello al volante disse qualcosa che suscit l'ilarit generale,
mise in moto e ripart sgommando.
Charlie rimase zitto per qualche secondo, poi strill
"Chiamo polizia!"
Continuai a camminare.
Per puro caso finii di nuovo al mercato. Mentre
Charlie mi stava sempre alle calcagna e faceva voltare
tutti con i suoi strepiti, sgattaiolai dentro. Il suono
della voce di Charlie dietro di me era sempre pi flebile.
Mi guardai alle spalle. Lo vidi appollaiato in sella
al suo risci: non voleva lasciarlo l, ma continuava
a inveirmi contro, come aspettandosi che tornassi
indietro. Affrettai il passo per le vie del mercato.
Vagai a lungo. Nei meandri di quel dedalo buio, l'aria
era stantia e pi calda di dieci gradi almeno. I miei jeans
sembravano cartone umido appiccicato alle gambe, la
mia camicia era fradicia di sudore e incollata alla schiena.
Camminai per un vicolo di mercanti di carne. Tranci
di manzo e maiale in pozze di sangue su tavolacci
di legno infestati di mosche e odore di putrefazione. I
mercanti stavano qualche metro pi in l, sugli sgabelli,
a fumare, giocare a carte o sonnecchiare. Al mio
passaggio un paio di loro mi guardarono, cercarono di
attrarmi verso le loro merci poi ci rinunciarono. Faceva
troppo caldo per agire con energia. Il sudore mi
gocciolava sulle tempie. Mi vennero in mente le
ciambelle da Britt, a Carolina Beach. Fuori croccanti
e dentro poco pi che aria. Nelle sere estive potevo
farne fuori decine, annaffiandole con un bicchierone
di latte.
Quando riemersi dal mercato, era gi passato il tramonto.
L'interno degli edifici cominciava a illuminarsi
e i venditori avevano acceso candele sui loro banchetti.
Imboccai una strada laterale sperando di riuscire
a orientarmi. Nessuna costruzione mi era familiare,
ma mi sembrava di averle gi viste tutte. Dentro le case,
alla TV un uomo leggeva le ultime notizie. Le donne erano
chine sui fornelli, a mescolare cibo in grandi
padelle fumanti. Gli aromi che filtravano dalle porte erano
succulenti e indistinguibili. Per un attimo dimenticai
cosa stavo cercando.
Fu a quel punto, credo, che vidi Avery. Forse cominciavo
ad avere le allucinazioni. Non so, avevo la
sensazione di fluttuare, che tutto intorno fosse irreale,
me compreso. La sua presenza mi riport in me. Era
seduto a un tavolino sul marciapiede, assorto su una
scacchiera, con le sue spalle dritte da maggiordomo.
Il suo avversario, un vietnamita pi anziano di lui
nel tipico pigiama azzurro, era talmente curvo sulla
scacchiera che se avesse respirato troppo forte avrebbe
abbattuto la regina. Nessuno dei due si accorse di me.
Avery fece la sua mossa. Dopo un minuto o due, segu
quella del vecchio.
Ciao" salutai.
Il vecchio non alz lo sguardo. Avery s, ma gradualmente,
sollevando dapprima solo il mento.
Quando finalmente alz gli occhi e mi vide, mi rivolse
un rapido sorriso, poi si concentr di nuovo sulla scacchiera
davanti a s. Ciao, Martin" disse. Siamo nel
pieno del gioco. Perch non prendi qualcosa da bere?"
Un'insegna di vetro con scritto Ca F" era appesa
a un uncino di ferro battuto agganciato al muro. Entrai
e presi posto accanto all'ingresso. La parte anteriore
del locale era piena di tavolini bassi e seggioline
come quelle in cui erano seduti Avery e il suo compagno
di scacchi. Pi in fondo c'erano mobili semplici e
una TV che mostrava un uomo che leggeva le notizie,
lo stesso uomo che leggeva le notizie su tutti gli altri
schermi televisivi di tutte le altre case. Le pareti erano
coperte di poster di viaggio con spiagge vietnamite e
dal soffitto pendevano una decina di gabbiette con
dentro uccellini gialli, verdi e color rubino. L'aria era
piena di frulli, cinguetta e saltelli. Ero l'unico cliente.
Un minuto pi tardi da dietro una tenda di perline
apparve una ragazzina di otto, nove anni. Aveva un
vestito a pieghe e un paio di infradito di gomma
verdi. Anzich sollevare i piedi, camminava strascicandoli
sul pavimento. Quando arriv al mio tavolo,
si sedette sulla seggiola di fronte a me, si tolse le
scarpe, tir su le gambe e le incroci. Poi mi sorrise.
Ricambiai. Guard le gabbiette e si mise a fischiare.
Dopo un po' le chiesi "Posso avere una birra?'' La
parola vietnamita era facile da ricordare. "Bia?"
La ragazzina mi guard e annu. "Bia Pepsi? Bia
Fanta? Bia Bud?"
"Bia Bud risposi.
Scese dalla sedia e si trascin di nuovo dietro la
tenda. Diedi uno sguardo fuori. L'uscio era largo
quasi quanto il locale. Un cancelletto di metallo che
fungeva da porta era spalancato. Avery e il suo compagno
erano seduti sotto un tendale blu che riparava
il marciapiede. Non si erano mossi. Mi appoggiai allo
schienale, lasciai cadere la testa contro il muro e
chiusi gli occhi. La voce della ragazzina, lieve e melodiosa,
fluttu attraverso la stanza, mescolandosi al
canto degli uccellini.
Appena la sentii ciabattare pi vicino aprii gli occhi.
Aveva una lattina di Bud in una mano e un posacenere
nell'altra. Lo mise sul tavolo, poi sollev la
Bud per farmela vedere. Disse una parola in vietnamita.
Il suo sorriso si fece pi ampio.
La guardai.
Continuava a tenere la birra in alto, davanti a me,
rifiutandosi di appoggiarla. Ripet quella parola. Mi
pareva molto compiaciuta, ma io non avevo idea di
cosa significasse. Come a darmene dimostrazione,
pass un dito sulla lattina che lasci un segno sulla
patina che la appannava. Ancora non ci arrivavo. Mi
fiss un istante, poi in un lampo di ispirazione, si avvicin
di un passo e mi accost la lattina al viso. L'impatto
del metallo freddo sulla pelle mi mozz il fiato.
Poi lei pronunci ancora quella parola, stavolta pi
forte.
Fredda. Risi e quasi contemporaneamente scoppiai
a piangere. E dico proprio piangere. Patetico, ma
vero. Devo avere impressionato quella ragazzina. Tendendo
di colpo il braccio mi pass la Bud, cosa che mi
fece ricominciare a ridere. Poi scapp via, questa volta
sollevando i piedi. Credo fosse stato il primo contatto
fisico - con un essere umano vivente, quanto meno -
che avessi sperimentato in Vietnam.
Quando mi ricomposi, la ragazzina si avventur di
nuovo oltre la tenda e torn al mio tavolo. Si sedette
dove si era seduta la prima volta e si sporse timidamente
verso la linguetta della lattina che avevo lasciato
nel posacenere. Con poche mosse esperte stacc
la parte a forma di goccia dall'anello, la ripieg attorcigliandola
intorno all'anello, e se la mise al dito.
Poi sollev la mano e lo rimir come un gioielliere. Restammo
seduti cos, tra gli uccelli irrequieti e cinguettanti.
Quando Avery finalmente si alz, si stiracchi le
gambe ed entr nel bar era gi buio pesto. Port la
scacchiera infondo al locale, apr l'armadietto e la ripose
con cura. Solo allora mi chiese Cos' che ti ha
sconvolto tanto, Martin?
Il vecchio nel frattempo cercava di trascinare dentro
tavolo e sedie. Mi alzai per aiutarlo e insieme portammo
tutto all'interno. L'uomo fece un cenno gioviale
col capo. Merci beaucoup, monsieur" mi disse, quindi
fece un gesto alla ragazzina ed entrambi sparirono
dietro la tenda.
Avery prese una caraffa dal mobiletto e si vers un
po' d'acqua. Mosse qualche passo, si sedette al mio tavolo
e mi guard, aspettando una risposta. Non voglio
tornare l fuori".
Fuori dove? mi domand.
Non lo so.
Bevve un sorso d'acqua e si volt verso la strada. Il
viale era di nuovo trafficato, la gente rientrava dal lavoro.
Adesso ancora pi gente aveva acceso la TV, il
suono dei programmi si spandeva dappertutto, potevo
sentire la voce dell'annunciatore in stereofonia. Quel
rumore, mescolato al brusio del traffico e alla cacofonia
degli uccelli, riempiva di strepiti la stanza deserta.
Avery non sembrava badarci. Avr avuto sessantanni,
ma il suo viso era ancora bello, senza
rughe e sereno come quello di un bambino. Non riuscivo
a spiegarmi come una faccia potesse restare cos
giovanile dopo tre guerre e innumerevoli cadaveri.
Come fai a rimanere tanto calmo in mezzo a
tutto questo? gli domandai.
Mi guard. Calmo?" Si rivolse di nuovo alla
strada. E perch mai dovrei essere nervoso? Non
siamo qui per salvare vite, sai, Martin. La posta 
molto bassa, nel nostro lavoro". Poi si alz e mi
chiese Ti va di mangiare un boccone?"
Alzai le spalle. S, certo". La gamba aveva smesso
di pulsare e non faceva pi male quando mi alzai.
Avery si sofferm un attimo davanti a una gabbia.
Emise un versetto affettuoso, poi soffi delicatamente
attraverso le sbarre. Due uccellini rossi scesero dal trespolo.
Adorabili, non trovi?" mi disse.
Gi". Rimanemmo a lungo a guardarli, poich
sembrava danzassero nell'aria.
Ecco. Vorrei che la storia fosse finita l. Sfortunatamente
non  cos. Da allora, per un po' la mia vita
divenne sopportabile. Consideravo Avery la mia salvezza.
Quasi tutti i giorni liberi, andavamo insieme
a Danang. Visitavamo templi e pagode. Gironzolavamo
per mercati. Mi pare che non facessimo altro che
mangiare. Potevo fare quattro, cinque pasti al giorno
e mangiare ancora. Gamberi grigliati. Pescegatto al
vapore. Grandi scodelle di noodle. Non mi bastava
mai. Mi sarei preso a calci per aver passato i primi tre
mesi di permanenza a mangiare polpettone e hot
dog. Avery non riusciva a credere che una sola persona
potesse ingurgitare tanto cibo.
Un giorno scovammo una famosa pagoda alla fine
di un vicolo nei pressi del mercato. Non lontano dall'entrata
c'era una piccola statua di Buddha, che la
vecchia guida di Avery segnalava come da non perdere.
Era di ardesia nera, ricavata da un unico blocco
di pietra, aveva un'espressione beata e compassionevole
al tempo stesso. Avery sollev la punta di un dito
e tracci una linea lungo le sopracciglia del Buddha.
Credi che valga la pena di vedere tutto questo, Martin?
Guardai il Buddha, e poi le fattezze serene di Avery.
C'erano stati parecchi morti negli ultimi tempi, e
io ero a pezzi. Non lo so gli dissi. Per te, ne vale
la pena?
Fiss la statua. Io vengo da Akers, in Texas.
Ero curioso. Non aveva mai accennato al suo passato.
Ottanta chilometri dal capoluogo. Una cittadina
sperduta. Non conoscevo nessuno che si fosse spinto
oltre Abilene. Io, invece, avrei desiderato vivere altrove
sin da quando ero bambino. Non in un'altra citt del
Texas, o in un altro Stato. Volevo cambiare Paese". Si
volt e lo seguii nella pagoda. All'epoca di Pearl Harbor,
avevo gi trent'anni, lavoravo nella casa funeraria
di mio zio, ad Akers, e intravidi una via d'uscita.
La mia famiglia non avrebbe potuto opporsi al patriottismo.
Due giorni dopo me ne andai. Cos. Non
tornai mai pi. Finch mia madre era ancora in vita,
le pagavo il viaggio perch potessimo incontrarci,
quando ero in licenza negli Stati Uniti. Insieme vedemmo
posti magnifici. San Francisco. Chicago. New
York. Mamma odiava Akers quanto me.
Raggiungemmo l'altare centrale della pagoda. Un
Buddha di bronzo, circondato da un cerchio di tenui
lucine gialle, ci fissava. Mia madre  morta circa
dieci anni fa aggiunse Avery. Da allora non ho pi
avuto ragione di tornare negli Stati Uniti.
Nessuno di noi disse niente per un po'. In quel momento,
gli Stati Uniti sembravano un posto esotico e
irraggiungibile. Glielo chiesi di nuovo. Ne vale la
pena?
Avery rise. Be', vale la pena di non passare tutta
la vita ad Akers, Martin.
Trascorrevamo molto tempo nel bar dove lo avevo
incontrato la prima volta. Lui e il vecchio, Mr Quang,
stavano seduti a giocare a scacchi per ore, mentre io
e la nipote di Mr Quang, Thuy Linh, facevamo interminabili
partite a Go Fish, un gioco vietnamita.
Dopo che Avery mi ebbe presentato un paio di guidatori
di risci di fiducia, riuscii a muovermi abbastanza
facilmente in citt. Quel Charlie non lo rividi mai pi.
Qualche volta, prima di arrivare al bar, mi fermavo
al mercato e compravo il mangime per gli uccelli. E
frutta. Volevo provarne di tutti i tipi fintanto che ne
avevo la possibilit: mango, carambola, guava, rambutan,
ananas, pitaya, papaya, persino il durian (dicevano
che puzzasse come l'inferno ma fosse buono
come il paradiso). Il frutto del latte materno" era
verde, tondo e sodo e il suo succo, ricordo, era bianco
e cremoso come il latte materno. Scoprii cinque diverse
variet di banana, alcune non pi grandi di un pollice.
Quando arrivavo al bar con i miei acquisti,
Thuy Linh mi toglieva i sacchetti dalle mani. Prima
di tutto riempiva le piccole mangiatoie di semi, facendo
esplodere gli uccellini in cinguettii di gioia. Poi
spariva sul retro e tornava dopo pochi minuti con due
piatti stracolmi di frutta a pezzi. Ne serviva uno a suo
nonno e ad Avery al tavolo fuori, quindi io e lei ci tuffavamo
sull'altro.
Ero a met del periodo di leva. Se me lo avessero
chiesto avrei potuto dire di essere quasi felice, allora.
Ti aspetti la svolta verso il peggio, naturalmente. E
dunque eccola: Avery mor. Nonostante siano passati
anni, mi fa ancora male scrivere queste parole.
 mattina, adesso. Ieri sera ho dovuto interrompere.
Ha smesso di piovere ma ci sono pozzanghere dappertutto.
Vedo nuvoloni neri provenire da ovest. Il
giornale dice che verr altra pioggia. Dovrei concedermi
una passeggiata finch sono in tempo.
Prover a concludere, ora.
Eravamo al mercato. Adoravo quel mercato. Avevo
un venditore preferito per ogni tipo di frutta che compravo.
La donna incinta per l'artocarpo. Quella dai
capelli grigi e i denti neri per le banane. E il mango
lo prendevo sempre da un vecchio seduto vicino all'uscita,
sulla strada per il bar di Thuy Linh. Perche'
lo compravo da lui? Mi piacevano i lunghi peli neri
che gli crescevano dal neo che aveva sul mento.
Quel giorno Avery era insieme a me, contava di insegnarmi
come si sceglie un mango. Pensavo di saperlo
gi. Li compravo da mesi, ma Avery, Mr Quang e
Thuy Linh mi prendevano sempre in giro. I miei
manghi erano o troppo molli o troppo duri, troppo
aspri o troppo succosi, o talmente fibrosi che dopo
averli mangiati bisognava lavorare di stuzzicadenti per
almeno un'ora. "Stavolta vengo con te, Martin'' mi
disse Avery. "Ti presenter alla mia venditrice di fiducia.
Mi servo da lei da un anno. Ha sempre la
frutta migliore".
Cos andammo. Tirai dritto davanti al mio uomo
col neo, seguendo Martin dalla sua fornitrice speciale
che stava nel cuore del mercato. Non aveva pi di
trent'anni, era molto carina e ben vestita. Seduta su
uno sgabellino di plastica, si tingeva le unghie.
Quando vide Avery, lo riconobbe e sorrise. "Ehi, signore.
Vieni a comprare qui.
Avery ricambi il sorriso. "Come sempre le rispose
placido, poi si chin sulla pila di manghi, sparpagliati
su un sacco di tela. Mi piegai accanto a lui.
"Deve essere elastico, Martin cominci Avery,
mentre la sua mano si spostava di frutto in frutto, tastando
e premendo qua e l. "Dev'essere flessibile ma
sodo, come il muscolo del tuo braccio.
"Mister, mister" lo chiam la venditrice. Non ci feci
caso, l per l, ma, ripensandoci in seguito, ricordai
come l'aveva detto. Volgeva lo sguardo altrove. Sembrava
parlare tra s ma ad alta voce. Pos lo smalto
e allung il collo, guardandosi attorno febbrilmente.
Poi si mise a parlare in vietnamita.
In quel momento, ero chino per terra, tra la sporcizia,
a tastare il mio bicipite e i manghi. Avery ne
aveva gi scelti tre prima che io mi decidessi a prenderne
uno. Li mise da un lato della stuoia e si rialz.
Bau Niu?" domand (ricordo la frase, ma non so
come si scrive). Quanto viene?
La donna era girata di spalle, fissava la corsia
dopo la nostra. Avery rimase in piedi ad aspettare.
"Mister, mister ripet.
Udii un grido, poi degli spari. Mi tuffai in mezzo
ai manghi. Esplose qualcosa. Avvertii un calore intenso,
poi mi caddero in testa macerie e cenere. E una
specie di pioggia. Pioggia bollente. Non mi mossi.
Poi sentii urlare, un misto di grida e strepiti, e altri
spari. Aprii gli occhi e mi girai. La prima cosa che notai
fu che la venditrice era sparita. Lo smalto abbandonato
accanto al giornale. Quindi vidi Avery disteso
a terra. Gran parte del suo torace era andato. Lasciai
cadere la testa sui manghi.
Mi ci volle quasi tutta la notte per preparare il corpo
di Avery. Era uno di quei lavori difficili, quelli in
cui rimaneva troppo per una cremazione, ma non abbastanza
per fornire un solido supporto al lavoro. Mi
sforzai di fare quello che avrebbe fatto lui. Pulii le unghie
della mano superstite, anche se erano gi abbastanza
pulite. Gli feci la barba. Molte schegge gli si
erano conficcate nel torace, dunque, prima di mettergli
l'uniforme, dovetti imbottire la parte cava, stando
attento a non imbottire troppo, per non farlo sembrare
un culturista, n troppo poco, ch non sembrasse
uscito da una lunga malattia. Al suo viso non dovetti
far altro che chiudere gli occhi. Il suo volto era bello e
sereno come prima, e poich aveva sempre avuto un
aspetto solenne, nella morte sembrava naturale. Alla
fine, presi un anello dalla mia tasca. Non era un
anello vero e proprio, solo una delle linguette della
birra che mi aveva dato Thuy Linh. Era l'unico ricordo
che avevo di loro e un attimo prima di chiudere la cerniera
del sacco in cui era riposto il suo corpo, aprii il
taschino dell'uniforme e vi infilai l'anello.
Dopo la morte di Avery non lasciai pi la base, anche
se sapevo che sarei dovuto andare a salutare Mr
Quang e sua nipote. La mia percezione del tempo si
alter, da allora (non ti avevo mai detto nemmeno
questo). A volte mi sembrava che un attimo durasse
ore. Altre avevo la sensazione di chiudere gli occhi e
riaprirli dopo una o due settimane.
Per un po' mi preoccupai che qualcosa nel mio cervello
si fosse guastato, ma non ero stato ferito e non
si pu certo dire che una percezione distorta del tempo
sia un sintomo cos significativo.
Mi consol sentire che molti reduci avvertivano
un'alterazione nei loro processi mentali, al ritorno dal
Vietnam. Eravamo i privilegiati. Tornai a casa tutto
intero, dunque non avevo nulla di cui lamentarmi. E
la mia storia  insignificante, un episodio di guerriglia
come un altro, note di colore rispetto a tutte le cose
orribili che accadevano in Vietnam.
Quando ripenso a quei pochi mesi laggi, dopo la
morte di Avery, penso a una terra acida, in ebollizione,
che emette esalazioni nere e irrespirabili. E se provo a
ricordare il giorno in cui finalmente salii sull'aereo del
ritorno, mi vedo correre in mezzo alla pista, a pi non
posso, con i piedi in fiamme e i polmoni riarsi. Naturalmente
non and in quel modo. Nessuno ci attacc.
Ne uscii bene. Ma  cos che lo ricordo. La sola
idea di venire fin l ad aiutarti mi toglie il respiro.
Non mi aspetto che tu mi perdoni. Io non lo faccio.
Martin
Dopo aver letto la lettera di Martin, rimango sdraiata
sul letto a lungo, i fogli gialli sparpagliati intorno a me.
Adesso che ho riempito i vuoti della sua esistenza, alcuni
rompicapo del nostro matrimonio diventano pi
facili da capire. I giorni in cui a stento riusciva a parlare.
I giorni in cui non voleva scendere dal letto.
Erano quelli i giorni in cui pensava di alzarsi pi tardi
per poi arrivare alla fine della giornata scoprendo che
non si era alzato affatto? Provai molta pena per lui, e
rabbia nei confronti del nostro Paese, che lo aveva
mandato incontro a un simile trauma senza nemmeno
una buona ragione. Sapevo che Martin si aspettava
che fossi arrabbiata anche con lui, ma non lo ero.
Non dubito che queste emozioni potrebbero venire a
galla dopo, quando sar costretta ad abbandonare le
speranze di avere il mio bambino. Ma l, su quel letto,
pensavo soltanto a come avesse compromesso il nostro
matrimonio (e probabilmente anche il suo matrimonio
precedente) per non essere mai riuscito a parlarne.
Quante vite abbiamo a disposizione, vorrei chiedergli.
L'ho pronunciato persino ad alta voce, solo per
sentirlo anch'io. Quante vite ci sono date, Martin?
ho sussurrato, sperando che le parole potessero attraversare
le pareti di questo minuscolo albergo e salire in
cielo, sopra Hanoi, per mescolarsi a una nuvola che le
portasse via, in pochi secondi, attraverso il Pacifico, il
Nord America, fino a Wilmington, alle orecchie di
Martin. Quante vite a disposizione, Martin? Se morire
 cos facile, cos imminente, perch sprecare il nostro
tempo?
E poi ho pensato a Mai, e al tempo che anche lei sta
sprecando. Le  bastato un solo sguardo furtivo a sua
sorella per arrendersi. Non nomina suo padre da giorni.
Affronta la citt come un gatto irrequieto, che si avvicina
alla porta di casa, alla luce, al latte, ma al minimo
rumore schizza via. Quante vite ha a disposizione Mai?
Quante ne ha suo padre, malato e squarciato dalla
tosse?
E allora, dato che Mai si rifiutava di farlo, dato che
Martin si rifiutava di farlo, mi sono alzata e ho deciso
di compiere io quel passo.
 l'una quando sento la chiave girare nella toppa. Ho
lasciato la luce accesa, ma mi sono addormentata comunque.
Mai entra in punta di piedi, spegne la luce,
si ferma, la borsa in mano, si toglie le scarpe senza far
rumore, come un'adolescente che torna da un appuntamento.
Mi sollevo sui gomiti. Com' andata? le chiedo.
Mi guarda, sistema scarpe e borsa accanto alla porta
e si siede sul letto. Casca dal sonno, ma nella luce che
viene dalla strada posso vedere che sta sorridendo.
Pare che non ce l'abbia pi con me per averla costretta
ad andare. Meglio del previsto mi dice. Si sdraia.
Avrei dovuto fare l'infermiera o il medico, imparare
ad aiutare la gente, fare del bene nella vita.
Accendo l'abat-jour. Mai. Devo dirti una cosa.
Si mette di nuovo a sedere. Viene Martin! esclama.
Scuoto la testa. Nulla di cos bello. No. Ho visto tua
sorella.
Il suo viso  attraversato da un fremito quasi impercettibile
che subito si dilegua, come un terremoto appena
sotto la superficie. Quando? vuol sapere.
A questo punto, potrei ancora farle credere che sia
stato un caso. Ma ho agito con intenti ben precisi.
Oggi. Nel suo bar le rispondo. Vuole che torniamo
da lei domattina.
I suoi occhi si fanno diffidenti. Perch sei stata l?
Posso dire soltanto la verit Pensavo di aiutarti.
Aiutarmi? mi domanda. Lo dice come se fosse un
crimine.
Hai fatto tanto per me. Ho agito per il meglio.
Mi guarda male, assolutamente esasperata. Poi si alza
e va in bagno, quasi non sopportasse di condividere un
istante di pi lo stesso spazio con me. Pochi minuti
dopo, ritorna, si infila la camicia da notte e si mette a
letto. Spengo la luce. Nonostante il buio, vedo che ha
gli occhi aperti, fissi sul soffitto. Mi perdoni? le
chiedo, ma lei non vuole rispondermi.
Al mattino, propongo di non andare all'appuntamento,
ma lei  decisa a incontrare sua sorella. Alle otto
stiamo costeggiando il Lago Hoan Kiem. La strada  affollata
di motociclisti e l'aria  una miscela letale di
polvere e gas di scarico. Il cielo  leggermente velato e
fa gi un gran caldo. Camminiamo fianco a fianco, ma
non propriamente vicine. Il suo disgusto nei miei confronti
 tangibile. Anch'io rimpiango di essermi immischiata,
di aver creduto di poter risolvere i problemi
al posto suo. Non sono sicura che la nostra amicizia sia
abbastanza solida da reggere questo tipo di tradimento.
Mai, mi dispiace le ripeto per l'ennesima volta.
Vorrei spiegarle come  successo ma non mi degna di
uno sguardo.
All'inizio, la mia missione sembrava filare liscia.
Sono semplicemente andata al bar e ho ordinato una
Coca. Avrei benissimo potuto limitarmi a dare un'occhiata
e raccogliere informazioni da riferire a Mai
perch sapesse che la vita di sua sorella non sembrava
poi tanto male, adesso. Non mi aspettavo certo che Lan
in persona mi avrebbe servito da bere e si sarebbe seduta
a scambiare due chiacchiere. Da dove viene? ha
chiesto, avvicinando una sedia. Si  sporta in avanti, gli
occhi luminosi e pieni di curiosit. Il suo ginocchio
sfiorava il mio. Sembrava che ci conoscessimo da anni.
Dall'America. Mi guardavo intorno disperatamente,
come in cerca di una via di fuga da un edificio
in fiamme.
E ha fatto questo viaggio da sola?
Parla un ottimo inglese le ho detto.
Mi prende in giro! ha riso, dandomi un colpetto
sul braccio. Il suo modo di fare era spigliato, benevolo,
totalmente diverso da come avevo immaginato. Poi
torna alla carica.  sposata?
Sorseggio la mia Coca, fredda e tintinnante di ghiaccio.
Mia madre aveva letto alcuni opuscoli dell'Ufficio
di igiene che dicevano che in Vietnam si poteva prendere
il colera tramite il ghiaccio e mi aveva fatto promettere
di starne alla larga. Ma la Coca fredda era talmente
deliziosa. Solo un paio di sorsi, mi dicevo.
L'avete fatto con acqua bollita? ho chiesto, provando
ad assumermi la responsabilit della mia salute, della
mia vita, della mia presenza in questo luogo. Per essere
sinceri, se anche mi avesse detto di aver preparato il
ghiaccio mischiando acqua e batteri di colera, avrei
continuato comunque a bere. Il mondo era cos caldo,
la bibita cos rinfrescante. Guard la mia Coca. Questo
ghiaccio? Non si preoccupi del ghiaccio. Facciamo
bollire. Abbiamo molti clienti stranieri, qui. Ci prendiamo
cura di voi. Non si preoccupi.
Per certi versi mi ricordava Mai. Hanno la stessa ossatura
sottile, la stessa bellezza delicata, lo stesso accento
marcato, lo stesso modo di serrare le labbra mentre ascoltano.
Ma Lan sembra viva e Mai si comporta come se
ci stesse soltanto provando.  sua figlia? le domando,
guardando la ragazza davanti alla TV.
Ha annuito ridendo. Lei  madre?
Forse ho commesso un errore. Forse mi trovo nel posto
sbagliato. Potrebbero non somigliarsi affatto. Che
ne so io dei volti asiatici? Come si chiama? le ho
chiesto.
Si  portata un dito sul petto. Mi chiamo Lan ha
risposto, fugando ogni dubbio. E lei?
Il suo volto era gentile, sicuro, sereno. Mi pareva di
aver scoperto qualcosa che non mi aspettavo. Senza
pensare a ci che stavo facendo, le parole sono scivolate
fuori. Mi chiamo Shelley. Sono venuta in Vietnam
con sua sorella, Mai.
Ha lasciato cadere la mano. Ha chiuso gli occhi, poi
li ha aperti, li ha fatti saettare per la stanza e quindi li
ha richiusi.  rimasta a lungo in silenzio. Quando  tornata
a guardarmi il suo viso si era fatto aspro. Perch
siete qui? ha mormorato.
Abbiamo parlato per un'ora. Entravano clienti, ma lei
li ignorava. Le ordinazioni le prendeva sua figlia, serviva
e ci lanciava occhiate per capire cosa stesse accadendo.
Lan non mi toglieva gli occhi di dosso. Retrospettivamente,
mi rendo conto di aver parlato quasi
tutto il tempo io. Ho cominciato col descrivere la vita
di Mai a Wilmington, poi piano piano sono risalita al
periodo precedente: la drogheria a San Francisco, il
campo profughi di Hong Kong, il viaggio in barca dal
Vietnam. Non sono riuscita a parlare di ci che veniva
prima. Lan sapeva gi cosa veniva prima.
La porti qui mi ha detto. Il suo viso era una maschera
ostile. Domani. Sar qui alle sette. Vi aspetto.
Ho annuito.
Solo ora mi rendo conto di ci che ho fatto.
All'inizio il bar sembra chiuso. Le porte a soffietto
sono appena scostate, ci passa solo una persona molto
minuta e dal marciapiede illuminato la stanza appare
buia e vuota. Permesso? da dentro sento delle voci,
poi movimenti, rumore di piatti. Mai resta dietro di me.
Un attimo dopo, dal retro compare Lan, si affretta a
raggiungerci e chiude il cancelletto. D un'occhiata a
Mai, ma il suo volto  inespressivo.
Mai sussurra Lan.
Lan mi guarda. Entrate dice in inglese, facendoci
strada. Qualcosa da bere?
Scuoto la testa. Mai mi segue come un'ombra.
Quando la vedo l, immobile, le prendo il braccio e l'accompagno
a una sedia, aiutandola con delicatezza a sedersi.
Anzi, s. Prendiamo volentieri un t.
Lan resta dietro al bancone, a preparare il t. Sua figlia
sbircia dalla porta che d sul retro, studia sua zia.
Mai guarda per terra. Dopo un minuto, Lan porta un
vassoio al nostro tavolo, ci versa una tazza di t. Io ne
prendo un sorso. Non mi sembra giusto star qui a far
da testimone a questo incontro. Sono un'intrusa, in realt.
Ed  tutta colpa mia.
Lan comincia a parlare. Il suo vietnamita  lento e
cadenzato, come le litanie delle donne che ho sentito
pregare in pagoda. Da qualche angolo dell'edificio,
sento il brusio di una radio, acqua che scorre, una palla
che rimbalza. In mezzo a tutto questo, la voce di Lan
continua a salmodiare. Mai  immobile. Non capisco
il vietnamita, ovviamente, ma inizio a cogliere il senso
del discorso. Lan  davanti a noi, il corpo rigido, il viso
impassibile. Non stacca lo sguardo da Mai. E continua
a parlare, senza alzare mai la voce n abbassarla. Mai
si copre il viso con le mani. Le sue spalle cominciano
a tremare e si indovina il suono dei singhiozzi. Lan non
smette di parlare. Mai tira le ginocchia al petto e vi abbandona
sopra la testa. Si abbraccia le gambe, si avvolge,
si dondola. Lan continua.
Punto le mani sulle ginocchia e mi alzo. Quando 
troppo  troppo. La riporto a casa, adesso dico. Non
l'ho fatta venire fin qui per questo.
Gli occhi di Lan non si spostano da Mai. Continua
a parlare. Mi abbasso e poso una mano sulla spalla di
Mai. Coraggio, tesoro, andiamo. Mi dispiace. Andiamo.
Mai non si muove. Mai, andiamo via.
Lan va avanti. Aspettava questo momento da vent'anni.
Non la ferma nessuno.
Che cosa le stai dicendo? domando.
Nemmeno mi guarda.
Mai si  chiusa a gomitolo sulla sedia. Il suo corpo
sussulta, ma quando provo a tirarla su, si rifiuta di
muoversi. Lan parla.
Alzo la voce. Adesso basta. Non so cosa tu le stia dicendo,
ma ti sbagli. Chiss come, sono riuscita a sovrastare
la sua voce. Si ferma, mi guarda. Non sai di
cosa parli le dico.
So che la mia bambina  morta risponde bruscamente,
come se mi stesse dando un'indicazione. So
che mia sorella ha ucciso mia figlia e se n' andata a
vivere in America. E tu vieni a dirmi che sbaglio.
Non ha ucciso tua figlia.  stato un incidente.
Lo sguardo di Lan  una lama affilata. Tu vuoi
adottare il tuo bambino mi dice. Quando il tuo
bambino annegher perch qualcuno non l'ha tenuto
d'occhio, allora potrai tornare, madame. E potrai parlare
di incidenti.
Tiro Mai. Forza, andiamocene.
Non si muove.
Torna qui con un bambino morto, e poi vieni a parlarmi
di incidenti ribadisce Lan.
Lascio Mai e guardo sua sorella. D'accordo. Permettimi
di dirti un paio di cose su tua sorella. Sulla ragazzina
che ha ucciso tua figlia. Ecco cosa ha fatto: ha
chiuso gli occhi e ha baciato il suo fidanzato. Nel momento
sbagliato. E tua figlia  morta perch Mai non
stava guardando. Poi si  spaventata ed  scappata. Aveva
diciannove anni. Una ragazzina. Io mi ritengo fortunata.
Non sono costretta a convivere con un rimorso
del genere. Anche tu puoi ritenerti fortunata. Puoi
vivere la tua vita odiando tua sorella per il suo errore.
E Mai? Cosa fa della sua vita? Sconta quell'errore ogni
giorno. Ogni singolo giorno, senza tregua, finch non
va a dormire.
Il respiro di Lan si  fatto pesante, ora. Ghigna.
Sconta i suoi peccati in America. Che tristezza.
Gi. Che ne sai tu della vita in America? potrei
prenderla a schiaffi. Ricordi quando Khoi progett di
partire per l'America e Mai in un primo momento decise
di seguirlo? Perfetto. Ma poi cambi idea all'ultimo
minuto. Amava la sua famiglia. Amava troppo Hanoi
per lasciarla. Quel giorno, durante quel bacio, gli stava
dicendo addio, forse per sempre, e tutto per poter rimanere
insieme a voi. E poi tua figlia mor. Lei perse
la testa. Entrambi persero la testa. Andarono in America.
E Mai non ha mai smesso di pagare da allora.
Lan scuote il capo. Di colpo sembra esausta.
Non  necessario che mi credi le dico. Ma  la verit.
Faccio un gesto che abbraccia il bar intero, i bei
quadri alle pareti, i vestiti alla moda di Lan, sua figlia
sul retro, e Mai, sulla sedia, in lacrime. Dopo tutti
questi anni, sei di nuovo felice. Ti ho vista, ieri. Riesci
a sorridere e divertirti con un'estranea. Hai una figlia,
tuo padre, la tua casa qui in Vietnam. Nella vita di Mai
non c' nulla che possa darle gioia. Si  torturata ogni
giorno, per vent'anni.  ora che la smetta.
Mi fermo, aspettando che Lan dica qualcosa. Visto
che non lo fa, esclamo Falla smettere. Adesso. Dille di
smettere.
Lan guarda Mai, il viso seppellito in grembo. Nessuno
parla. Poi Lan alza una mano, la agita in aria
come a chiudere l la questione, e se ne va, sparendo
dietro la tenda.
Sollevo Mai dalla sedia. Porta una mano al viso,
guarda la porta, la tenda, me. Non sa cosa fare. Le
prendo il braccio, la conduco fuori, sul marciapiede. In
qualche modo, riesce ad attraversare la strada e a girare
l'angolo, lontano dal bar. Poi si ferma. Con il caldo che
fa, sta tremando. Mi abbracci? mi chiede. Puoi farlo?
La attiro a me, la stringo forte. Il suo corpo  una lastra
di vetro.  normale, in Vietnam singhiozza.
Qui nessuno ci fa caso. Nessuno penser che siamo lesbiche.
Lo so. Le accarezzo i capelli.
Le ragazze si tengono per mano, in Vietnam. Non vuol dire niente.
Lo so la rassicuro. Lo so.
Mai insiste per essere presente a tutti gli appuntamenti.
Forse non mi ha perdonato del tutto, ma si rifiuta
di lasciarmi, e ora sembra pi tranquilla, una
donna purificata dal fuoco. Traduce, con calma, mentre
Mrs Huyen parla con i funzionari del Ministero
della giustizia, del Ministero della sanit, del Ministero
dei trasporti (non chiedetemi perch - chiacchierano
tra di loro come fossero amici). Quando Lap nel
pomeriggio si offre di accompagnarmi a vedere Hai Au,
lei vuole venire con me. Credo che abbia paura di restare
sola. Non sembra arrabbiata. Sembra svuotata,
come una persona che aveva un solo sentimento e l'ha esaurito.
Passano due giorni. Tre. Quattro. Non ho pi chiamato
Martin da quando ho ricevuto la sua lettera. C'
stato un tempo in cui ci davamo man forte nel dolore,
ma adesso ognuno va per la sua strada. I funzionari mi
hanno concesso due settimane, e il tempo corre. Cinque
giorni se ne vanno. Aspetter due settimane. Dopodich
mi rifiuter di partire senza mio figlio. Ma non
prendiamoci in giro. Il governo non ci metter niente
a buttarmi fuori. Sar la prima americana a farsi trascinare
a forza via dal Vietnam, tra urla e strepiti.
Vado sempre a trovare Hai Au. Mi rendo conto che
potrebbe solo essere una forma di tortura, per me e per
lui, ma non mi do per vinta. Faccio l'unica cosa che
posso fare: comportarmi come se fossi sua madre.
Diventa un'abitudine. Ogni giorno, porto da mangiare,
non solo per lui, ma per tutti i bambini e gli assistenti.
Grandi sacchi di riso. Banane, cavoli, carne.
Tengo d'occhio lo staff per assicurarmi che non gli facciano
mai mancare il cibo. Lui reagisce mangiando con
voracit e, forse, prendendo un po' di peso. Continua
ancora a nascondere piccole scorte. Una volta gli ho
schiuso le dita e le sue mani erano piene di riso.
Cosa posso fare di buono per questo povero Paese?
Molto poco. Ma almeno oggi posso nutrire questi bambini.
Passare il tempo con Hai Au mi d speranza, un contatto
con la realt, o almeno con la realt che ho
scelto di prendere per buona. Ho sempre sognato il mio
bambino, ma tutto era molto vago, allora. Adesso che
l'ho conosciuto, non c' pi nulla di vago. Incamero
fatti e dettagli. Ecco un esempio: ama i gatti. Mettigli
un gatto di fronte e cercher di infilarselo in bocca, se
gliene darai la possibilit. Forse  la pelliccia. Non so.
Gatto in vietnamita si dice mo (evidentemente qui lasciano
che siano gli animali a scegliersi il proprio
nome). Mo  una delle cinque parole che sa, insieme
a Co (il suo compagno di lettino), biberon, ancora e
ba. In realt non so cosa significhi questa parola. La
usa per tutti gli animali che non siano gatti.
Il ragazzo  anche lunatico. Mercoled, quando sono
arrivata all'orfanotrofio, ha sorriso appena mi ha visto.
Poi si  messo a piangere. Dopo un po' sorrideva di
nuovo. Adesso ho perso il conto dei suoi sorrisi. Ha un
modo di strillare che sembra un trapano elettrico, e lo
usa come arma. Mi tira i capelli. Me lo sarei dovuto
aspettare. I vietnamiti non hanno i capelli rossi, e
nemmeno i ricci. All'inizio, ad Hai Au piaceva afferrarne
manciate intere e strattonare. Ora prende solo
poche ciocche, le tiene strette e non le molla. Ci vogliono
secoli per sbrogliare le sue dita dai miei capelli,
e la sua faccia - tutta rossa, con gli occhi serrati - mi
ricorda un pugile che cerca di far sputare l'anima all'avversario.
Dopo un po' si addormenta tra le mie
braccia, le dita di nuovo attorcigliate tra i capelli. Lotta
tanto contro il sonno che quando arriva sembra la pacifica
e lineare risoluzione di una guerra stupida. In
quei momenti gli passo le labbra sulla testa. Il suo
odore  una miscela dolce di sapone, latte e sudore.
Questo  mio figlio, mi dico. Non potrebbe essere un
altro bambino in un altro Paese in un'altra culla. Questo
bambino. Soltanto lui.
Non sono proprio certa del suo amore, e temo che
abbia passato troppi giorni della sua esistenza senza di
me. Rimpiango di non averlo cullato, di non averlo visto
nei primi mesi di vita, con mani e piedi svolazzanti
qua e l come uccellini sopra la sua testa. Avrei voluto
sentirlo mentre si stirava nella mia pancia, ma,  buffo,
non mi considero di meno sua madre per non averlo
messo al mondo. Ci abbiamo impiegato soltanto un po'
di pi per trovarci, ma finalmente ci siamo incontrati.
Penso meno ai giorni che abbiamo perso che a quelli
che potremmo perdere, ancora davanti a noi.
Mrs Huyen continua a darsi da fare per trovare una
soluzione. Ogni giorno arriva al Lucinda con un nuovo
piano. Una volta ha deciso di rivolgersi a un alto ufficiale,
un lontano parente di una sua vicina di casa.
Un'altra ha trovato un cavillo legale che potrebbe servire
da scappatoia. Ieri, tutta concitata, ha proposto di
raccogliere una nuova documentazione. Ma nulla funziona
mai. Nemmeno l'ombra di una possibilit tra il
momento in cui mi alzo al mattino per andare all'orfanotrofio
e quello in cui torno in albergo, nel pomeriggio.
La prima volta che ho chiamato Martin, alimentavo
ancora un barlume di speranza di potercela fare senza di lui. Adesso aspetto un miracolo.
...
.
...
CAPITOLO 16.
...
.
...
Xuan Mai.
...
.
...
Superata la diffidenza iniziale nei miei confronti,
Tri, il direttore dell'albergo, comincia ad apprezzare
l'idea di una vietnoamericana di ritorno nel
Paese natale. Pretende di farmi assaggiare tutte le famose
specialit locali, soprattutto quelle che non si trovavano
quando vivevo qui. Il cibo  di gran lunga migliore,
adesso sostiene, come se tutto il resto fosse
rimasto identico. Mi indirizza a un negozio rinomato
per le sue frittelle di riso bnh cuon, in Cam Chi Street:
Vada verso la grande insegna Sanyo, dopo aver superato
il secondo Fuji Film Store - non il primo - giri a
destra. Lo trova in fondo alla strada, accanto al Disco
Super Beauty. Siamo al banco, con la sua matita che
vortica sopra una mappa improvvisata, a discutere di
strade e calcolare distanze. Gli chiedo Quale insegna
Sanyo? Quale Fuji Store? Quale discoteca? La sua Hanoi
 diversa dalla mia.  una citt millenaria, ma per
lui i punti di riferimento sono i neon. Riesco faticosamente
a trovare il bnh cuon, il bnh com, un dolcetto
verde chiaro fatto di riso fresco, e il cho c, un famoso
porridge di pesce, odoroso di cilantro, pepe bianco e
menta. Ma non sono sicura di poterlo considerare un
successo. Se assaggio questi piatti, se trascrivo le ricette
per rifarli poi a Wilmington, significa forse che questa
visita sia servita a qualcosa?
La soddisfazione maggiore la provo tormentando
Mrs Huyen. L'ho seguita al Ministero del lavoro, degli
invalidi e degli affari sociali, al Ministero della sanit,
al Comitato del popolo di Ha Dong. Ma la vista di una
Viet Kieu appostata nell'ombra, che non ha nessun legame
familiare con Shelley Marino, non fa altro che
alimentare i sospetti tra i funzionari. Adesso mi limito
ad aspettare Mrs Huyen in albergo. Non appena vi
mette piede, mi attacco a lei come un segugio. Non mi
ispira nessuna fiducia. Professa fedelt alla causa di
Shelley, ma il suo costante girare a vuoto segnala che
sta solo cercando di temporeggiare fino alla nostra
partenza. Con Shelley,  serena e radiosa. Troveremo
un modo dice con tono rassicurante ma non troppo
convinto. Shelley sembra non accorgersene. Si aggrappa
a ogni flebile speranza. E Mrs Huyen, compiuto
il suo dovere, afferra la borsa, la cartelletta, e infila la
porta. Io la seguo, bloccandola nella hall o sulle scale.
Il mio vietnamita assume una cadenza marziale. Uso
parole come dovere, assolutamente e combattere.
Se fossimo in America, userei in abbondanza anche
un'altra espressione: denunciare. Ma qui non
sortirebbe alcun effetto.
Di notte, io e Shelley ci mettiamo a letto, troppo sfinite
da tutte quelle strategie ipotizzate durante il giorno
per dire una parola di pi, ma troppo nervose per dormire.
Siamo al terzo piano, sopra i neon delle insegne,
ma le luci di sotto si riflettono sui palazzi e diffondono
lampi arancioni, gialli e viola dentro la stanza. Il poster
dell'isola deserta, che ammicca sulla parete dietro
il mio letto, sembra una pista di atterraggio per creature
di un pianeta lontano. Nonostante tutto quello
che  successo, non vorrei essere da nessun'altra parte.
Abbiamo spostato la data del rientro una volta, poi
un'altra. Rimarremo fin quando ce lo consentiranno.
Ho scritto a Marcy per informarla, lei mi ha risposto
che ha ricominciato a preparare i pranzi e mi ha mandato
i menu delle settimane passate: stinco di manzo
al vino rosso, pasta alla bolognese, Sauerbraten, pizza
al pollo. Non  esattamente vietnamita, ma sembra
funzionare. Nel tempo libero Marcy naviga in rete e
cerca scuole di cucina. Ho chiuso con la chimica mi
scrive. Diventer uno chef: sono passata dall'essere
indispensabile all'essere irrilevante.
Il dottore mi lascia un messaggio quasi ogni giorno.
Dapprima si riferivano a un'ipotetica visita a mio padre.
Ha chiamato il dottor Penzi. Vuole fissare un appuntamento
per domani. Poi Ha chiamato il dottor
Penzi. Vuole fissare un appuntamento. Infine Ha
chiamato il dottor Penzi. Vorrebbe essere richiamato.
Non lo faccio. Come potrei dirgli che mio padre forse
non sa nemmeno che sono qui? Certi giorni penso di
prendere la bici e spingermi nel mio quartiere. Magari
riuscirei a intravederlo, ormai vecchio, mentre arranca
sul marciapiede dissestato, aiutandosi con il bastone.
Lo immagino a dividere i suoi giorni tra la tosse e gli
scacchi. Riuscir ancora a cantare? Racconter le sue
barzellette? E Lan gli avr detto che sono qui? Quando
una delle mappe di Tri mi spinge troppo in quella direzione,
faccio retromarcia, rientro in albergo e dico di
non aver trovato la strada. Tri studia economia internazionale
all'universit, e prova ammirazione per una
donna che  riuscita a trasferirsi in America e che  tornata.
La mia incapacit di localizzare un famoso negozio
di riso lo lascia perplesso.
Tra me e Shelley la conversazione oscilla tra argomenti
dibattuti e altri sempre elusi. Shelley parla di tattiche
per ottenere Hai Au - per vie istituzionali, diplomatiche
o criminali. Si dilunga a descrivere la
personalit del bambino, le sue abitudini alimentari, la
sua salute, la sua bambinaia, e Co, il suo compagno di
lettino, scarno e malato, che probabilmente verr presto
dato in adozione. Parliamo di shopping, cibo, traffico,
e del suo rifiuto di usare la bici. Parliamo degli altri
americani, dei francesi, degli svedesi, che arrivano
con le valigie piene di salviette, pannolini e partono carichi
di pigiami di seta scadenti, cappelli conici, busti
di Ho Chi Minh e bambini. Non si parla di Martin,
della sua lettera o del fatto che si  rifiutato di venire.
Non si parla neanche di tornare a Wilmington e ricominciare
daccapo. Non si parla dell'eventualit che
Hai Au venga adottato da un'altra famiglia, n del fatto
che il tempo a nostra disposizione stia scadendo.
Le mie regole sono meno eclettiche e, suppongo,
meno chiare. Un pomeriggio, durante un temporale,
eravamo sedute in un bar di Ba Trieu Street e ho disegnato
a Shelley una pianta dettagliata della casa in cui
sono cresciuta. Lei non si perdeva una parola, faceva
domande sulla cucina, sul giardino, sul secchio e lo
scarico che fungevano da bagno. Poi ha messo una
mano sulla pianta e ha detto Mai, perch non ci andiamo?
 passato tanto tempo. Faresti felice tuo padre.
Ho posato la matita, tirato su il cappuccio dell'impermeabile
e sono corsa via, lasciandola con una tazza di
caff mezza vuota e senza la pi pallida idea di come
tornare in albergo. Naturalmente, dopo due minuti, il
tempo di fare il giro dell'isolato, sono tornata, mi sono
rimessa a sedere e ho finito la mia torta. Shelley non
ha detto nulla, e nemmeno io.
In un certo senso, sto ancora provando a confrontarmi
con la realt dei fatti pura e semplice. Ora che
ho visto mia sorella, tutto  chiaro e inequivocabile.
Ogni tanto a Wilmington mi balenava l'idea di essermi
sbagliata. Forse My Hoa non era annegata. Forse un
dottore era accorso a salvarla. Forse era diventata un
un'adolescente sana e felice, una studentessa, una giovane
donna, un'adulta. La mia famiglia, sollevata ma
disperata per la mia partenza, aveva fatto di tutto per
ritrovarmi. E poi, passati tanti anni e con tanti vietnamiti
che cominciano a tornare in Vietnam, immaginavo
che My Hoa avesse vinto una borsa di studio per
venire a studiare negli Stati Uniti. Nelle giornate solitarie
e calme in negozio, ogni tanto guardavo fuori
dalla vetrina e me la immaginavo uscire da un'auto e
fermarsi davanti all'insegna Good Luck Asian Grocery.
Avrebbe tolto gli occhiali da sole dal suo bel viso
e, dopo un attimo di esitazione, sarebbe entrata. Io avrei
alzato gli occhi dalla cassa e l'avrei riconosciuta immediatamente.
Shelley crede che io non voglia vedere mio padre per
paura di un suo rifiuto. Sarebbe pi facile, in un certo
senso, perch potrei rimettere a lui la decisione di perdonarmi.
Ma conosco mio padre. Lui mi ha gi perdonata.
Mi ha perdonata quello stesso giorno. Mio padre
vede la vita come una serie di incidenti. Una
guerra, un tifone, la malattia di mia madre, la morte
di My Hoa - tutte tragedie della stessa, triste sequenza.
I suoi amici dicevano che fosse un idealista, un romantico.
Non  n l'uno n l'altro, in realt. Ha regalato
alla guerra i suoi anni migliori e semplicemente
non ha pi la forza di lottare. Si rifiuta di giudicare e
spera di evitare il giudizio altrui, tutto qua. Anche se il
suo amore  importantissimo per me, il suo perdono significa
molto poco. Quando la mia mente, oppressa
dai rimproveri e dal dolore, riesce a ricostruire con un
minimo di lucidit i miei pensieri, mi rendo conto di
averlo sempre saputo. Lan non avrebbe mai potuto perdonarmi,
mio padre non avrebbe potuto farne a meno.
Sono scappata da entrambi.
Come si sentirebbe se sapesse che sono qui e non
sono andata a trovarlo? Ogni giorno progetto di farlo,
e poi, troppo spaventata, non vado. Piccoli peccati che
si sommano ad altri pi grandi.
Sono passati undici giorni dalla cerimonia di accoglienza.
Shelley la chiama cerimonia della perdita. Il
tempo passa, ma non si smuove niente. All'inizio Shelley
telefonava a casa ogni giorno, ma lo faceva con lo
spirito di chi controlla i numeri vincenti della lotteria
- sapendo di non avere possibilit di vincere. Da
quando ha ricevuto la lettera di Martin, ha rinunciato.
L'unica cosa che la tira gi dal letto  la prospettiva di
vedere Hai Au. Prima o poi dovremo salire sull'aereo e
tornare a Wilmington. Lo sappiamo entrambe, ma
non ne parliamo.
Quasi ogni mattina compro lo xi, riso appiccicoso,
da una venditrice che all'alba parcheggia la sua bici all'angolo.
Quando rientro in camera, passo a Shelley il
riso avvolto in una foglia di banano e alla fine lei si
mette a sedere sul letto, rompe l'involucro con le dita
e mangia, lo sguardo perso fuori dalla finestra. Dovremmo
visitare il museo ripete sempre, ma  una
constatazione, non una vera proposta.
Sabato mattina, mentre vado a comprare lo xi, incontro
Dario nella hall.
Avevo intenzione di richiamarti dico. Mi limito a
rallentare, come se non sapessi che  l per me.  alto,
i suoi occhi sono pi verdi e pi belli di quanto ricordassi
e mi blocca il passaggio. Giocherello con le monete
che ho in mano. Assumo l'aria di chi ha fretta.
Non credo che l'avresti fatto risponde sorridendo.
Inutile cercare scuse, le smonta senza problemi.
Mi fermo davanti alla porta. Se dobbiamo parlare,
tanto vale farlo con l'aria condizionata. Non  un
buon momento per vedere mio padre. Non sta bene.
Dario ride, come per dire Questa  buona. Volevo
mostrarti una cosa. Prende la sua valigetta, estrae una
busta e me la porge. Guarda.
Dentro c' una foto della bimba muong. Ha il piede
fasciato e sorride. Lo osservo da sopra la foto. Sta
bene?
Annuisce. Guardiamo insieme la foto. Potrebbe essere
la prova della reincarnazione o della vita su Marte.
Un miracolo dichiara con voce bassa, impressionata,
riconoscente.
Nella foto si vede una mano adulta che tiene la
bambina per la vita.  femminile, piccola e callosa,
dalla presa salda. Mi chiedo cosa voglia dire provare un
sollievo del genere.
Andiamo a bere un caff propone lui.
Guardo gli spiccioli che ho in mano. Devo portare
la colazione a Shelley.
Aspetter.
Sono solo le sette e mezzo quando io e il dottore
usciamo. Il cielo  nuvoloso, carico di pioggia. Ci dirigiamo
a ovest lungo Hang B Street, passiamo davanti
a negozi di stoffe, nastri, rocchetti di filo. I negozianti
sono sulla soglia a versare secchiate di saponata sui
marciapiedi sporchi. Persino a quest'ora l'acqua evapora
in sottili esalazioni e l'aria  piena di umidit. Pi
tardi il caldo si far aggressivo. Per adesso  setoso e invitante
come il manto di un leone addormentato.
In Bat Dan Street entriamo al Caf Phuong, pieno di
sedie di vimini, piante e fotografie sfocate di paesaggi
e belle donne: l'ennesimo elemento sulla mappa di Hanoi
che quand'ero giovane non esisteva. A un tavolo in
un angolo ci sono due uomini col loro caff e la sigaretta
accesa. Uno di loro batte il dito sul giornale. L'altro
scuote la testa. Una ragazzina pulisce il bancone. 
alta e aggraziata, ha i capelli raccolti in due codini, una
nuova moda che ha adottato anche Marcy in America.
Dottor Dario dice in inglese. Novit?
Niente di particolare. Due caff, per favore,
Stephanie, con latte fresco. Mi d un'occhiata e poi
mi spiega Studia all'International School.
Prendiamo un tavolo accanto alla vetrina. D'un
tratto comincia a scendere una pioggia scrosciante,
come l'ouverture di una sinfonia. Dentro il locale climatizzato
la temperatura  artificiale, fa quasi troppo
freddo. Appesa alla parete alle nostre spalle c' la foto
di una donna sulla spiaggia con indosso un o di
bianco. Ha le ginocchia raccolte e la testa reclinata in
modo che il vento le scosti i capelli dal viso facendoli
fluttuare nell'aria. Semplice e affascinante, ha qualcosa
di una contadina e qualcosa di una reginetta di bellezza,
vagamente familiare. Vorrei aver messo il rossetto.
Questa  Phuong mi dice il dottore. Ho fatto
nascere sua figlia. Stupidamente volgo lo sguardo
alla ragazza dietro il bancone. No, Stephanie  la figlia
maggiore di Phuong. Parlavo di Christina, una neonata.
Phuong  un'attrice. Hai visto Indocina?
Scuoto la testa, ma ricordo che Gladys me ne aveva
parlato. Si lamentava che quel film trasformasse i comunisti
in eroi.
Phuong interpreta la moglie di un mandarino di
Hue mi dice. Scrollo le spalle. Guarda... Mi fa alzare
per esaminare un'altra foto, un fotogramma in
bianco e nero del film, la reginetta di bellezza  una
principessa delle colonie.
Forse l'ho vista in qualche altro film.
Dario scosta una sedia e io mi accomodo. Stephanie
ci ha portato il caff. Dat, il marito di Phuong,  un
fotografo. Anche abbastanza bravo, a dire il vero.
Sono una vietnamita. Sono io che dovrei spiegare gli
aspetti della cultura contemporanea. C' dello zucchero?
chiedo guardandomi intorno. Sto cercando
quello che ho trovato in tutti gli altri bar in cui sono
stata: una ciotola stracolma con dentro una o due formiche
zampettanti e un cucchiaio incrostato per i
troppi tuffi nelle tazze di caff. Dario spinge verso di
me un cestino di vimini. Contiene zollette di zucchero
avvolte nella carta rosa. Importate, precisa l'etichetta,
dal Giappone. Lo dicevo, questo non  il mio Vietnam.
Dario prende la sua tazza e si abbandona contro lo
schienale. Perch non siamo andati da tuo padre? mi
domanda.
I fumatori all'altro tavolo si sono messi a discutere
sulle possibilit dell'Argentina nella Coppa del mondo.
Da un punto imprecisato nel retro del caff sento rumore
di acqua che scorre, gridolini e risate: la figlia
della star del cinema che fa il bagnetto. Mescolo una,
poi un'altra zolletta di zucchero nel mio caff. Dario
sorseggia il suo e mi guarda. Siamo a un punto cruciale,
e forse lo sa. Se mentissi - Veramente adesso sta meglio.
Non ha bisogno di niente - non si sentirebbe pi
in debito con me per avergli fatto da interprete. Finiremmo
il nostro caff e ci diremmo addio, senza pi
motivo di rivederci. Sarebbe una risposta convincente,
pi o meno, e anche esaustiva. Libererebbe lui da ogni
obbligo e imbarazzo e me dall'umiliazione della verit.
Apro la bocca, ma non mento. Lo guardo.  una
lunga storia esordisco. E la strada che ho scelto 
quella che ci far attraversare tutti i momenti pi duri.
Giunta alla seconda della mia serie di confessioni
(due in meno di due mesi), dovrebbe essere pi facile.
Dovrei essere in grado di prendere le distanze - interpretare
la parte, per cos dire. In realt  peggio. La
prima volta, conoscevo Shelley abbastanza da potermi
fidare, e cos, su quel furgone in Virginia, le ho raccontato
la mia storia come se fossi sola, come se parlassi
alle nuvole sopra di noi. Oggi sono un'imputata
davanti a un giudice. Ma perch quest'uomo? Perch
qui? Perch adesso? Perch sembra capace di ascoltare.
Perch non mi sento pronta a dirgli addio. Perch
sembra volermi conoscere, e io sono questa storia.
E cos parlo. Non ometto niente. L'uomo ascolta in
silenzio. A un certo punto annuisce, ma solo per farmi
capire che mi segue. Dopo un po', mentre Stephanie
passa a pulire un tavolo accanto al nostro, le ordina due
bottigliette d'acqua. Quando infine concludo, ha
smesso di piovere. La luce del sole si riversa sulla strada
facendo scintillare tutte le cose bagnate. Ho la sensazione
di avergli mostrato ogni centimetro del mio
corpo. Il mio corpo sfinito, affannato, vivo e sorprendentemente
grato, pi o meno.
Dario solleva una mano e si massaggia gli occhi.
Sembra stanco - n vecchio n giovane - e anche deluso.
Magari pensava che fossi diversa e ho infranto le
sue speranze. Ma non posso dirlo con esattezza. Ci separano
tre continenti, almeno.
L'orologio sulla parete segna le 8 e 47. Stappo la mia
bottiglia e la vuoto d'un fiato, non tanto per sete
quanto per il bisogno di concentrarmi su qualcos'altro.
Scusami gli dico. Mi avevi invitata solo per un
caff.
Alza le spalle. Magari racconti sempre questa storia,
mentre bevi il caff.
Sorrido, scuoto la testa. Premo il tappo della bottiglia
sul braccio, lo sollevo e osservo il cerchio che mi
ha lasciato sulla pelle.
Perch me l'hai raccontato? vuol sapere.
Stampo un altro cerchio sul braccio. Ancora un altro.
Non avevi capito chi sono gli rispondo.
E adesso che ho sentito questa storia ti capisco
meglio?
Qualcosa del genere.
Vorrei trovare un modo per andarmene o per lasciare
lui libero di andarsene, ma la porta si spalanca con una
ventata di aria calda e irrompe una donna, carica di
sacchetti della spesa. Scorge Dario. Ehi, chi si vede. Sei
venuto a trovarmi, finalmente. Da quanto me l'avevi
promesso? Si rivolge a Stephanie dietro il bancone,
dandole istruzioni in vietnamita Bimba, vai a prendere
il resto sulla moto. Lascia cadere i sacchetti per
terra e si avvicina al nostro tavolo. Adesso la riconosco.
Dario dice Phuong, ti presento la mia amica Mai,
viene dal North Carolina, Stati Uniti.
Xuan Mai? chiede.
Chi Anh? mi alzo, passando alla vecchia espressione
di saluto: Sorella Anh. Come se non ci vedessimo
da un paio di giorni.
Sei cresciuta mi dice abbracciandomi.
Anh si siede sulla sedia accanto alla mia, tenendomi
la mano. Era molto carina allora, e adesso  bella,
come se le ci fossero voluti un decennio o due per diventarlo.
In questo istante, di ritorno dal mercato, sudata
e in disordine, la sua bellezza sembra a lei connaturale,
destino piuttosto che artificio.
Con la mia mano tra le sue, si gira verso Dario, che
 confuso, e spiega Ci conosciamo da quando eravamo
bambine.
Ma non sembri sorpresa di vederla dice lui.
Mi mette una mano sulla guancia, poi la posa sul ginocchio,
mi sorride dolcemente. Sono felice, tutto
qua. Ma no, non sorpresa. Noi vietnamiti abbiamo nostalgia
del Vietnam. La gente torna. Persino Xuan Mai
 tornata.
Xuan Mai? chiede Dario guardandomi.
Qui mi hanno sempre chiamata cos. Non so descrivere
che effetto mi fa sentire di nuovo il mio nome.
Xuan Mai. Il mio nome per intero.
- Anh aggiunge: Mai  un semplice bocciolo di albicocco,
mentre Xuan Mai significa "bocciolo di albicocco
che si schiude in primavera". Quasi una poesia, senti?
Senza darmi il tempo di replicare, continua La sorella
di Xuan Mai  una mia cara amica. Giocavamo alle Hai
Ba Trung - le regine guerriere del Vietnam - sugli argini
del fiume. Xuan Mai ci supplicava di farla giocare
con noi. Ricordi, Xuan Mai? Quando eravamo in
buona ti lasciavamo fare il primo ambasciatore.
Annuisco. E se non eravate in buona, mi facevate
fare il cavallo.
Vero, vero! ammette. Mi lascia la mano e mi solleva
il mento con il palmo. Sei diventata cos bella
mi dice assorta. Si rivolge al dottore. Era una creaturina
pelle e ossa. Non  una bellezza, adesso?
Mi guardo le ginocchia, sperando che la conversazione
si sposti su qualcos'altro. Dario dice Proprio
cos. La sua voce  meditabonda, come se avesse gi
considerato la questione.
Anh mi tira un lembo di camicia. Questi vestiti,
per! ride. Le ragazze di Hanoi sono molto moderne,
ormai. Portano minigonne e magliette aderenti.
Vogliono somigliare alle attricette di Hong Kong.
Xuan Mai se ne va in America e sembra ferma agli
anni Settanta.
Mi sforzo di guardare Anh. Perch hai cambiato il
tuo nome in Phuong?
Si appoggia alla sedia, scaccia con una mano la domanda.
Oh, non ti puoi chiamare Anh e fare l'attrice
risponde, come se fosse ovvio. Ma il dottore sembra
perplesso. Xuan Mai, diglielo tu. Qual  un nome inglese
che equivale ad Anh?
Gladys.
E Phuong? Qualcosa di altrettanto affascinante?
Gwyneth.
Anh sembra apprezzare. Assolutamente. Gwyneth!
Guarda il dottore. Adesso capisci?
Gwyneth... Gina. In Italia, una Gina cambierebbe
il suo nome in Eleonora.
Puro buonsenso dice Anh, come se i nomi italiani
per lei significassero qualcosa. Ho sempre sognato di
fare l'attrice.
Anh e mia sorella erano le pi intelligenti e ambiziose
tra le ragazze selezionate per studiare in Unione Sovietica
nel 1973. Anh era molto portata per le lingue ed era destinata
alla carriera diplomatica. Lan, a differenza del
resto della famiglia, eccelleva nelle scienze, e il governo
vietnamita voleva mandarla a studiare fisica a Mosca.
Poi, pochi mesi prima di partire, Lan s'innamor
di Tan, figlio dei nostri vicini di casa. Lo conoscevamo
da una vita. Tan, di due anni pi grande di Lan, non
si univa mai agli altri bambini del quartiere che gironzolavano
in strada giocando alla guerra o a guardie
e ladri. Piuttosto se ne stava seduto in veranda, a casa
sua, a creare costruzioni con pezzi di cartone, fil di ferro
e legno. Quando comp diciassette anni, part per la
guerra. Tre anni dopo, nel '73, torn in licenza pi alto
e muscoloso, riflessivo come sempre, ma pi sicuro di
s. Penso che Lan fosse attratta da ci che lui non voleva
raccontarle, l'orrore di tutto quello che accadeva
al Sud. A dispetto della familiarit che avevamo con rifugi,
evacuazioni e il rombo occasionale di un aereo o
di una bomba lontana, Lan e io non avevamo mai visto
la guerra vera e propria. Lei sosteneva che fosse come
assistere a uno spettacolo da dietro le quinte: sapevi cosa
stava succedendo, ma non riuscivi mai a vederlo. La notte
prima che Tan tornasse al fronte, trovarono un funzionario
che li un in matrimonio. Il mattino seguente,
Lan lo accompagn alla stazione. Poi lei si arruol
nel servizio antimine lungo il Truong Son Trail, che gli
americani chiamavano Sentiero di Ho Chi Minh, e
part nel giro di una settimana. Due mesi dopo la partenza
di Lan, Anh and in Unione Sovietica con gli altri
studenti e non la rividi pi.
Quindi hai cambiato nome in Russia?
A Parigi. Ho cominciato a lavorare nel teatro a
Mosca, soprattutto commedie. A guerra finita, conobbi
dei diplomatici che vivevano in Francia e mi procurarono
una borsa di studio a Parigi. Mi appellai accoratamente
al mio desiderio di recitare in nome del
mio Paese e riuscii miracolosamente a convincere le
autorit vietnamite a lasciarmi andare. Che avevano da
perdere? Sapevo gi parlare il russo e, senza nessun costo
per loro, avrei imparato anche il francese. Cos nel
1976 andai a Parigi e conobbi subito un americano di
nome Joe, che dirigeva la filiale francese dell'American
Express. Nacque una storia d'amore, stile Romeo e
Giulietta, hai presente? Mi insegn l'inglese. Il mio
francese  pessimo, in realt.
Quando sei tornata in Vietnam?
Si volta a chiamare Stephanie Tesoro, porta dei
croissant, e quel cestino di litchi! Si tasta lo stomaco.
Ho una gran fame. Oggi  l'anniversario della morte
di mio suocero e sono stata al mercato per ore. Dicevo?
Ah, sono tornata nel 1980. Avevo rotto con Joe, poi con
Mike, poi con - come si chiamava? - Hal; avevo un debole
per i ragazzi americani. E Parigi non era male. Ho
avuto ottime opportunit con il teatro e qualcuna anche
nel cinema. Ma poi ho pensato: basta cos. Non
posso continuare a recitare ruoli da puttane. La storia
di Madame Butterfly finisce per stancare. Sono
tornata per poter scegliere parti pi interessanti. E mia
madre stava male. Dopo otto anni, era il momento.
Stephanie ci porta i litchi e i croissant tiepidi. Anh
addenta il suo prima che siano sul tavolo. Mangiate,
voi due ci esorta. Sono freschi, di stamattina.
Guarda Dario. Persino gli europei saranno soddisfatti.
Assaggiamo i croissant, cos fragranti e leggeri
che ogni boccone si dissolve appena tocca la lingua.
Anh appoggia la mano sulla mia. Hai visto Lan?
Faccio segno di s.
D un altro morso al suo croissant, lancia un'occhiata
al dottore, poi di nuovo a me.
Sa tutto le dico.
Tutto?
Lui solleva una mano e la lascia ricadere sul tavolo,
dicendo Da poco. Temo davvero che stia per andarsene,
ma non lo fa.
L'ho vista ieri. Sembrava turbata, ma non mi ha
detto che eri qui mi dice Anh. Prende un paio di litchi
dal cestino, li sbuccia e ne porge uno a me e uno
al dottore.
Non le fa piacere.
 comprensibile. Su, mangia.
I litchi sono pieni e dolci, succosi. Li divoriamo
come se fosse il nostro mestiere. Occhi concentrati,
muoviamo le mani con destrezza, sbucciamo, tiriamo
la polpa coi denti, ammucchiamo i semini marroni e
la buccia rosa tra i piatti sporchi, le tazze di caff ormai
freddo e le bottiglie vuote. Confortante. Non occorre
guardarsi.
Quando Anh torn dalla Francia, nel 1980, My Hoa
era morta da un anno. All'epoca Lan lavorava come
project manager all'istituto di scienze marine. Conduceva
una ricerca finanziata dalla Svezia sull'allevamento
dei gamberi che, ricorda Anh, era dispendiosa,
non molto promettente e minacciava di durare pi di
dieci anni. Lan non si lamentava. Sembrava pienamente
soddisfatta di riempire i giorni lavorando e
prendendosi cura di mio padre, che, non troppo in salute
ma animato da nuove ambizioni, aveva deciso di
imparare il cinese per tradurre in vietnamita un famoso
dizionario. Quei due erano come robot mi racconta
Anh. I loro corpi si muovevano, ma in testa non avevano
altro che dati.
Poi, nel 1986, l'Australia e l'istituto di scienze marine
decisero di cooperare per un nuovo progetto sull'allevamento
dei gamberi basato sui risultati ottenuti
fino a quel momento. Lan fu spedita a Sidney per tre
mesi e, mentre era l, si innamor di un collega, un uomo
di origini vietnamite di nome Chung che purtroppo era
sposato. Lan torn in Vietnam incinta e diede alla luce
la loro bambina, Lien, l'anno seguente. Fu allora che
riusc a venirne fuori. Non intendo dire che abbia superato
la morte di My Hoa. Non la superer mai. Ma
per sette anni aveva vissuto come se fosse stata vittima
di un sortilegio. Lien l'ha risvegliata.
Sento gli occhi di Anh su di me. Mi guardo le mani,
appiccicose e imbrattate di litchi e polvere. Una cosa
 aver immaginato, per tanti anni, quanto avessi fatto
soffrire mia sorella, un'altra sentirlo raccontare.
Lan rimase qualche altro anno all'istituto finch
l'economia non cominci a crescere. Quindi lasci il
lavoro e apr il suo bar. Da allora  come sbocciata.
Adorava Lien, il bar era un successo. Io e Dat non
avremmo mai aperto il nostro se non avessimo visto
come andava il suo. La vita  migliorata, davvero. E poi,
l'anno scorso, Chung si  fatto vivo. Quattordici anni
dopo! Aveva divorziato e voleva conoscere sua figlia.
Una cosa tira l'altra e hanno finito per sposarsi. Lui
non pu lasciare Sidney perch ha un impianto di lavorazione
di frutti di mare da qualche parte sulla costa.
Naturalmente vorrebbe che Lan e Lien si trasferissero
l. Ma Lan non vuole lasciare vostro padre.
Finalmente c' qualcuno a cui posso domandarlo.
Come sta mio padre?
Sta morendo, suppongo. Anh  stata sempre
franca. Quanti anni ha adesso?
Ne compie sessantasei.
Non riesce a respirare. A dirla tutta, potrebbe morire
domani o l'anno prossimo. Ma credo sia pi probabile
che muoia domani.
Per oltre met della mia vita - gi,  passato tutto
questo tempo - ho desiderato tornare indietro nel
tempo, per viverlo di nuovo, e meglio. Ma questo 
chiedere troppo. Ora mi accontenterei di qualcosa di
pi semplice. Dare a mio padre i miei polmoni.
Dovresti andare a trovarlo mi dice Anh.
La guardo.
Di giorno  solo. C' un lucchetto al cancello di
casa, ma la gente va e viene per fargli visita. Sembra
chiuso ma in realt non lo .
Mi rendo conto d'un tratto che siamo passati al
vietnamita. Dario sembra comunque intento a seguire
il discorso, dal tono, dalle espressioni, dalle pause tra
una parola e l'altra. Scusa. Siamo maleducate.
No. Scuote la testa. Ha l'aria imbarazzata, come se
avesse gi sentito troppo.
Io e Dario percorriamo la stessa strada per tornare in
albergo, ma non siamo insieme; siamo due che sono
diventati intimi troppo in fretta e adesso provano a ristabilire
le distanze. Mi sforzo di concentrarmi su ci
che offre la giornata: la sensazione del sole sulla pelle,
il riverbero nei miei occhi, l'accanimento del traffico.
Ma non posso ignorare che non sono una persona migliore.
Per anni in America mi sono considerata un fallimento,
e sono tornata ad Hanoi consapevole di andare
incontro al disappunto degli altri. Ma questo tipo
di vergogna giunge inaspettato. Fino a due settimane
fa, quest'uomo non sapevo nemmeno che esistesse.
In mezzo al frastuono della strada, quasi non lo
sento. Posso dirti una cosa, Xuan Mai? mi domanda.
Sorrido, ma sono in ansia. Credo di s. Nessuna
critica potrebbe farmi sentire peggio di come gi mi
sento.
Ti ricordi quando ti ho descritto la morte di mia
moglie?
Certo.
Sull'aereo, subito dopo l'incidente, temetti che l'aereo
stesse per esplodere. Insomma, non sono un idiota.
Sapevo che una cosa simile sarebbe potuta accadere.
Dico a mia moglie che vado in cerca di bende, ma mi
premeva, anche, uscire dall'aereo. Il pi in fretta possibile.
Quando racconto la storia, di solito ometto
questo particolare.
Gentile, ma poco convincente. Non  la stessa
cosa.
Vuoi fare a gara?
No. Perch hai voluto dirmelo?
Come chiami il tuo crimine?
Non lo so.
Io lo chiamo negligenza. E abbandono. Per negligenza
e abbandono, meriti ventitr anni.
E tu?
Per essere stato un codardo, nove anni.
La fai semplice.
Sospira, poi si ferma nel bel mezzo del marciapiede.
La donna dietro di noi, carica di banane, impreca e ci
gira intorno, con sguardo truce. Il dottore mi prende il
braccio, lo tiene, mi guarda e parla in italiano - forse
due o tre frasi, di cui non colgo nemmeno una parola.
L'una scivola nell'altra, su e gi; sono languide ma enfatiche,
come l'opera. Poi mi lascia e riprendiamo a
camminare. Non chiedo una traduzione e lui non me
la offre.
Sono cresciuta in Nguyen Sieu Street, in fondo a Ngo
Gach, la strada della fornace di mattoni.  sempre stato
un quartiere tranquillo, la sua attrazione principale era
la pagoda Thanh Ha. Adesso su ogni edificio c' dipinta
una scritta che reclamizza qualche prodotto.  un arcobaleno
di tinte diverse, la mia vecchia strada. Pennelli,
tele cerate, trementina. Non riesco a immaginare
come tutto ci sia stato possibile. Mia madre insegnava
storia alla Scuola media di Tran Phu, un paio di isolati
pi in l. Quando mor, ricordo che arrivarono a casa
sciami di studenti, classe dopo classe, tutti treccine e
agitazione, sguardo basso, insicurezza, imbarazzo. Mio
padre volle che io e Lan stringessimo le loro mani una
per una. In quel momento, mi pes. Non avevo nessuna
voglia di stringere mani, accettare condoglianze
o guardare negli occhi ragazzini che dieci minuti dopo
sarebbero corsi a casa con la certezza che le loro
mamme fossero ancora vive. Avrei voluto scappare. Volevo
un'altra famiglia. Una tutta intera.
Imbocco Nguyen Sieu Street, il manubrio della bici
che mi hanno prestato carico di sacchetti di cibo, e mi
ci vuole un minuto buono per capire dove sono. I portoni
lungo la strada sono cambiati. Adesso ci sono
scritte e insegne dappertutto, nessuna familiare. Per
orientarmi devo guardare al di l della strada, localizzare
la pagoda davanti a cui sono passata ogni giorno
per diciannove anni della mia vita. Poi vedo l'ingresso
conosciuto, lo stretto passaggio che si insinua tra due
palazzi. Entro e lo seguo per qualche metro, fin quando
svolta a sinistra, poi prosegue diritto e si inoltra in
fondo. L'aria odora di muffa, cherosene e di qualcosa
di inconsueto: incenso. S. Oltrepasso l'ingresso della
piccola stanza in cui viveva la vecchia Mrs Nhung e i
gradini che portano a casa di Le, il pianerottolo intasato,
come sempre, di scarpe e biciclette. E poi, alla fine
del passaggio, il vecchio cancello col catenaccio. Do un
colpetto e si apre. Scivolo oltre il cancello e sono a casa.
L'edificio era gi vecchio quando vi si trasferirono i
miei. Una famiglia di mercanti cinesi ci aveva vissuto
per pi di cinquant'anni, per abbandonarlo infine nel
1954, quando fuggirono a sud approfittando di un armistizio.
I miei genitori giunsero ad Hanoi poco tempo
dopo; non avevano una casa e non sapevano dove andare.
Il governo offr loro l'uso di questa casa come ricompensa
del servizio prestato durante la guerra. A differenza
di altre ville pi eleganti in citt, quella non era
per nulla grande o lussuosa, ma godeva di una particolarit
davvero notevole. In un angolo del cortile, di
fronte al vialetto che conduceva al cancello, un banano
cresceva su un piccolo fazzoletto di terra, lungo il
muro, e apriva le sue grandi braccia verdi sul cortile,
rendendolo tranquillo, fresco e ombreggiato, persino
nei giorni pi caldi d'estate. L'albero esisteva da prima
della casa, e le sue radici si erano diramate in tutto il
terreno, diventando spesse e resistenti come tronchi.
Ero cresciuta credendo che i banani, compreso il nostro,
ospitassero gli spiriti dei morti. Non eravamo
particolarmente felici di averne uno cos vicino, ma
non ci sognavamo nemmeno di tagliarlo, per non rischiare
di scatenare gli spiriti contro di noi. La nostra
famiglia e quell'albero convissero sempre in pace. Anche
durante gli anni pi duri del regime comunista riuscivamo
a trovare un bastoncino d'incenso da offrirgli.
A mia madre sarebbe piaciuto fare di pi, temendo
che offerte non adeguate potessero apparire una mancanza
di rispetto. Mio padre diceva sempre che non si
potevano fare offerte quando non si aveva niente da
offrire. Gli spiriti vedevano bene la nostra povert.
Non avevano granch da aspettarsi.
La prima cosa che noto appena metto piede in cortile
sono le centinaia di bastoncini di incenso rossi,
consumati, inseriti tra le fessure e i nodi dell'albero. La
seconda cosa che noto  mio padre, seduto in una sedia
di vimini, all'ombra. Ha un giornale ripiegato in
grembo, gli occhiali in mano e il capo riverso all'indietro.
Appoggio la bici al muro, poso per terra i sacchetti,
poi entro in cortile, e mi avvicino. A ogni respiro
il suo petto prende rumorosamente vita, poi torna a
morire. La pelle di mio padre  pallida, livida, piena di
macchie e venuzze. I suoi capelli, ormai quasi completamente
bianchi, formano una matassa setosa di
riccioli sottili intorno alla nuca. Dopo ventitr anni,
ovviamente il suo aspetto  cambiato, ma non in modo
radicale. Era gi anziano quando me ne andai, sebbene
non avesse superato di molto i quaranta. Era invecchiato
di colpo, dopo la morte di mia madre. La gente
parla di diventare vecchi ma lui non divent vecchio.
Lui - l'ottimista che al di l di ogni logica continuava
a credere che si sarebbe ripresa - si trasform in
un vecchio nel giro di cinque minuti. Una cosa simile
pu capitare solo una volta nella vita di una persona.
Dopodich non resta che invecchiare sempre di pi,
cosa che lui ha fatto. Una parte di me prova tristezza
nel vedere quest'uomo, un tempo cos forte e agile, debole
ed esausto. L'altra parte di me soffre soltanto per
essersi persa tanti anni insieme a lui.
C' una seconda sedia vuota, accanto a quella di mio
padre: invita a sedersi e conversare. Su un tavolo ci
sono due mazzi di carte logore, una copia della Storia
di Kieu, tre flaconi di medicine, una tazza, un ventilatore
e un mucchietto di fazzoletti accartocciati. In silenzio
raccolgo i fazzoletti sparsi, sistemo gli oggetti sul
tavolo, poi prendo la tazza, che  piena di caff tiepido
striato di latte secco, e la porto al rubinetto nell'angolo
in fondo al cortile. Quando mi chino ad aprire la valvola,
l'acqua spara tutto intorno, schizzando sulle mie
scarpe. Un diluvio rispetto allo stillicidio che ricordo io,
ai tempi in cui mia madre inveiva contro il rubinetto
come se fosse colpevole della poca acqua che arrivava.
Perch Khoi non mi ha parlato di questo quando
mi ha raccontato del suo viaggio ad Hanoi? Perch non
ha fatto cenno al miglioramento delle reti idriche?
Accanto al rubinetto, trovo una bacinella piena di vestiti
a mollo, in superficie sottili bolle di sapone iridate.
Tolgo l'orologio, lo metto in tasca, poi immergo le
mani nell'acqua fresca e inizio a strofinare, un capo alla
volta, abbastanza energicamente da togliere lo sporco
ma con la delicatezza necessaria a non strappare il tessuto.
Sono gli abiti di un vecchio: nient'altro che canottiere
bianche e pigiama sbiaditi, lisi dai troppi lavaggi.
Mi volto a guardare, ma mio padre non si  mosso.
Ci vuole pi tempo del previsto per finire di lavare.
Dopo anni di lavatrice, le mie mani e le mie braccia
sono impacciate e deboli. Infine stendo tutti i panni ad
asciugare, poi scarto i miei acquisti e mi metto a preparare
il pranzo. Ho portato cavoli - di un verde pi
scuro e intenso di quelli che trovo negli Stati Uniti -
uova, un trancio di maiale, tofu, un barattolino di
melanzane in salamoia, per cui va matto, e riso. Certe
volte, a Wilmington, cucino i piatti che mia madre mi
raccontava di aver mangiato durante la sua infanzia -
salsicce di maiale, gamberetti allo zenzero, o specialit
francesi come crme caramel e pat. Non avevo mai
avuto la fortuna di assaggiare queste prelibatezze in
Vietnam, ma in America ho imparato a prepararle.
Oggi per cuciner dei piatti semplici. Ricordo bene
quanto mio padre amasse i cibi con cui era cresciuto.
Credo gli rammentassero la sua giovent, i giorni di
guerra, quando gli bastava poco per sopravvivere. Mi
abbasso sui vecchi fornelli e preparo il pasto di un contadino:
una semplice omelette con tocchetti di pollo,
cavoli lessi, tofu fritto stufato nel pomodoro, melanzane
in salamoia, una scodella di brodo vegetale e
riso. Non sentivo un aroma cos delizioso da anni.
Quando ho finito, pulisco il tavolo accanto alla sedia
di mio padre, prendo il vassoio di alluminio rotondo,
vi metto sopra ciotole e bacchette e porto il pranzo a
mio padre. Forse  il rumore del vassoio che striscia sul
tavolo che finalmente lo sveglia. Forse  l'odore del cibo
che ha davanti. Si stropiccia gli occhi e li apre, guardando
per un attimo il cielo. Poi prende gli occhiali, se
li sistema sul naso e' mi vede, l di fronte a lui.
B dico. Padre.
Credo che stia provando a parlare ma le parole gli
muoiono in gola. Tosse  una parola insignificante
rispetto a ci che accade al suo corpo. Ondata dopo ondata,
gli spasmi nascono dalle sue viscere, gli percorrono
il torace, le spalle, la schiena, il collo, erompendo
dalla sua bocca in forti esplosioni cacofoniche, sembra
lo sputacchiare di una macchina rotta. Come fa un
corpo cos gracile e debole a produrre questo frastuono?
Attraverso di corsa il cortile per riempire un
bicchiere d'acqua dalla brocca sul fornello. Ma quando
glielo porgo lo rifiuta, tossendo ancora, guardandomi
negli attimi di tregua. Cinque minuti dopo, quando gli
spasmi si esauriscono, indica il brodo. Mi siedo accanto
a lui e ne verso un po' nella sua ciotola. La prende con
mani tremanti e se la porta lentamente alla bocca. Vorrei
tenerla io per lui, ma non lo faccio. Sorseggia piano,
senza fermarsi, non lascia nemmeno una goccia.
Vuoi del riso? gli chiedo.
Annuisce. Ti ho seguita mi dice con voce pi forte
di quanto mi aspettassi.
Metto il riso nella ciotola insieme a qualche pezzo di
omelette e di tofu, gli avvicino il piatto di melanzane.
Forse l'omelette si  bruciata un po' gli dico.  dorata
e croccante all'esterno, ma morbida e spugnosa
dentro; mia madre le faceva cos. Ma devo dire qualcosa,
non posso far finta di non esser stata via tanto a
lungo.
B prende un boccone di omelette e mastica. Ti ho
seguita mi ripete.
Mi servo un po' di riso, un pezzetto di tofu e mangio.
Allungandomi sul tavolo prendo un pezzo di tofu
particolarmente grosso e succulento e lo metto nella
ciotola di mio padre. L'omelette non  buona constato.
E il tofu troppo gommoso. Il riso  un po'
troppo asciutto. Scusa.
Sapevo che saresti salita su quella barca. Ti ho seguita.
Lo zio Binh aveva una moto, ricordi?
Faccio segno di s, ma non lo guardo. Spingo il piatto
di melanzane un po' pi in l. Sollevo un chicco di riso
dalla mia ciotola e me lo metto in bocca.
Il fratello del tuo fidanzato ci spieg dove andare.
Trovammo facilmente il villaggio, solo un paio di chilometri
a sud di Hai Phong. Con la moto arrivammo
in poco tempo, probabilmente meno di un'ora dopo
che prendesti l'autobus. Ma quei pescatori si muovevano
in fretta. Appena videro che avevi il denaro ti fecero
salire sulla barca e partirono. Mi sorprende che
riesca ad andare avanti tanto a lungo, parlando e respirando
contemporaneamente. La sua ciotola  piena
e abbandonata. Aggiungo un altro pezzo di tofu a
quello che contiene gi.
B', mangia.
Rimasi sul molo. Vedevo la barca. Le donne del
porto non provarono nemmeno a mentire. Dissero
che l'imbarcazione era diretta a Hong Kong. Mi sentivi
mentre ti chiamavo?
Scuoto la testa.
Ti chiamavo e urlavo.
Scuoto la testa.
Dicevo "Xuan Mai. Torna, bambina mia. Una  gi
abbastanza. Non togliermene due".
Scuoto la testa, continuo a scuoterla. Non sentivo
niente.
La mia ciotola  rimasta sulle gambe. Le bacchette
pendono dalle mie dita, verso il pavimento. Mi dispiace,
B' sussurro. Forse mi sente, forse no.
Una era abbastanza. Perch hai voluto farle diventare
due? mi chiede con voce sconsolata, e non  una
domanda, ma una dimostrazione di come si sent su
quel molo, mentre chiamava sua figlia che aveva ucciso
sua nipote e poi si era dileguata.
Non ti sentivo gli dico.
Annuisce. Adesso piange, e il pianto gli provoca un
altro attacco di tosse, ancora pi violento del primo.
Riesco a togliergli la ciotola dalle gambe, mi rannicchio
accanto a lui, una mano sul suo ginocchio. Quando
smette, ansima. Le sue braccia mi avvolgono e si china
a baciarmi, alla vecchia maniera vietnamita, piccole e
rapide annusate sulla testa. Non mi baciavano cos da
anni. Mi fa capire che avevo una vita davanti a me, e l'ho perduta.
...
.
...
CAPITOLO 17.
...
.
...
Shelley.
...
.
...
Anche Lap, l'autista, ha i suoi piani. Parla pochissimo
l'inglese, ma ha una pista da seguire, al
contrario di Mrs Huyen e Carolyn Burns. Loro si
aspettano (e vogliono?) che io sventoli bandiera bianca
e fili dritta all'aeroporto. La tradizione vietnamita sembrerebbe
prescrivere che io, in quanto cliente, mi sieda
dietro, invece sto sul sedile davanti, accanto a lui.
Tutte le mattine, lungo la strada per l'orfanotrofio, ci
dividiamo le sigarette e ascoltiamo cassette di
rock'n'roll vietnamita o i Mondiali alla radio. Nel pomeriggio
porta con s suo figlio, un dodicenne di nome
Binh che parla inglese piuttosto bene e lo usa soprattutto
per fare congetture sulla vita a bordo degli aeroplani.
Binh si sporge in avanti dal sedile posteriore del
Toyota, facendo penzolare le braccia su quello anteriore,
come se stesse pescando.
Un mio amico dice che se in aereo hai bisogno di
andare in bagno, c' solo una tazza. Per gli uomini, nessun
problema. Per le donne, grande problema. Molte
signore muoiono. Muoiono sull'aereo. Parla con tono
triste e convinto. Me lo immagino a scuola, mentre riferisce
l'informazione ai suoi compagni in cortile.
Non  vero gli rispondo.
Lui fa segno di s con la testa. Certo che  vero!
Pap dice che mio cugino pu aiutarti riferisce
Binh. Ministro degli interni. Ottima cosa.
Guardo Binh.  il Ministro degli interni? Il dialogo
di oggi riguarda il piano numero 5. Gli altri quattro
sono stati un fiasco, e non per negligenza di Lap, perci
mi stupisce che non avessimo interpellato quest'uomo
prima d'ora.
Binh mi fissa. La sua abilit nell'esprimersi sorpassa
di gran lunga quella di comprendere.
Il ministero o il ministro? gli chiedo. Persona o
luogo?
Il ragazzo sbatte le palpebre. Ministero! Ministero!
ribadisce, rimarcando la e quasi con un guaito da cucciolo.
Ah.
Lap parla. Guida facendo volteggiare le mani sopra
il volante, gesticolando, armeggiando con l'accendino
o con il mangianastri. All'occorrenza, le sue mani si
fermano un istante per svoltare o suonare il clacson,
poi ricominciano a librarsi in aria, pi necessarie per
la conversazione che per la guida. Parla con enfasi. Ripete
le frasi anche due o tre volte, come se non si fidasse
della capacit di Binh di seguire il vietnamita.
Mio padre dice che possiamo andare da mio cugino
oggi stesso, se vuoi. Va bene?
Che cos'ho da perdere? Sono le sei. Mai sar contenta
di avere la stanza tutta per s. E io, in mancanza
di meglio, tenterei qualsiasi cosa. Certo rispondo.
Perch no?
Il ragazzo sorride e riferisce al padre, che alza il pollice
e compie un'inversione a u tagliando tre corsie
mentre compone un numero al cellulare.
Dieci minuti pi tardi, ci fermiamo in un vialetto costeggiato
da case dall'aria molto curata e moderna,
tutte alte tre o quattro piani ma non pi larghe della
lunghezza della nostra auto. Rispetto al Lucinda, il
loro aspetto  maestoso, ma negli Stati Uniti abbiamo
armadi pi grandi. Qui la terra costa, mentre l'aria 
gratis.
Ci togliamo le scarpe sull'uscio ed entriamo in una
stanza stretta e molto profonda. Vediamo tre uomini
seduti su divanetti di legno, l'uno di fronte all'altro, divisi
da un tavolino coperto da una stoffa bianca. Dietro
i divani, grandi armadi pieni di vetrine fungono da
divisorio.
Salve!
Salve!
Salve!
Gli uomini si alzano e ci accolgono sulla porta. Uno
di loro  grosso e trasandato. Un altro  esile e sembra
un ragazzo. Il terzo ha i capelli bianchi e mi zoppica incontro.
Alle loro spalle, due donne spuntano da dietro
le vetrinette, asciugandosi le mani negli strofinacci. Si
fermano prima di avvicinarsi troppo e, timidamente,
sorridono e salutano.
Gli uomini ridono di gusto, come se entrando in casa
avessi raccontato una barzelletta divertente. Poi tutti
tacciono, guardandosi intorno, cercando di indovinare
la mossa successiva. Per fortuna mi viene in soccorso
la mia esperienza professionale. Shelley Marino
dico, afferrando una mano e stringendola, quindi
un'altra e un'altra ancora, mentre mi muovo disinvolta
per la stanza. Shelley Marino. Shelley Marino. Saluto
gli uomini. Poi le donne, che sembrano piacevolmente
sorprese. Le loro strette di mano sono mosce e impacciate,
ma abbastanza cordiali.
Stabilisco che Due, l'uomo pi robusto,  il padrone
di casa. Mi fa accomodare sul divano. Sul tavolo di
fronte a me ci sono una decina di lattine di birra 333,
un vassoio di bicchieri, una pila di ciotole e bacchette.
Due, che canticchia ad alta voce, apre una birra, la
versa in un bicchiere e me la offre. Accetto, ma mi
guardo intorno. Binh? chiamo. Lap forse pu salvarmi,
ma  suo figlio che mi tiene a galla. Il ragazzo,
a testa alta, si fa strada tra gli adulti e prende posto accanto
a me.
Le donne sono sparite in quella che sospetto sia la
cucina. Da questo lato della stanza la birra scorre a
fiumi. La conversazione si anima e, a giudicare dalle occhiate
che ricevo, ruota intorno a me.  difficile dirlo
con certezza, poich il mio interprete, tutto intento a
sorseggiare di sfrodo la birra di suo padre, si distrae. Lap
mi porge una tazzina di ceramica piena di un liquido
chiaro. Indica la tazza, poi me e dice qualcosa che fa
scoppiare tutti a ridere.
Binh. Parlo con voce abbastanza alta e ferma da
richiamare la sua attenzione. Che cos'?
Binh solleva la tazzina e annusa. Whiskey vietnamita.
Mio padre dice che alle donne vietnamite non
piacciono le sigarette e a te s. Quindi secondo mio padre
pu piacerti anche il nostro whiskey.
Tutto qui? Prendo la tazzina, mi bagno le labbra e poi
mando gi d'un fiato. Gli uomini applaudono. Il liquore
brucia la gola ma scende senza difficolt. Non
male tossisco.
Sugli aerei, la gente beve solo bicchieri di whiskey
grandi cos. Binh alza una mano e mostra tra pollice
e mignolo l'altezza di una matita. E siccome sono in
aria, si ubriacano. Sono cos ubriachi che ogni tanto
qualcuno muore perch ha bevuto troppo.
Non gli rispondo nemmeno. Gli uomini continuano
a parlare. Dalla cucina giungono le voci sommesse
delle donne e d'improvviso sento il bisogno di vederle.
Mi alzo dal divano e per un attimo la conversazione degli
uomini si interrompe, ma non sembrano preoccupati
vedendomi scavalcare Binh e aggirare gli armadi
con intenti esplorativi. La cucina  un luogo angusto
dietro la sala principale. Sbircio dall'ingresso, e trovo
le due donne inginocchiate per terra, una davanti a un
tagliere, ad affettare piccoli chili rossi, l'altra davanti
a una padella in equilibrio su un fornello portatile. Sta
girando involtini primavera che sfrigolano nell'olio.
L'aria  talmente carica degli odori del cibo che si potrebbe
quasi allungare una mano e toccarli.
Le donne mi accolgono con un sorriso. Quella alle
prese con la padella - avr pi o meno vent'anni - mi
chiede Come va?
Bene. E lei?
A quanto pare il suo inglese si ferma l. Invece di rispondere,
ridacchia, si scosta i capelli dalla fronte con
il braccio, poi torna a quello che stava facendo. Binh
cri! grida al mio interprete nell'altra stanza.
Un attimo dopo il ragazzo si affaccia in cucina. Sbircia
gli involtini primavera, si acquatta per prenderne
uno messo su un piatto ad asciugare e riceve una bacchettata
sulla mano. Lui e la donna pi giovane discutono
fin quando lei, controvoglia, gli concede un involtino.
Lui si alza e si appoggia allo stipite della porta,
mordicchiando allegramente il suo involtino e lasciando
uscire il vapore.
Le donne gli pongono una serie di domande, lui risponde
svogliato. Assorte nelle loro faccende, continuano
a lanciarmi occhiate. Infine gli chiedono qualcosa
a cui non sa rispondere.
Mrs Shelley mi dice. Tu non parli vietnamita. Vogliono
sapere come farai a insegnarlo al tuo bambino.
La donna pi anziana adesso sta affettando i chili.
La pi giovane gira gli involtini con gesti meccanici.
Forse non imparer il vietnamita. O forse lo imparer
quando sar grande, se vorr.
Incamerano l'informazione e per un po' continuano
a cucinare. Poi la pi anziana vuole sapere Come lo
nutrirai?
Cuciner.
Sai cucinare vietnamita?
Non bene.
Sai cucinare il riso?
Annuisco, cosa che sembra tranquillizzarle sul fatto
che quantomeno il bambino non morir di fame. Ma
 difficile capire se ho la loro approvazione. Binh traduce
solo le domande alle quali non sa trovare una risposta
da solo, e le donne borbottano a bassa voce in
un modo che mi fa sentire un membro di una rete criminale
internazionale dedita ai rapimenti di bambini.
Abbiate un po' di piet per la nostra situazione, vorrei
dire loro. Nostra. Mia e di Hai Au.
La donna pi anziana, sulla cinquantina, paffuta e
dalla voce profonda, punta il polso verso di me e mormora
un'altra domanda. Perch niente bambini,
qui? chiede Binh indicando la mia pancia.
Come spiegare una cosa simile? Schiudo la mano e
la muovo intorno al mio stomaco. Non  possibile
rispondo.
Le donne mi guardano male, annuendo e bisbigliando
tra loro. La pi giovane prende un involtino dorato
dalla padella, lo scuote un po' per far colare l'olio
e lo mette ad asciugare sulla carta. La pi anziana finisce
di affettare i chili. Poi si alza, si sciacqua le mani
al lavandino e scivola fuori dalla porta, facendomi segno
di seguirla. Si ferma davanti a una cassettiera e comincia
a tirar fuori vestiti: pantaloncini, cappellini,
muffole, una piccola camicia con un cagnolino viola
disegnato. May thang? mi domanda.
Quanto ha il bambino? traduce Binh.
Quasi due anni.
La donna si china per terra con i vestiti, selezionandoli,
impilandoli qua e l, gettando in un mucchio
i vestitini rosa e i pigiami arcobaleno, ripiegando con
cura i pantaloni alla marinara, la camicia col trenino,
i calzoncini da calcio, il cagnolino viola e accatastandoli
dietro di lei. Quando ha finito, ripone le pile nel
cassetto, poi prende quella di vestiti piegati, si alza e me
la mette tra le braccia. Io li guardo, poi mi giro verso
la ragazza in cucina. Lei mi incoraggia con un gesto del
mento.
Ripenso alla mia valigia piena di vestiti Baby Gap,
Carter e Gymboree. Penso alle povere donne che vedo
ogni mattina dalle finestre dell'orfanotrofio mentre
sgobbano nei campi. Di sicuro hanno figli. Di sicuro
avrebbero un gran bisogno di un sacco di abiti usati. Insomma,
siamo seri: io non ce l'ho nemmeno, un bambino.
Ma mi stringo quegli abiti al petto come se in albergo
ci fosse un pargolo infreddolito ad aspettarmi. La
donna mi toglie i vestiti dalle braccia, li sistema in un
sacchetto di plastica, e mi spinge bruscamente verso il
tavolo, esortandomi - fin qui ci arrivo - a mangiare.
Gli uomini reagiscono alla vista degli abiti con uno
scroscio di applausi, pollici alzati e un brindisi al mio
bambino. Lap, che sembra tenere banco, batte la mano
sul tavolo come fa sempre con il volante della sua auto
e continua a parlare.  emozionante sentirlo parlare
tanto a lungo, con tanta eloquenza e riuscendo a monopolizzare
l'attenzione della gente. Mi piaceva gi
molto, ma adesso sono addirittura ammirata. Le donne
tornano con ciotole di noodle, vassoi di lattuga ed
erbe, piatti colmi di involtini primavera. Tutti si stringono
per far loro spazio. Lap, senza smettere di parlare,
prende un paio di bacchette, riempie una ciotola di
noodle, verdure e involtini.
Xin mi mi dice, invitandomi a mangiare. Tiene
la ciotola con entrambe le mani e me la passa come un
dono prezioso.
Cm ozz rispondo. Grazie. Dopo tutte le settimane
di esercizio con Mai, grazie  l'unica parola che
ricordo sempre.
Riconosco anche la parola em be' - bambino - e la
pronunciano cos spesso nei minuti che seguono che
solo uno sciocco non capirebbe che stanno discutendo
del mio futuro. Accanto a me, la mano di Binh fa lenti
progressi verso la birra di suo padre. Io osservo gli altri
mangiare e, seguendo i loro gesti, tengo con una
mano la ciotola, con l'altra porto l'involtino alla bocca
e gli do un morso.  lungo e grosso, della consistenza
di una banana, e non si affloscia come quelli che
mangiavamo trent'anni fa da Joy Young - unti, gonfi
come palloncini, pieni di lattuga avvizzita e adatti solo
a essere lanciati come missili contro oggetti distanti.
Binh lo chiamo dandogli leggere gomitate. Chi di
loro lavora al ministero?
Il ragazzo ha la bocca occupata da mezzo involtino.
Con una bacchetta indica la persona seduta di fronte
a lui: l'adolescente, il ragazzino. Quanti anni ha? domando.
 mio cugino Quang. Ha diciannove anni. Dai
suoi dodici anni, Binh  chiaramente impressionato.
Col suo viso brufoloso, Quang ascolta attentamente
la conversazione, gli occhi che si muovono a destra e
sinistra mentre cerca di non perdersi i discorsi dei
grandi. Sembra elettrizzato e un po' teso, come se finalmente
gli avessero concesso di sedere con gli adulti
e non volesse sprecare l'occasione. Persino il modo in
cui beve la sua birra esprime emozione per la novit.
A differenza degli altri, che afferrano i bicchieri e ingollano
senza guardare, lui versa lentamente, osserva
la schiuma che cala, tasta il bicchiere.
Che lavoro fa al ministero?
Binh risponde masticando ancora il suo involtino.
Autista! esclama.
Autista? Bene. Magari  meglio di quel che sembra.
Magari ha rapporti col ministro in persona. E di
chi? chiedo.
L'autobus degli impiegati. Hai presente?
S, certo. Ed  per questo che siamo qui? Guardo
Lap. I suoi piani sono ridicoli. Forse mi ha portata in
questa casa perch sono un soggetto interessante da invitare
a cena. Un argomento di conversazione. Una curiosit.
La donna pi anziana, che immagino sia la moglie
di Due, si allunga sul tavolo per riempire le ciotole
vuote di involtini primavera fragranti. Annuncia qualcosa,
inclinando la testa per indicare la porta d'ingresso
o la strada fuori.
Gli altri parlano tutti insieme, indicano la porta, gesticolano,
puntano.
Che succede? vorrei sapere, ma Binh  troppo
preso dalla conversazione per far caso a me.
La donna annuisce. Indica il telefono. Sembra convinta
di qualcosa.
Lap batte le mani, mi guarda come se avesse un premio
da consegnarmi.
Che succede? chiedo di nuovo.
Binh guarda suo padre, poi me. La figlia del vicino
mi spiega il ragazzo. Ha sedici anni ed  incinta. Suo
padre  molto arrabbiato. Sua madre  molto arrabbiata.
Tutta la famiglia  molto infelice. Che fare col
bambino?
Segue un breve scambio tra Binh, Lap e la moglie di
Due. Lei descrive un cerchio intorno alla pancia, lo interpreto
come il segno di una gravidanza avanzata.
Binh mi guarda. Molto presto aggiunge. Sulla
stanza cala il silenzio. Sette paia di occhi su di me. Ho
sentito parlare dell'adozione privata.  rara, e piuttosto
complicata dal punto di vista burocratico, ma la
gente vi ricorre. Una coppia del mio gruppo di sostegno
a Wilmington ha incontrato un bimbo in Guatemala,
sbrigato i documenti per conto proprio e sei
mesi dopo quel bambino andava in prima elementare
alla scuola di Wrightsville Beach. Prima di trovarmi in
questa situazione, provvedere da sola all'adozione,
senza l'aiuto di Carolyn Burns o Mrs Huyen, mi sarebbe
sembrato impossibile, ma ormai, mi dico, cosa
me ne faccio di loro?
Lap sorride. Sebbene le ragioni per le quali mi ha portato
a cena da suo cugino siano piuttosto discutibili, so
che ha a cuore la mia situazione. Adesso sembra credere
di averla risolta. Cos quasi mi dispiace deluderlo.
Davanti a quei visi speranzosi scuoto la testa. No, non
posso. Vi ringrazio.
Non  necessario sapere l'inglese per capire cosa ho
detto. Le sopracciglia di Lap esprimono perplessit. Le
sue mani gli ricadono aperte in grembo. Perch no?
Non so come spiegare che l'idea di adottare un neonato
senza volto non esercita pi alcun fascino su di
me. Due mesi fa volevo semplicemente essere madre.
Adesso voglio essere la madre di Hai Au, di quel bambino
che accumula riserve di cibo, che ama i gatti, a cui
piace la sensazione dei chicchi di riso sulla faccia. Ha
bisogno di me. Mio figlio. Il mio bambino. Se non
posso portarlo a casa con me, allora torner da sola, e
ci metter una pietra sopra. Di questo sono sicura, anche
se ne sto prendendo coscienza solo in quest'istante.
Il cibo giace dimenticato sul tavolo. Tutti rimangono
seduti a guardarmi in attesa di una spiegazione. E io
dico Voglio Hai Au.
Binh traduce e la mia risposta risucchia tutta l'energia
dalla stanza. Lap rimesta i noodle con la punta della
bacchetta, ma si scorda di metterli in bocca. Le donne
iniziano a sparecchiare, ammucchiano gli avanzi sul
piatto degli involtini, impilano le ciotole, raccolgono le
bacchette. Due si alza e accende lo stereo. Le prime
note di l'm on the Top of the World si diffondono nella
stanza. L'uomo pi anziano si acciglia e si gratta le
orecchie; l'autista adolescente fa vibrare le ginocchia
come fosse pronto per andare a ballare. Io sorseggio il
mio whiskey. Your loveputs me on the top ofthe world.
Lap piega la testa verso di me e dice qualcosa a
Binh.
Ti senti bene, Mrs Shelley? mi chiede il ragazzo.
Biascico un s, ma sono un po' stordita. Mi rendo
conto di essermi stravaccata sul divano e cerco di ricompormi.
Che ora ?
Prima che abbia il tempo di pulirmi la bocca col tovagliolo,
Lap si  gi alzato; le chiavi pronte, mi aiuta,
prende il sacchetto di vestiti e mi spinge verso la porta.
Una delle donne recupera le mie scarpe. L'addio  una
serie di cenni del capo, sventolii di mani e sorrisi, allo
stesso tempo preoccupati e solidali. La cultura di mio
figlio, mi dico,  calorosa e generosa. Almeno quella di
chi  disposta ad aiutare.
Lungo il ritorno mi concentro sui riflessi e sui clacson.
Lap e Binh mi accompagnano fin dentro il Lucinda.
Nonostante sia ubriaca, intuisco che riportarmi
a casa sbronza e barcollante potrebbe creare a Lap
qualche grattacapo sul lavoro, cos faccio del mio meglio
per tenermi in equilibrio e camminare in modo decoroso.
Per una ragione o per un'altra, in quel preciso
istante mi ricordo di qual era l'obiettivo di questa serata.
E il ministro? domando. La mia voce  impastata,
sembra un'eco lontana.
Lap guarda suo figlio, che sembra non capire.
Il ministro? Pu aiutarci?
Padre e figlio conferiscono un istante. Pu essere.
Non preoccuparti mi rassicura il giovane Binh.
Il mio saluto  alticcio e scomposto. Niente paura
dico, filando su per le scale. Nessun problema.
Domani? Alle nove? mi chiede Lap in inglese.
Con il lavoro che fa, deve programmare la tabella di
marcia. Per vedere Hai Au!
S! rispondo ad alta voce, tutta pimpante. Linguisticamente,
io e Lap non abbiamo quasi nessun punto
di contatto, ma ci intendiamo a meraviglia. Siamo entrambi
propensi all'ottimismo, se non altro perch la
disperazione  troppo patetica.
Sono abbastanza ubriaca da prendere in considerazione
l'idea di buttarmi dal balcone, ma, forse, non cos
ubriaca da farlo.
Al piano di sopra, la porta non  chiusa a chiave. Mai
 in bagno, sento l'acqua che scorre.
Incespico in camera, butto il sacco dei vestiti usati
per terra, poi mi lascio andare sul cuscino e chiudo gli
occhi. Anche Mai deve essere appena tornata. Il suo
letto  intatto. Quando non sento pi lo scroscio, le
urlo Sono tornata. Ho cenato con Lap. Sono ubriaca.
Sento versare acqua da una bottiglia, il cigolio della
porta del bagno, un passo. Apro gli occhi. Davanti a me
c' Martin, con un bicchiere in mano.
Ecco mi dice. Bevi.
Un osservatore ignaro che avesse assistito a ci che avvenne
in quella stanza nei minuti successivi non
l'avrebbe certamente preso per il ricongiungimento di
due amanti separati da molto tempo, e nemmeno di
una coppia legata forse non da passione ma almeno da
affetto. Ci abbracciamo, ma in modo fugace, e solo perch
non farlo sarebbe ancora pi imbarazzante. Mi
siedo sul letto, accetto l'acqua che mi viene offerta.
Martin si siede sulla sedia accanto alla finestra, guarda
le case sull'altro lato della strada. Ha il viso smunto ed
esausto, i capelli arruffati, la camicia di cotone stropicciata
da troppe ore di aereo. Parliamo, ma i nostri
discorsi non riguardano lo scopo del suo viaggio fin
qui, ma le sue circostanze: itinerari di volo, fatica,
Carl che  rientrato in servizio per dare una mano al
lavoro. Se non fosse per il fatto che questa conversazione
si svolge ad Hanoi, e che sono ancora un po' stordita,
potremmo benissimo trovarci nel mio ufficio a
Wilmington a organizzare sepolture.
Oltre allo choc del suo arrivo, mi distrae la consapevolezza
che, alla fine, potr portare Hai Au a casa. Se
qualcuno mi avesse preparato in anticipo per questo
momento, mi sarei aspettata una gioia intensa e improvvisa,
come un tuffo nell'acqua fresca in un giorno
rovente. Invece si instilla nel mio corpo goccia a goccia,
scivolando dal cervello al collo, alle spalle, nel
cuore e attraverso le vene, fino alle dita delle mani e dei
piedi. Non sono altro che felicit seduta sul letto. Non
 vero. Felicit e molto di pi. Gratitudine nei confronti
di Martin, ma anche rabbia. Dovrei chiedergli scusa per
averlo lasciato? O dovrebbe essere lui a scusarsi? Chi
 veramente responsabile del disastro in cui abbiamo
trasformato il nostro matrimonio? Rabbia e senso di
colpa turbinano nell'aria, ma nessuna emozione sembra
abbastanza forte da mettere radici in noi.
Alla fine, esauriti gli argomenti, mi azzardo a domandare
Martin, perch sei venuto?
Dapprima si limita a un'alzata di spalle, poi allunga
le gambe e si guarda i piedi. Non volevo rovinarti la
vita. La sua voce  ferma e incolore. Ma non manca
di gentilezza.
E la lettera? E tutto quello che ti  successo qui?
Si passa le mani tra i capelli scarmigliati. Il fatto
stesso di scriverne mi ha aiutato un po'. Dopo averla
spedita, mi sono reso conto che in fondo non ci voleva
molto a venire fin qui. Sarei sopravvissuto. Devo soltanto
firmare dei documenti e tornare a casa.
Sono grata che la stanza sia buia, che Martin eviti di
guardarmi. Grazie sussurro.
Soprattutto aggiunge non volevo convivere con
l'idea che tu avessi perso un altro bambino per colpa
mia.
Lascia cadere la mano sulla sedia e chiude gli occhi.
Mi meraviglia quello che ha fatto per me. Mi viene in
mente un documentario che guardammo alla TV, credo
su History Channel. Una studiosa parlava del coraggio
dei soldati durante la Seconda guerra mondiale. Diceva
che quasi tutti i soldati intervistati avevano sperimentato
la paura. Il coraggio non era mancanza di paura,
sosteneva. Era la volont di andare avanti nonostante
la paura.
Sei stato coraggioso, credo gli dico.
Martin ride ma  una risata senza piacere. Si alza
dalla sedia, poi mi guarda, l sul letto. Ti lascio dormire.
Dove vai? gli chiedo, sforzandomi di non incalzarlo.
Ho una stanza al piano di sopra.
Ah. Non so cosa mi aspettassi. Non c' spazio per
tutti, qui. Ma non me la sento ancora di lasciarlo andare.
Vuoi uscire a mangiare qualcosa? propongo, facendo
per alzarmi.
Scuote la testa, rifiuta l'offerta con la mano. Dalla
strada sento arrivare il suono ormai familiare di uno
dei venditori ambulanti che vagano con barattoli di vetro
pieni di popcorn e trombette che intonano la lambada.
Ricordo a me stessa di essere felice. Davvero felice.
Vorrei spalancare la finestra e urlare a tutta Hanoi
Avr il mio bambino. Vorrei precipitarmi per le scale
e dire alle vecchie babysitter gi nella hall che, se volessi,
potrei ingaggiarle tutte per domani. Vorrei prendere
il telefono e dare l'annuncio all'inutile Mrs
Huyen. Una parte di me ha anche voglia di piangere,
perch ho perso Martin.
Apre la porta. Ok. Buonanotte, allora dice, con un
piede gi in corridoio.
Martin? Non sopporto di vederlo andare via.
Si volta a met, ma lascia la mano sulla maniglia.
Sguardo circospetto. Che c'?
Non ho niente da dire, in realt. Mi guarda, aspetta.
Va bene. Allora esclamo, sforzandomi di sembrare
entusiasta, buonanotte.
...
.
...
CAPITOLO 18.
...
.
...
Xuan Mai.
...
.
...
Alle undici e un quarto, cerco di sgattaiolare dentro
senza farmi notare, ma Tri mi vede entrare
dalla porta. Chi ai! mi chiama - Ehi, sorella.
Ha completamente abbandonato le formalit che
prima riservava alle nostre conversazioni.
Che c'? mi appoggio alla scrivania vuota della reception
mentre si sporge verso di me. Sto andando a
dormire gli dico.
Sembra Maury Povitch - cordiale e sornione al
tempo stesso - mi d gomitate come preparandomi a
qualche dramma inaspettato in fondo alla hall. Vieni
a vedere!
Nella sala un uomo occidentale si alza dal divano. Su
un cuscino accanto a lui c' una partita a Monopoli rimasta
a met. Ciao Mai mi saluta timidamente.
Sono Martin.
L'ho incontrato solo due volte - la prima, molto
tempo fa, a un funerale, e non me ne ricordo affatto,
la seconda, seduto sul marciapiede davanti al mio negozio,
e non riuscii nemmeno a vederlo in faccia. Non
potevo pensare di riconoscerlo, ma non dovrebbe nemmeno
sconvolgermi tanto che sia qui. Ho sempre sperato,
da quando abbiamo perso Hai Au, che sarebbe venuto.
Adesso che  arrivato, per, mi sento totalmente
spiazzata. Per prima cosa, non me l'aspettavo. Ma  soprattutto
il momento ad accrescere la sorpresa. La mia
giornata  stata cos strana e miracolosa che avevo
quasi dimenticato i problemi di Shelley. Di colpo, devo
riscuotermi.
Mi passo le dita tra i capelli, che avrebbero bisogno
di una spazzolata. Sei venuto gli dico.
Solleva le mani e le fissa come se anche lui stentasse
a crederci. Pare di s. Ride. Sembra intontito, ma anche
contento in qualche modo, come se avesse appena
scoperto che anche le cose pi bizzarre possono accadere.
Per un attimo ci limitiamo a guardarci, imbarazzati,
ma a viso aperto. Mi sembra di vedere per la
prima volta una persona che ho sentito parlare alla radio
per mesi. Adesso che vedo com' fatto Martin, mi
rendo conto che inconsciamente me ne ero fatta una
certa idea: il volto cupo del contadino nel quadro American
Gothic, che la mia insegnante di Hanoi esibiva a
dimostrazione della cattiveria degli americani. Martin
non ha per niente quell'aspetto.  pi giovane, innanzitutto,
e ha decisamente un bel po' di capelli in
pi. Ha il viso rotondo e gradevole, un sorriso ironico,
e occhi a cui non sfugge niente.
Tri mette una mano sul tabellone del Monopoli,
senza sapere se il gioco proseguir. Pi tardi potr farle
il culo, signore?
Martin sghignazza e poi mi guarda. Gliel'hai insegnato
tu?
Scuoto la testa. Vengono molti americani qui gli
spiego, poi mi rivolgo a Tri in vietnamita. Vacci piano
con lo slang.
Il ragazzo annuisce entusiasta, riconoscente per l'ennesima
minilezione, poi ripone il gioco. Prego, sorella,
siediti mi invita, tornando al suo inglese da manuale.
Mi accomodo sul divano accanto a Martin, che  la
prima persona che avrei voluto vedere qui, ovviamente,
ma non proprio la prima con cui avrei voluto conversare
in questo momento. Non ti aspettavamo dico.
Si stringe nelle spalle. Come avrei potuto non venire?
Nonostante tutto. Shelley mi ha raccontato quello
che ha passato qui. Ci tengo a fargli sapere che so
quanto gli sia costato venire.
Nonostante tutto ammette.
Tri si piazza al computer e immediatamente i ronzii,
i fischi e le esplosioni di qualche battaglia per la conquista
dell'universo scoppiano in mezzo alla stanza.
Guardo Martin. Hai gi visto Shelley? gli chiedo.
Annuisce. Un paio d'ore fa.  felice mi risponde,
come se fosse cos semplice. Prendo la borsa. Mi piacerebbe
salire a darle un'occhiata io stessa, ma Martin
guarda l'orologio. Undici e mezzo. L'orario non ha alcun
senso per me, adesso. Ti va di fare una passeggiata?
No. Volentieri.
Magari si potrebbe mangiare qualcosa.
Giriamo l'angolo e andiamo da No Noodle, un ristorantino
alla moda che attira gli stranieri con il suo
ambiente internazionale e la sua birra tedesca ghiacciata.
Anche a quest'ora, un manipolo di giovani abitanti
di Hanoi mostrano la loro determinazione nel voler
creare una vita notturna in citt. Troviamo un
tavolo vicino al bancone. Martin d una scorsa al
menu e ordina un panino al pollo tandoori per s e una
Heineken per tutti e due.
Com' stato per te, tornare? mi chiede.
Meraviglioso e terribile gli dico.
Annuisce. Posso capire. Intorno a noi gruppetti di
ragazzi benvestiti riempiono il ristorante, vietnamiti e
stranieri, a volte mescolati, si sente parlare francese, inglese,
tedesco e vietnamita. Non mi aspettavo di trovare
un'atmosfera cos conviviale.
Mi rendo conto che  la prima persona che potrebbe
comprendere la sensazione che ho provato tornando
qui. Mi protendo verso di lui.  quasi un altro
Paese gli spiego. Un altro Paese con lo stesso nome.
Fa segno di s, poi sorride.  un grande sollievo, per
me. Poggia i gomiti sul tavolo, si massaggia il mento.
Ti fai un certo quadro in testa, sai? Uno strano miscuglio
di memoria e incubo. I suoi occhi si soffermano
su un tavolo chiassoso di yuppies vietnamiti. Li fissa come
se avessero qualcosa di soprannaturale. Ho appena giocato
a Monopoli con un ragazzo i cui genitori potrebbero
aver cercato di farmi saltare in aria.
 vero.
Scuote la testa.  difficile da digerire.
Sembri piuttosto soddisfatto gli faccio notare.
Alza le spalle. Non  ci che mi aspettavo.  incoraggiante,
in un certo senso.
Shelley mi ha raccontato cosa ti  successo qui.
Non distoglie gli occhi dai vietnamiti. Molta gente
ha avuto brutte esperienze.
Questo non cambia le cose gli dico.
Forse no mi risponde, con un'altra alzata di spalle.
La cameriera porta il suo panino e ci piazza davanti
le nostre birre. Martin d un morso al panino e poi comincia
a divorarlo. Ho una fame da lupi. Non me ne
ero reso conto.
Rido. Fa segno alla cameriera di portargliene un altro.
 il jet lag gli spiego. Ti mette sottosopra. Mi
guarda, sorride e continua a mangiare. Mi attraversa
un'ondata di gioia. Una parte di me si rilassa sulla sedia.
Un'altra parte si ritrae, acquattandosi in un angolo,
sorpresa che io possa star seduta a questo tavolo con
un americano che neanche conosco, chiacchierando
come se fosse la cosa pi naturale del mondo. E il tipo
di vita che si vede in TV: intensa, complicata, dolorosa,
stressante e felice, anche. Niente a che vedere con la
vita della donna che manda avanti l'emporio orientale
Good Luck in una citt del North Carolina, dall'altra
parte del mondo. Prendo un sorso di birra fredda,
amara. Hai fatto una cosa meravigliosa per Shelley
gli dico. Sar felicissima, adesso, lo so.
Si mette comodo sulla sedia, col piatto vuoto, in attesa
del prossimo panino. Mi guarda. La conosci
molto bene, vero? mi dice.
Forse. Mi piace. Imparo da lei.
Annuisce, giocherella distrattamente con la lattina
di birra. Anch'io ho imparato da lei. Ho sempre amato
la sua determinazione.  per questo che ha ottenuto il
bambino, sai. Non  perch io sono qui.  perch lei
non molla mai. Mi ricordo di come, appena sposati, decise
di mettersi a lavorare con me. Sembrava una pazzia.
Una studentessa di storia che si iscrive alla scuola
funeraria - aveva altri progetti, e io potevo benissimo
fare a meno di lei. Ma Shelley era decisa. La prima volta
che mi accompagn a recuperare un cadavere - un vecchio
senza parenti nella Contea di Pender - la decomposizione
era avanzata e lei dovette scappare nel
bosco a vomitare. In seguito, durante i primissimi
anni di lavoro, tornava dai funerali in lacrime. Non era
depressa - anzi, eravamo molto felici in quel periodo
- ma si intristiva facilmente. Si comportava come una
persona che trascorre le giornate a guardare film tragici.
Io cercavo di spostare i turni, le affidavo i casi pi
semplici, ma, non so come, fondamentalmente ci ha
fatto l'abitudine.  diventata davvero brava - efficiente,
compassionevole, sincera. Ci ha stupito tutti
quanti. Sai, io tra queste cose ci sono cresciuto, quindi
a me sembravano normali. Ma Shelley non aveva mai
visto un cadavere prima di allora.
Mi guarda allusivo, sottolineando l'ultima frase,
come se Shelley non avesse mai visto un aereo, una
scimmia o il mare. Poi si rende conto di ci che ha dato
per scontato - che io, una vietnamita, ho visto certamente
dei cadaveri. Be', non conosco la tua storia.
Ne ho visti gli confermo.
Gi. Lo sguardo che ci scambiamo  per riconoscere
che condividiamo qualcosa. Se l' cavata molto
bene mi dice, con una leggera traccia di amarezza nella
voce, come se ritenesse che abituarsi alla morte non
dovrebbe essere cos semplice. Credo sia possibile lavorare
nel nostro campo senza mai rendersi conto di
cosa significhi perdere qualcuno che ami. Ma io ci sono
passato, e a un certo punto ho cominciato a sentirmi
come se questo lavoro, giorno dopo giorno, mi raschiasse
via qualcosa. Mi  toccato seppellire una sposa, qualche
mese fa, una sposa, capisci? Ha avuto un infarto
un mese dopo la luna di miele. Certo, anche per Shelley
era una cosa triste, ma tornando dal funerale ha tirato
fuori dalla borsa una montagna di carte e ha cominciato
a leggermi le normative sull'immigrazione.
E ti sembra una cosa terribile? gli chiedo. Che lei
possa fare questo lavoro e volere comunque un bambino?
Scuote la testa. Io ho gi due ragazzi. Ma li ho
avuti da giovane. Non ero cos esaurito.
Gliel'avevi promesso.
Lo so ammette. Solleva una mano e si frega gli occhi.
Arriva il secondo panino. Parliamo della guerra del
Vietnam. C'entra poco con Shelley, ma, ancora una
volta, tutto si riconduce a lei. Non ci raccontiamo segreti
n storie personali, in realt. So gi cosa gli  successo
qui, e lui non ne fa cenno. A un certo punto osserva
I nostri soldati erano cos giovani. Li abbiamo
riportati a casa a brandelli.
Il fratello di mio padre  morto ribatto. Anche lui
 finito a brandelli.
Mi guarda, ma non dice niente. Non c' niente da
dire su una cosa come questa. Piombiamo nel silenzio.
In fondo alla stanza un gruppo di giovani si mette a
ballare tra due tavoli. Hanno l'et che avevo io quando
me ne andai di qui, ma vivono in modo diverso.
Guardo Martin. Riesci a rallegrarti di essere venuto?
Fissa la sua birra. Mi dar molta soddisfazione aiutare
Shelley mi risponde.  il minimo che possa
fare.
La fai molto felice.
Lui alza lo sguardo, perplesso. Per una volta apprezzo
l'ambiguit del mio inglese. La fai felice. L'hai
fatta felice?
Non  chiaro.
Continua a guardarmi. E comunque che cosa significa
"perdonare"?
Pare si aspetti che io abbia la risposta. Mettere da
parte la rabbia? chiedo.
Forse. Posso immaginare di rimanere arrabbiato
con lei per il resto della vita. Dopotutto, quando si 
trovata a dover scegliere tra me e il bambino, ha scelto
il bambino. Ma cosa avrei da guadagnarci? Ce l'ho ancora
con la mia prima moglie. Non voglio sentirmi cos
nei confronti di Shelley per sempre.
Fa male al cuore.
Ma dopo aver perdonato, cosa ti rimane? La gente
dice che l'amore  forte, ma non  poi tanto forte in
realt.
Vedendo che non parlo, si mette a ridere. So che
sembro cinico.
Sono cinica anch'io ma lo dico pi per abitudine
che per convinzione. E infatti mi distraggo immediatamente.
Al tavolo di fronte, un europeo biondo sistema
una ciocca di capelli dietro l'orecchio di un'incantevole
vietnamita. La vista del contatto fisico prima
mi disturbava, ma adesso trovo quel gesto assolutamente
affascinante.
Ho un punto di vista nuovo su molte cose. Ho trascorso
un solo pomeriggio con mio padre e, nonostante due
decenni a riprova del contrario, ho lasciato la sua casa
convinta che il mondo sia bello, pieno di grazia e di
amore. Forse non riuscir a pensarla cos per sempre,
ma almeno, dopo vent'anni, spezzo la monotonia.
Mio padre non voleva che me ne andassi, ma mi 
venuta l'ansia, al pensiero che Lan potesse tornare da
un momento all'altro. Una volta lavati i piatti e controllato
che B stesse bene, ho preso la borsa per andarmene.
Lui si  proteso ad afferrare la mia mano. Se
te ne vai, penser di aver sognato mi ha detto.
Mi sono piegata sulle ginocchia accanto a lui, con un
sorriso. Allora lo sognerai anche domani, B.
Continuava a tenermi la mano. Non voglio che una
delle mie figlie si nasconda all'altra.
Gli ho raccontato del mio incontro con Lan. Mi
odia gli ho fatto presente.
Lui ha sospirato. Forse. Ma sei gi scappata una
volta. Cosa ci ha portato di buono? Prova a comportarti
in modo diverso, ora.
L'ho guardato, considerando l'idea. Mi ha accarezzato
la guancia. Devi riprendere il tuo posto in questa famiglia.
L'ho lasciato ad ascoltare i Mondiali di calcio, la radio
appoggiata all'orecchio, gli occhi chiusi a immaginare
la velocit dei giocatori, il verde dei campi o forse
il viso di sua figlia, ritornata dopo tanti anni. Avviandomi
verso la porta, continuavo a guardare indietro,
non ancora pronta a staccare gli occhi da lui. Il mio posto
in questa famiglia, pensavo. Il mio ruolo nel
mondo.
In strada mi sono fermata con la bici e ho riflettuto
sul da farsi. Il pomeriggio era ancora caldo e afoso, ma
non aveva importanza. Avevo delle responsabilit ormai,
novit da raccontare. Shelley non sarebbe rientrata
dall'orfanotrofio prima di un'ora. Sono salita in
bici e ho iniziato a pedalare verso Giang Vo Street. Avrei
fissato un appuntamento, finalmente, per far visitare
mio padre da Dario. Avevo il numero di telefono da
qualche parte, sul biglietto da visita, forse in camera,
forse in borsa. Ma la clinica non era molto distante. Sarei
andata di persona. E ci tenevo che lui sapesse che
avevo visto mio padre.
Il percorso dalla casa di mio padre alla clinica in
Giang Vo Street non  agevole. I pendolari intasavano
la strada. L'aria era bollente e appiccicosa, puzzava di
carburante, rimbombava di clacson e del rumore del
traffico. Per sentivo gambe e braccia forti e impazienti
- magari non quelle di una diciannovenne, ma qualcosa
di simile. L'energia che avevo in corpo era pi di
quanto la bici potesse reggere, sfrecciavo in mezzo al
traffico. Praticamente volavo.
La clinica  in fondo a una stradina parallela a
Giang Vo Street. Occupa il primo piano di un edificio
moderno, non lontano dall'ambasciata svedese e a pochi
portoni dagli uffici dell'ONU. Sulle terrazze in alto
riesco a vedere i barbecue e le piscine di plastica degli
stranieri. E bici da corsa. Buffo, quand'ero giovane, solo
gli stranieri e gli alti funzionari guidavano macchine
o moto. Adesso la maggior parte dei vietnamiti ad Hanoi
guida motociclette e gli stranieri - gli stupidi ricchi
- girano per la citt in bicicletta. E io cosa sono -
vietnamita o americana? Vietnoamericana pu significare
che sono un po' l'uno e un po' l'altro. O, come
dice Dario, che in un certo senso sono vietnamita e in
un altro no.
La sua clinica ha pavimenti di marmo scintillanti. Il
banco della reception separa gli ambulatori dalla sala
d'attesa, come negli ospedali statunitensi. In sala d'attesa,
una coppia occidentale, una donna indiana e
una madre vietnamita con il figlio sedevano su poltrone
blu. Un altro bambino vietnamita stava giocando
con un puzzle in un angolo pieno di giocattoli.
Posso aiutarla? Una giovane donna dietro il banco
mi ha rivolto un sorriso professionale.
Avrei bisogno di vedere il dottor Dario Penzi le ho
detto. Avevo il fiatone, ero sudata, non riuscivo a ricordare
perch fossi l.
Ha un appuntamento?
Posso usare il bagno?
L'impiegata mi ha indicato una porta dall'altro lato
della sala d'attesa. I suoi occhi erano gi tornati allo
schermo del computer. Ho attraversato la stanza,
aperto la porta del bagno e mi sono chiusa dentro. Ho
aperto il rubinetto e mi sono sciacquata il viso. Ci ho
messo molto a rinfrescarmi un po' e anche dopo la mia
faccia allo specchio era rossa e a chiazze e i miei capelli
appiccicati al collo in piccole ciocche sudate. Se avessi
individuato una porta secondaria per svignarmela,
l'avrei usata. Ho afferrato un asciugamani di carta e me
lo sono passato sotto le braccia per assorbire il sudore.
Ho allungato le mani dietro la nuca, ho sfilato l'elastico
che mi legava i capelli, mi sono messa a testa in
gi e li ho agitati, cercando di farli asciugare. Poi mi
sono raddrizzata, li ho scossi e li ho tirati di nuovo indietro.
Mi sono data dei colpetti sul viso, l'ho sciacquato
un'altra volta, provandole tutte per far sparire il
rossore. Mia madre mi avrebbe rimproverata. Mai,
avrebbe detto, le donne vietnamite portano il cappello.
Alla fine, dopo dieci minuti, se non altro ero asciutta
e un po' meno congestionata. Sono tornata al banco
della reception e la ragazza ha rialzato gli occhi, in attesa.
Dovrei vedere il dottor Penzi. Questa volta l'ho
detto in inglese.
Se non ha un appuntamento non  possibile.
Non  per una visita. Sono la sua interprete.
Mi ha guardato con sospetto.
Quando quella ufficiale era impegnata. A Hoa Binh.
L'impiegata ha scosso la testa, ma in quel momento
ho sentito la voce di Dario provenire da dietro le spalle
di lei. Mai?
Era sulla porta, mi guardava. Non l'avevo mai visto
col camice. Sembrava un personaggio di er.
Ciao.
Che ci fai qui?
Ho visto mio padre.
Mi ha sorriso e mi  venuto incontro. Mi ha messo
una mano sulla schiena e ci siamo avvicinati all'impiegata.
Quanti pazienti devo ancora visitare oggi,
Thuy? le ha chiesto.
Thuy ha cliccato sullo schermo. Tre. Mrs Seth. Mrs
e Mr Miller. Tra Bingham e i suoi bambini.
Dario ha rivolto un'occhiata alla sala, fatto il conto
dei presenti e poi mi ha guardata di nuovo. La sua
mano era ancora sulla mia schiena. Puoi aspettare?
la sua voce era quasi un sussurro.
Volevo solo informazioni sulle medicine per l'enfisema.
E chiederti se magari potresti visitare mio padre.
Ma non c' problema, ti chiamo domani.
No, aspetta. Mezz'ora, pi o meno. Vai di fretta?
Ho scosso la testa.
Aspetta. Si  voltato, ha preso una cartella dal
banco e senza pi girarsi a guardarmi, ha raggiunto i
suoi pazienti. Mrs Seth? La donna indiana si  alzata,
lui le ha aperto la porta e sono scomparsi in corridoio.
Dietro il banco della reception, Thuy si  rimessa a cliccare
col mouse. Io sono andata in sala d'aspetto e mi
sono seduta, ho preso un vecchio numero della Far
East Economie Review e ho cominciato a sfogliarlo.
Nell'angolo dei giochi, il ragazzino strillava. Aveva
completato il suo puzzle. Alle sei meno un quarto era
rimasta solo una donna dietro il banco della reception.
Gli altri si erano infilati gli occhiali da sole e i cappelli,
si erano messi le borse a tracolla e avevano salutato. Da
dove ero seduta li ho visti riscaldare il motore dei loro
scooter fiammanti e partire. Se fossi rimasta ad Hanoi,
avrei potuto avere un lavoro come il loro.
Dario  ricomparso e ha accompagnato alla porta la
donna vietnamita e i suoi figli. Con quella sinusite,
mi raccomando di stare attenti allo smog ha detto. La
madre ha annuito. In mano aveva due flaconi di medicine.
Lui ha aperto la porta, ha aspettato che uscissero,
poi si  voltato verso di me.
Mi ero rinfrescata un po', ma non mi ero rilassata
pi di tanto. Stava di fronte a me con le mani sui fianchi.
L'hai visto?
Ho fatto segno di s. Non riuscivo a trovare le parole
adatte.
Vieni. Mi ha guidato verso gli ambulatori. L'ho seguito
per un lungo corridoio, siamo passati davanti a
un tecnico chino su delle provette di sangue. Siamo entrati
nel suo ufficio e ha chiuso la porta. La stanza era
assolata, piena di scaffali di libri, con una finestra affacciata
su uno stagno alle spalle dell'edificio. A quell'ora
la luce entrava obliqua, tingendo di giallo tutta la
stanza. Vuoi un po' d'acqua? Sembri accaldata.
Ho alzato le spalle, guardandomi intorno. Non avevo
motivo di essere l, in realt. Ha preso una bottiglia da
un piccolo frigorifero, l'ha aperta e me l'ha passata. L,
in piedi, al centro del suo ufficio, l'ho bevuta a canna.
Il dottore si  appoggiato alla scrivania. Ti va di raccontarmelo?
mi ha chiesto.
Ho scosso la testa, gli ho passato la bottiglia. Ne
vuoi?
L'ha presa e l'ha portata alle labbra. Poi ha cambiato
idea e l'ha appoggiata sulla scrivania. Si  chinato in
avanti, mi ha preso la mano e mi ha attirato a s.
Ho provato a ricordarmi di quando mi ero sentita
cos. Solo con Khoi. O forse nemmeno con Khoi. Difficile
dirlo. Per tanto tempo ho passato a setaccio ricordi
talmente nitidi da sentirne quasi il respiro. Ma
forse li avevo solo immaginati. Penso ai disegni e alle
foto degli antenati che mia madre metteva sull'altare
di casa. I disegni catturavano perfettamente le fattezze
dei volti, gli occhi, i sorrisi, ma quelle persone non potevano
pi muoversi n parlare n respirare. Il disegno
di mia madre fatto da Hannah Ellis non ha cambiato
niente, ma vedere mio padre s. Nulla fa rivivere il passato
e nulla pu cambiarlo. I cambiamenti accadono
adesso, o domani, l'anno prossimo o la prossima settimana.
Perch ci ho messo cos tanto a capirlo?
Dario mi guardava.
Ciao gli ho detto.
Ha riso. Ciao.
Mi ha baciato la mano. Poi l'ha abbassata e il suo
pollice si  messo a scorrere sulle mie dita, sul mio
palmo aperto, ha premuto il mio polso.
Che c'?
Sento il tuo battito.
Il mio cuore?
Ha lasciato la mia mano, si  tolto lo stetoscopio dal
collo e me l'ha sistemato nelle orecchie. Ascolta mi
ha detto appoggiando il disco dello stetoscopio sulla
mia camicia. Lo senti?
No.
Ha messo le dita sul primo bottone della mia camicia.
Posso?
S.
L'ha slacciato. Poi la sua mano ha infilato lo stetoscopio
sotto la stoffa premendo contro il mio petto.
Adesso?
Ho chiuso gli occhi e sono rimasta in ascolto. Non
avevo mai sentito il mio cuore prima di quel momento
ed ero sorpresa della sua regolarit, del suo
battito persistente. Quanto  stato fiducioso. Trascurato
e scoraggiato, ha continuato a battere. Che meraviglia.
Persino da morta, ero viva.
Mentre ascoltavo il battito del mio cuore le sue
mani fresche si muovevano sul mio viso, scendevano
sul collo, lungo il rilievo delle mie spalle sotto la camicia.
Ho sentito le sue labbra sulla fronte. Ho sollevato
la mano per accarezzargli una guancia. Forse
quello  stato il momento in cui mi sono data a quest'uomo,
ma stamattina, nel bar di Anh, gli avevo gi
donato me stessa.
Quando infine saluto Martin e vado in camera sono
un po' brilla e agitata. Al buio, Shelley si alza sui gomiti
e mi guarda.
L'ho visto le dico.
Nella luce fioca che filtra dalla strada, la sua espressione
sembra serena e felice come quella di Buddha,
ma sospetto che sia soltanto un gioco di luci. Sono
madre, adesso dichiara. La sua voce  roca e stanca.
Mi siedo accanto a lei sul letto e le accarezzo i riccioli.
Congratulazioni sussurro.
Abbassa la testa sul cuscino, si stende e mi prende la
mano. Ho lottato tanto per averlo.
Ora ce l'hai.
No. Martin.
La mia mano stringe forte la sua. Potrei farle coraggio
dicendole che Martin finir per avvicinarsi a lei e
Hai Au, ma non sarei convincente. Coraggio le dico.
 troppo tardi per pensare a questo.
Oh, Mai mugugna.  cos, non  vero?
Quando in Vietnam si scola un bicchiere di birra
si dice "Cento per cento!" non "Sessanta per cento!" o
"Ottantasette per cento!"
Cento per cento mormora Shelley. E subito dopo:
Novantadue per cento.
...
.
...
CAPITOLO 19.
...
.
...
Shelley.
...
.
...
Hai Au  un traditore. Ci sono state volte in cui
si  aggrappato a me. Aggrappato. Sdraiato nel
suo letto per il riposino, ha tenuto le braccia in
aria per un quarto d'ora pur di stringere un lembo della
mia camicia, mentre si addormentava. Sono l'unica
persona al mondo, eccetto Minh, a cui lascia reggere
il suo biberon quando beve. Ora non voglio certo vantarmi
di questi gesti d'affetto, ma per me sono stati un
enorme sollievo. Il mio bambino era pronto per venire
a casa con me. L'ha dimostrato alla cerimonia di accoglienza
fallita, urlando quando Minh me l'ha tolto
dalle braccia. Me l'ha detto quel giorno. Era pronto.
E adesso per chi piange nella sua nuova vita? A chi
si avvinghia? Questo bambino, che ha accolto le mie
attenzioni con serenit e piacere, all'orfanotrofio; questo
bambino che adesso le rifiuta del tutto, lontano dall'unica
casa che abbia mai conosciuto e sulla quale abbia
contato. Questo bambino. A chi si rivolge nei suoi
momenti di profonda disperazione, terrore e bisogno?
A Martin.
Tengo in braccio Hai Au, cammino avanti e indietro.
Cerco di consolarlo come posso. Vado alla finestra, gli
indico una bici, un albero, una luce. Niente da fare.
Urla. Ha le guance rigate di lacrime. Gli cola il naso:
un flusso chiaro gli scende sulle labbra, in bocca, e l
ristagna mescolandosi alla saliva prima di straripare di
nuovo coprendogli il mento e dividendosi in filamenti
sottili che si appiccicano sulle sue spalle, sul suo petto,
sui miei capelli. Rovescia la testa all'indietro, in avanti,
in alto, in basso. Si stenta a credere che un affarino cos
piccolo possa generare tanta energia.  nucleare. Sembra
rendersi conto che stavolta il trasferimento  definitivo.
Primo tentativo: Shhh. Shhh. Shhh. Parrebbe calmante, ma non lo calma affatto.
Secondo tentativo: Amore mio. Tesoro. Nemmeno una pausa.
Terzo tentativo: Hai Au pronunciato con ogni intonazione
possibile. Non reagisce nemmeno al suo nome.
Quarto tentativo: Cun. Curi. Curi. Il soprannome
che gli ha dato Minh: cucciolo. Ti aspetti che funzioni.
Neanche per idea.
Le sue grida si fanno rauche. Immagino che abbia la
gola in fiamme, ma, se fa male, il dolore non lo ferma.
Martin si alza dalla sedia e si avvicina. Vuoi che provi un po' io?
No, che non voglio. Ma Hai Au si sta gi sporgendo
dalle mie spalle con le mani protese verso di lui. Cos'ha
questo bambino? Lo lascio andare.
La sua testa ricade sulla spalla di Martin. Fine delle
urla. Il suo respiro si spezza in piccoli sussulti.
 solo il cambiamento mi rassicura Martin, provando
a consolarmi. Doveva avvertire un'andatura diversa
per smettere. Anche Theo faceva cos.
Mi siedo sul letto. Dopo tre quarti d'ora di fila che
lo tengo in braccio, mi sento come se un camion mi si
fosse schiantato su un fianco.
Non si comportava cos, all'orfanotrofio dichiaro.
Non si  comportato cos quando ha dormito qui la
prima notte. Era molto scosso, ma non fino a questo punto.
Vuoi che vada di sopra e vi lasci soli?
Non lo so. Lo guardo. Tu che dici?
Hai Au  abbandonato tra le braccia di Martin come
chi si  arreso una volta per tutte. Martin ondeggia.
Non smette di dargli buffetti sulla schiena, sicuri e solidali,
offrendogli qualcosa a cui affidarsi. Hai Au sbadiglia.
Lasciamo passare qualche minuto. Vediamo che fa.
Nonostante il mio risentimento, sono contenta che
io e Martin siamo ben disposti l'uno verso l'altra. Abbiamo
gestito tragedie per vent'anni, quindi mi sembra
naturale che reagiamo alla nostra situazione (tragedia
sarebbe una parola grossa) con lo stesso spirito e con
una certa delicatezza. In questo senso, non ho mai dubitato
di lui. Da quando  sceso, stamattina, si  sempre
mostrato ben disposto e collaborativo. Non dico
che la tensione tra noi sia del tutto svanita, ma come
minimo siamo riusciti a reprimerla.
Non erano ancora le sette quando io e Martin siamo
andati a fare colazione con Mai. Abbiamo chiamato
Mrs Huyen appena svegli e lei ha promesso di organizzare
la cerimonia di accoglienza per il pomeriggio. Io e Mai
camminavamo insieme, senza badare alla pioggerella
persistente che cadeva, pregustando trasognate quel momento
tanto atteso. Martin rimaneva indietro e ogni
dieci metri dovevamo fermarci ad aspettarlo. Procedeva
adagio, fermandosi a tutte le bancarelle, godendosi
il traffico, gli effluvi mattutini di brodo di pollo e sapone.
Sul suo viso lo stesso sguardo assorto che gli ho
visto a casa tante volte mentre guardava un documentario
sui rituali di nozze in Madagascar o sulle corse
dei cavalli in Tibet. Quell'espressione mi ha fatto venire
una gran voglia di condividere qualcosa con lui.
Niente di intimo, magari una nota di costume che possa
stimolare il suo interesse, come quelli che tanto apprezza
in Discover. Ho rallentato, lasciando Mai proseguire
da sola. Hanno una parola diversa per ogni tipo
di pioggia, qui gli ho detto. Non ricordo la parola vietnamita
per quando piove in questo modo. Mai dice che
la chiamano "polvere di pioggia".
Martin teneva gli occhi sul marciapiede, ma mi ha
lasciato camminare accanto a lui. Mi piaceva il suono
della lingua.  bello sentirlo di nuovo dopo tanti anni.
Davanti a quella nota di piacere che avvertivo nella
sua voce, sono rimasta in silenzio. Temevo che una parola
di troppo potesse rovinare quella sensazione, metterla
in fuga come un animale selvatico e spaventato.
 andato avanti. Ricordo che, se qualcuno mi chiedeva
se fossi sposato, non potevo dire semplicemente
"No". Dovevo dire "Non ancora". Lo trovavo bizzarro.
Persino quando era impossibile rispondere di s - Sei
mai stato su Marte? - non potevi dire no. Dovevi dire
"Non ancora".
Che strano ho commentato ridendo.
Ottimista, direi.
Al bar, abbiamo seguito Mai in fondo alla sala. Ormai
eravamo di casa, e la sensazione era accentuata
dall'immagine insolita di mio marito che prendeva una
sedia in pi. Per quanto abbia desiderato di vederlo arrivare,
in fin dei conti non ci speravo. Invece era l, a
pochi centimetri, che si contorceva per adattarsi a
quei minuscoli sedili. Ho preso il menu di plastica incastrato
tra la zuccheriera e la saliera e gliel'ho passato.
Martin ha ordinato caff e croissant. Io e Mai caff,
succo d'arancia, il solito mix di omelette, torta, yogurt,
croissant e toast. Martin ci ha guardato come se stessimo
tramando uno strano scherzo transculturale,
come se i ristoranti di Hanoi funzionassero in un altro
modo. Ma ho alzato le spalle e gli ho detto la verit
Mangiamo come maiali da quando siamo qui.
Questo era il giorno in cui - salvo qualche nuovo,
imprevedibile, disastro - sarei finalmente diventata
madre; ero contenta e nervosa. Meglio concentrarsi su
Mai. Allora, com' andata ieri? le ho chiesto.
Aveva lo sguardo perso sulla porta del bar ma in quel
momento si  girata e ha sorriso. Ho visto mio padre.
Devo aver sbarrato gli occhi.
 andata bene. Aveva lo sguardo radioso, un sorriso
limpido e riconoscente. Era molto felice.
Stavo per spiegare a Martin in due parole in che rapporti
fossero Mai e suo padre quando ho visto al bancone
il dottor Penzi che comprava il giornale. C' il
dottor Penzi ho annunciato.
Martin ha sbirciato all'ingresso del bar. Chi  il dottor
Penzi?
Mai si  allungata sul tavolo e ha versato il latte nel
caff.
Il dottore stava venendo verso di noi. Dovr visitare
Hai Au. Fa colazione qui.
Buongiorno, Shelley. Mai. Ha dato uno sguardo a
entrambe poi si  rivolto a Martin porgendogli la
mano. Dario Penzi.
Martin, il compito organizzatore di funerali americano,
si  alzato e si  presentato. Martin Marino.
Il dottore mi ha guardata. Il marito di Shelley?
Ebbene s ha risposto Martin.
Magnifico! ha esclamato, come se Martin avesse
preso un periodo di ferie solo per venire a fare colazione
con noi. I due hanno sistemato le sedie in modo che
ci fosse posto per tutti. Buongiorno ha ripetuto a
Mai, mentre le si sedeva accanto.
Buongiorno gli ha fatto eco lei, dandogli appena
un'occhiata e tornando a fissare il menu come se
avesse intenzione di ordinare qualcos'altro.
Il dottore ha guardato Martin. Bene! ha detto con
un largo sorriso.
Martin l'ha osservato, evidentemente chiedendosi
cosa sapesse il dottore. Me lo chiedevo anch'io. Mai
non guardava nessuno.
Speriamo di concludere la cerimonia di accoglienza
oggi pomeriggio ho detto io.
Andate tutti? Ha guardato me, poi Martin. Ha
dato un buffetto sul braccio di Mai, le si  avvicinato,
e le ha domandato con voce tenera Vai con loro?
Mi sono accorta che la stava corteggiando. Doveva
averlo capito anche Mai, visto che  arrossita e guardava
dappertutto fuorch verso di lui. Povera Mai.
Non sa gestire questo tipo di attenzioni. A Wilmington
riusciva a nascondere le sue fattezze dentro vestiti sformati
e modi scontrosi. Ma Hanoi l'ha rivoltata come
un guanto. Prende in prestito i miei vestiti. Sorride. Seduta
in quel bar, era bella, come un fiore che non avresti
mai pensato di veder sbocciare. Non c' da meravigliarsi
che il dottore l'abbia notata.
Posso venire prima di sera a dare un'occhiata a suo
figlio? mi ha chiesto.
Ho riso. Questo si chiama servizio. In America possiamo
scordarci le visite a domicilio.
Oh ha detto, agitando una mano. Facciamo
molte cose fantastiche in Vietnam. Per gli esami verrete
in clinica. Ma stasera faremo il primo passo.
Ho guardato Martin. Intorno alle sei? ha chiesto
lui al dottore.
Quando io, Martin e Mai siamo tornati in albergo,
Mrs Huyen e Lap erano gi nella hall ad aspettarci. Mrs
Huyen si  precipitata da Martin. Mr Marino, finalmente!
ha detto con foga. Ho giocato tutte le mie
carte, ma talvolta le migliori intenzioni non bastano.
Mi dispiace averla costretta a venire fin qui.
Gli stava praticamente stritolando la mano. A colazione,
Mai gli aveva gi parlato di Mrs Huyen. Non si
preoccupi ha replicato Martin, con tono abbastanza
freddo da farle capire di avercela con lei.
Lap stava dietro Mrs Huyen, timido e contento, dondolandosi
sui talloni. L'ho raggiunto, l'ho preso per il
braccio e l'ho presentato a Martin. Voglio farti conoscere
il mio amico Lap. Ho guardato Mai chiedendo
a lei di tradurre, ignorando Mrs Huyen.  il nostro autista
ed  rimasto al mio fianco anche quando tutti volevano
convincermi a rinunciare.
Il sorriso di Martin  diventato amichevole mentre
stringeva la mano di Lap. Grazie gli ha detto.
Sono una persona davvero fortunata ho aggiunto,
rivolta pi a me stessa che agli altri.
Lap ha cominciato a parlare tutto d'un fiato, a voce
alta.
Dice che gli si stava spezzando il cuore. Vede genitori
adottivi in continuazione, ma sapeva che tra Shelley
e Hai Au c'era qualcosa di speciale.
Il sorriso di Martin  sparito. Quando  troppo 
troppo. Possiamo andare? ha domandato.
Sulla strada verso l'orfanotrofio, Martin non ha proferito
parola. Fissava gli scenari che si susseguivano fuori
dal finestrino come se ogni singolo negozio di noodle,
ogni famiglia o moto, ogni ambulante con una cassa
di bottiglie vuote lo sconvolgesse ma al tempo stesso
lo affascinasse. O forse non le vedeva nemmeno, tutte
quelle cose. Forse pensava all'incontro con il suo futuro...
Come si definisce un bambino che non  pi tuo?
Non un figliastro. Un ex figlio.
Mrs Huyen, Lap e Mai sono rimasti in sala d'attesa
ad aspettarci. Ho fatto strada verso Minh e Hai Au, che
era seduto su un plaid in giardino. Quando Minh ci ha
visti deve aver capito subito chi era Martin poich ha
cominciato a sorridere e a lanciare esclamazioni in vietnamita
verso le altri assistenti. Hai Au, sentendo odore
di guai, le si  aggrappato al collo come un cucciolo di
scimmia e si  messo a strillare. Ho pensato di aver
perso la mia occasione con lui. L'unica occasione di
renderlo sereno e felice. L'ho persa.
Mi blocco.
Martin ha attraversato il prato e si  seduto. Hai Au
ha strillato ancora pi forte. Minh ha guardato prima
me e poi Martin. Io ero immobile. Martin si  chinato
in avanti e ha fatto scorrere la mano sull'erba, strappandone
piccoli ciuffi. Incuriosito dai movimenti di
Martin, Hai Au si  allungato a sbirciare, senza mollare
la presa su Minh. Martin agiva con calma. Passava a
setaccio ogni centimetro d'erba, la sua mano affondava
da una parte e sbucava dall'altra. Hai Au continuava
a piangere, ma sembrava distrarsi a poco a poco. E poi
Martin ha trovato ci che stava cercando. Ha staccato
uno stelo lungo e largo, sollevandolo alla luce per
guardarlo meglio.
Aaaah ha detto.
Hai Au ha cercato di afferrarlo.
Martin teneva il filo d'erba fuori dalla portata di Hai
Au. L'ha sistemato tra i pollici, ha avvicinato le mani
alla bocca e ha soffiato. A quel suono le assistenti in
fondo al giardino hanno smesso di parlare. Un gatto si
 svegliato. Sul vialetto un vecchio in bici si  voltato
a guardare. Hai Au ha strillato. Minh si  messa a ridere.
Martin continuava a suonare. Hai Au si  catapultato
verso Martin, che l'ha preso tra le braccia.
Ehi, ciao gli ha detto.
Hai Au ha sgambettato fino all'orlo del plaid, ha cacciato
le mani nell'erba e ha cominciato a strapazzarla.
Si sono messi a scavare tutti e due, insieme. E hanno
trascorso un'ora intera a suonare fili d'erba. Il tempo
di raggiungere l'edificio del Comitato del popolo e Hai
Au si era scordato di Minh. Si era scordato di me.
Non aveva occhi che per Martin. La cerimonia  stata
efficiente e sbrigativa tanto quanto l'ultima volta era
stata lenta e drammatica. Martin ha firmato lungo
tutte le sue linee tratteggiate. I funzionari hanno firmato
sulle loro e io sulle mie. Martin mi ha tenuto la
mano per tutto il tempo, con ostentazione, fin quando
non ho avuto Hai Au, e a quel punto l'ha lasciata. Nessuno
si  preoccupato di fare discorsi. E ci siamo ritrovati
fuori, sul furgone, come una famiglia.
Sono quasi le quattro. Hai Au ha gli occhi pesanti di
sonno. Non sei stanco? chiedo a Martin. Tra il jet
lag e il resto. Voi due potreste riposarvi.
Be', in effetti s. Ok risponde. Si siede sul bordo del
mio letto. Sistemo dei cuscini dietro di lui e vi si lascia
andare sopra. A cavalcioni su Martin, Hai Au sembra
l'ubriaco di un vecchio western che torna a casa penzolando
dalla groppa del suo cavallo.
Martin ha gi gli occhi chiusi. Quanto ci vorr per
il passaporto?
Avrei voglia di accarezzargli la guancia, ma mi trattengo.
Forse un paio di giorni. Mrs Huyen deve prima
scoprire se anche all'ambasciata servir la tua firma.
Rimarr. Sarebbe stupido se partissi e gli Stati Uniti
negassero il visto perch tuo marito non era l. La sua
mano scorre leggera sul corpo di Hai Au, lisciandogli
la maglietta. Perch non proponi a Mai di fare cambio
di stanza, stanotte? Il piccolo potrebbe svegliarsi
molte volte. Almeno lei riuscir a dormire.
Li guardo. Prometto che non salter a conclusioni
affrettate gli assicuro.
Tiene gli occhi chiusi. Bene.
Resto l a lungo, a guardarli riposare.
Naturalmente  tardi per cambiare le cose. Adesso ho
Hai Au e devo avere Hai Au. Ma prima, quando lui non
era altro che un'istantanea, cosa mi ha spinto a preferire
quella foto all'uomo con cui ho dormito, lavorato
fianco a fianco, fatto l'amore, sognato, per cui ho
cucinato e che ho amato - amato, s, senza ombra di
dubbio, anche quando mi ha fatto arrabbiare - per ventanni?
 questo che Martin non si spiega. Nessuno sa
spiegarselo, nemmeno io.
Ho perso la testa. Me ne rendo conto adesso. E lo
stesso vale per lui.  diventata una prova di forza tra
due testardi.
E se vincere significa non arrendersi mai, allora abbiamo
vinto tutti e due.
Esiste una via d'uscita? sussurro a quell'uomo
addormentato, a quel bambino, a me stessa.
Mi rispondono col loro respiro. L'uno profondo, familiare
come i solchi di un materasso, le pieghe di un
vecchio lenzuolo, del proprio letto; l'altro, soffice e leggero,
il mattino, i primi passi. In perfetto silenzio, li
ascolto.
Ma  troppo vederli vicini sapendo che non durer,
quindi me ne vado e li lascio dormire.
Di sotto, un nuovo gruppo di americani  seduto sui
divani, sfogliando guide in attesa di Mrs Huyen. Guardarli
e pensare che mio figlio  al piano di sopra, mi
rende euforica come quando da ragazzina vincevo le
gare di ortografia. Una gioia impastata di tristezza, a
vampe. Una sindrome premestruale in piena regola, ma
senza i crampi.
Mi siedo al computer e controllo la posta.
I messaggi di lavoro dovrebbero essere inoltrati direttamente
a Bennet eppure ne trovo un paio dalla Feretri
Batesville, un paio dal nostro idraulico, una da un
cliente, oggetto: Fattura per l'urna.
Per il momento le ignoro e apro le email di mia madre,
di Lindi, di Rita e uno per Mai da parte di Marcy
(oggetto: Cuisinart?)
Mia madre scrive:
Cara,
immagino che adesso tu abbia il tuo bambino. 
l con te? Sta bene?
Sono tanto in pensiero per voi. Alla lezione di
golf, ieri, Sue Dalby mi ha raccontato che
un'amica di sua figlia ha adottato un bimbo in
Cina. Sembrava che stesse bene, ma alla fine si 
scoperto che aveva l'epatite c. Non voglio angosciarti
con questa idea, ma se vuoi sapere quali
sono i sintomi, dimmelo e chiamer Sue. Qui
tutto bene. Stiamo aspettando con ansia tue notizie.
Sii cara con Martin. Sono sicura che riuscirai
a rimettere le cose a posto.
Forse toglieranno le tonsille a Sauly, il mese prossimo
o l'altro ancora.
Ti voglio bene, tesoro. E ne voglio gi anche al piccolo.
Mamma
Lindi scrive:
Shelley, non riesco a pensare a quello che ti ha
fatto passare Martin. Non preoccuparti di niente.
Al vostro ritorno, tu e Hi Ho potrete stare da noi.
Con amore
Lindi, Richard e i bambini
ps: Qui Sauly. Forse mi tolgono le tonsille. Per un
mese si mangia solo gelato.
Rita:
A: Shelley e Martin Marino, Lucinda Hotel, Hanoi,
Vietnam
Da: Rita P. Hayes, amministrazione, Marino &
Sons, Organizzazione funerali.
Cari Shelley e Martin,
spero che questa email arrivi fino al Vietnam. Per
quanto ne so, potrebbe arrivare in Finlandia ( la
terza volta che scrivo un'email, sapete?) Qui va
tutto bene. Abbiamo due funerali in programma
per i prossimi giorni e, anche grazie all'aiuto di
Carl, Bennet ha tutto sotto controllo. Limitando il
numero di casi, riusciamo a cavarcela bene. Bennet
ci ha lasciati di stucco. Nonostante la sua et,
quando c' da rimboccarsi le maniche non si risparmia
affatto. Non abbiamo avuto neanche una
lamentela. Quindi se Martin ha voglia di trasformare
il viaggio in una vacanza, come meditava di
fare, nessun problema. Va tutto bene, niente di cui
preoccuparsi. Dovesse servire, vestir io le salme.
Lo facevo gi per il padre di Martin, a volte facevo
persino le acconciature. Non me la cavavo male,
anche se preferisco rispondere al telefono.
Fateci sapere del bambino. Non vediamo l'ora.
Vostra
Rita P. Hayes
Trascorro l'ora e mezza seguente seduta al computer a
scrivere risposte, a dare buone nuove, finalmente, dopo
settimane, e anni, di cattive.
Ehi.
Mi ritrovo accanto Martin e Hai Au, occhi assonnati
e capelli arruffati. La mano di Hai Au  sulla guancia
di Martin. La sua espressione non  n triste n felice,
solo curiosa, mentre si guarda intorno. Ciao. C'
un'email di Rita. Sfoglio tra le pagine che ho stampato
e gliela passo.
Voglio vedere la sua reazione.
Tiene il foglio in una mano e il bambino sull'altro
braccio. Lo legge, lo accartoccia e lo butta nel cestino
accanto al tavolo. Bene. Buon per Bennet  tutto ci
che dice.
Vuoi prenderti una vacanza? gli chiedo. Ho in
mente noi tre, la spiaggia.
No mi risponde sbadigliando.
All'ingresso, la porta si apre e appare il dottor Penzi,
con la sua valigetta e un mazzo di fiori. Salve
esclama dall'altro lato della hall, marciandoci incontro.
Gli americani si voltano a guardarlo. Salve! ripete
rivolgendo un cenno a ognuno. Salve. Salve. I
fiori gli cadono a terra e si abbassa a raccoglierli. Che
giornata. Sono davvero esausto commenta, dalla sua
faccia per non si direbbe. Ecco qua. Mi porge i fiori.
Per voi. Per tutti e tre, la nuova famiglia.
Rose rosse e crisantemi bianchi, un grosso mazzo
profumato. Dovrebbe sapere che non siamo una famiglia,
penso, almeno non del tutto.
Martin sorride. Da noi, il nostro medico non porta
mai i fiori.
Sorride anche il dottor Penzi. Oh,  sempre merito
delle usanze vietnamite. China la testa, si concentra
su Hai Au. Ti ho fatto aspettare troppo? Hai Au rimane
impassibile. Il suo dito  arpionato all'orecchio
di Martin.
Saliamo in camera. Impossibile da ignorare, l'isola
deserta cattura lo sguardo del dottore. E Mai? ci
chiede.  qui?
 andata a sbrigare alcune commissioni.
Oh. Si guarda intorno ancora un po'. Va in bagno
a lavarsi le mani, quando esce dice Credo che possiamo
cominciare.
Sdraiamo Hai Au sul letto e lui ricomincia a strillare.
Io e Martin ci piazziamo ognuno su un lato, gli teniamo
ferme le braccia, facciamo dei versi, lo baciamo,
cantiamo, ma lui non ci sta neanche a sentire. Persino
Martin l'ha tradito. Persino il suonatore d'erba.
Non preoccupatevi. Non ci vorr molto ci rassicura
il dottore. Ed  vero. Ausculta il cuore e i polmoni
di Hai Au, controlla i suoi riflessi, la gola, le orecchie,
la forma del cranio, il cuoio capelluto. Cuore forte
afferma ad alta voce per sovrastare le urla. Polmoni
forti, ma questo lo sapete gi.
Alzo lo sguardo, Martin mi sta osservando. Per la
prima volta da quando  arrivato, i suoi occhi sono
concentrati soltanto su di me. Abbozzo un sorriso. Fa
un po' paura gli dico.
Lui annuisce. Andr tutto bene. Il tono della sua
voce mi ricorda quanto sappia essere gentile.
Sentiamo il rumore della porta che si apre,  Mai che
rientra. Il dottore si ferma un istante a guardarla, poi
torna ad Hai Au, sicuro ed efficiente. Finora non ero
stata a struggermi troppo per la salute di Hai Au, ma
adesso l'ansia rannuvola la camera come un'ondata di
maltempo improvvisa. Epatite c? Sobbalzo ogni volta
che il dottore palpa una seconda volta lo stesso punto,
a ogni sua pausa, a ogni gesto che ha l'aria di essere diverso
dal normale.
Sta bene?
Le dita del dottore premono su un fianco di Hai Au.
Magari il fegato? Lei, mamma, non si preoccupi.
Mamma. Mammina. Ma'. Mami. Madre. Mamma.
S che mi preoccupo ribatto.
Organizziamo funerali spiega Martin. Difficile
non preoccuparsi.
Il dottore rimane concentrato su Hai Au e preme un
dito contro l'altro fianco. Hai Au, come un giocattolo
con un bottone magico, strepita ancora pi forte. Il
dottore gli tira gi i pantaloncini e stacca le linguette
del pannolino. A quanto vedo, Martin  riuscito a
cambiarlo. Hai Au comincia a scalciare. Io e Martin gli
teniamo una gamba ciascuno.
Domani in laboratorio faremo gli esami del sangue
e, se ci riusciamo, delle feci ci informa il dottore.
Per accertare cosa? gli chiede Martin.
Oh, le solite infezioni da parassiti. Inoltre, controlliamo
la tiroide. Emoglobina. Globuli bianchi e altro.
Vi fornir l'elenco. Le sue mani esperte continuano
a muoversi. Inguine. Pene. Testicoli. Dopo aver
richiuso il pannolino, i riflessi del ginocchio. Polpacci,
volte plantari. Martin, Shelley, credo che vostro figlio
sia sano. Avete portato l'Elimite?
Faccio una smorfia. L'ho dimenticato.
Martin guarda il dottore. Che cos' l'Elimite?
Per la scabbia. Il dottore indica due ponfi rossi sull'inguine
di Hai Au, e un altro paio tra le dita. Sembrano
morsi di zanzare.
Scabbia? Martin  preoccupato.
Un po' come i pidocchi dico. Sento gi prudere i
gomiti.
Il dottore vede che mi gratto e sorride. Se l'ha presa
anche lei non avvertir nessun sintomo per settimane.
Ma vi dar una crema per tutti e tre da mettere stanotte.
La spalmate prima di andare a dormire e vi
sciacquate al mattino. Lavate con cura lenzuola e vestiti,
o provocherete una serie di infezioni a catena.
Siete qui per adottare un bambino. I germi lasciateli
pure in Vietnam, d'accordo? Si china a scostare con
delicatezza una ciocca di capelli dalla fronte di Hai Au.
Va tutto bene, adesso, piccolo. Tutto finito. Le urla
di Hai Au si sono ridotte a un piagnucolio, come se
avesse perso le speranze.
Lo prendo e, per la prima volta, non cerca Martin.
Mi tiene stretta, si asciuga il naso sulla mia spalla. Mai,
ridendo, prende un fazzoletto e gli pulisce il viso. C'
un'email per te sul tavolo le dico, quindi guardo il
dottore. Avevo in mente di fargli un bagnetto, stasera.
Crede sia il caso?
Nessun problema. Anzi, potrebbe servire a calmarlo.
Ma dovr lavarlo di nuovo domattina.
Martin  gi chino sul fasciatoio a prendere sapone
e asciugamano.  stato cos naturale, per me e per lui,
iniziare a dedicarci insieme a questo bambino. Non ho
mai dubitato della sua capacit di farlo, il problema era
la volont. Si alza, prende la chiave della sua camera
dalla tasca e la porge a Mai. Ti dispiace dormire di sopra,
stanotte? Potrebbe essere pi semplice con Hai Au.
Ho fatto cambiare le lenzuola.
Mai alza lo sguardo dall'email e mi lancia un'occhiata.
Non significa niente, vorrei dirle. Si fa dare la
chiave. Nessun problema e ritorna al suo foglio.
Un attimo dopo, ci racconta divertita Marcy chiede se
mi dispiace che abbia cominciato a vendere dolci. Dice
che lei prepara dei dolci caramellati e il proprietario del
Port Land Grille li compra per rivenderli nel suo ristorante.
Gladys si  messa a fare crostate. Ve lo immaginate?
Crostate! Vuole sapere se pu comprare
un'impastatrice.
Tengo Hai Au in braccio, dandogli colpetti sulla
schiena. Le sue dita si intrecciano ai miei capelli e io
cerco di scacciare il pensiero della scabbia. Che far
Marcy quando tornerai?
Il dottore scruta il viso di Mai. Quando riparti?
Mai lo guarda da sopra il foglio. La settimana prossima
e poi, come rispondendo a una domanda che lui
non le ha mai posto, aggiunge Be', abbiamo il bambino,
ormai come se fosse l'unica ragione per cui si
trova qui.
Hai Au ci impiega un po' a capire la funzione della vasca
da bagno e, per il momento, gli piace. Tenendosi al
bordo, cammina lungo un lato, affacciandosi a scandagliare
l'acqua come se cercasse il pesciolino d'oro.
Ma quando inizio a spogliarlo ricomincia a gridare.
Pare proprio non voler sentire ragioni.  steso sull'asciugamano,
si contorce e scalcia per sfuggirmi.
Mentre lotto per slacciargli le scarpe, Martin si siede
sul water col tubo di Elimite in mano e legge le istruzioni
sulla confezione. Gli cospargiamo tutto il corpo
di pomata, dal collo in gi, facendo attenzione soprattutto
alle zone tra le dita delle mani e dei piedi, agli
interstizi e agli incavi. Ai genitali e all'ano. E poi facciamo
lo stesso con noi.
Che bellezza! Via una scarpa. Afferro l'altro piede
che scalcia. Sar uno dei nostri meravigliosi ricordi del
Vietnam.
Gli rivolgo un'occhiata e scorgo l'ombra di un sorriso.
Forse si ricorda ancora che all'occorrenza so anche
scherzare. Ma a quel punto Hai Au mi sferra un
calcio in pieno naso. Ahi! L'impatto mi toglie il respiro,
ma  solo il piede col calzino. Martin, meno gentilmente,
continua a sorridere. Con una mano mi
massaggio il naso, con l'altra agguanto il piede ribelle.
Entrer anch'io annuncio ad Hai Au. Vedermi togliere
i vestiti lo sorprende abbastanza da farlo fermare.
Lascio cadere gli abiti a terra, gli tolgo il pannolino, lo
raccolgo ed entro in acqua.
Martin tiene gli occhi sulla scatola della pomata. La
vista del mio corpo nudo non lo far impazzire di desiderio.
Ricordo bene, naturalmente, gli anni in cui accadeva.
Non  passato troppo tempo da quando un
certo tipo di mutandine a fiori lo distraeva parecchio.
Ma non mi aspetto che io e lui vivremo ancora momenti
del genere. Mi adagio nell'acqua, stringendo
Hai Au al petto. Il suo corpo  morbido e scivoloso, un
cucciolo di foca. Non appena avverte l'acqua tiepida
comincia a sghignazzare poi strilla letteralmente di
gioia, spingendosi in avanti e battendo le mani contro
l'acqua.
Martin solleva la testa e ci guarda. Ti piace!
esclama ad Hai Au. Si alza dal water e s'inginocchia
sull'asciugamano, riempiendosi le mani d'acqua e versandola
poi sulla testa di Hai Au. Non lo vedo in faccia,
ma le sue spalle sussultano di piacere. Tra le pieghe
della nuca gli si aggrinza la pelle. Prendo il sapone
e gli strofino la schiena, cosa che lo fa dimenare ancora
di pi. La sua risata  sonora e beata, la risata di
un essere umano che ha scoperto qualcosa di fantastico
e totalmente inaspettato: aria condizionata, panna
montata, gatti. S,  la risata che riserva ai gatti.
Quando alzo lo sguardo Martin mi sorride.
Poi Hai Au si tuffa. Le mie mani viscide di sapone
non riescono ad acciuffarlo e lui finisce sott'acqua a testa
in gi, prima ancora che la mia mente abbia registrato
l'accaduto. Martin lo afferra. Lo rimette dritto,
lo sostiene mentre boccheggia, sputa, si fa rosso. In un
primo momento non grida. Sembra troppo sconvolto,
agitato, arrabbiato. Ma il silenzio non dura pi di un
secondo, poi ricomincia a strillare.
Dopo il bagno, dopo avergli spalmato senza drammi
l'Elimite, dopo che io e Martin abbiamo convenuto in
silenzio che ciascuno di noi si applicher l'Elimite per
conto proprio, in separata sede, sul proprio corpo solitario,
ci sediamo sul letto e mettiamo il pigiama al
bambino. Hai Au osserva Martin mentre gli infila il pigiama
dai piedi. Non oppone resistenza, adesso. Si limita
a guardare i suoi piedi, tutti rosa, unti e stranamente
odorosi.
Martin? chiamo. Massaggio l'ultimo goccio di
pomata sulle spalle di Hai Au, poi gli arrotolo le maniche
del pigiama. Martin ha contato male i bottoni
dei pantaloni e deve ricominciare daccapo. Ci vuole
una laurea borbotta.
Non mi aspetto che tu mi perdoni gli dico.
Tiene gli occhi sui bottoni automatici, appaiandoli
prima di farli combaciare. Non ti preoccupare mi risponde.
Tutti e due abbiamo commesso degli errori.
Sebbene le parole siano gentili, il tono ostenta indifferenza.
Qualunque sentimento sarebbe meglio di
niente.
Devo chiamare a raccolta tutte le mie risorse per proseguire.
Non lo faccio per me, perch devo dare per scontato
che il mio matrimonio  finito. Lo faccio per il mio
bambino. Mi sto chiedendo... Hai Au sembra volerti
bene. Mi domando se... Faccio fatica a continuare.
Lui finisce di chiudere i bottoni e alza gli occhi.
Cosa?
Ci scambiamo uno sguardo sopra il bimbo assonnato.
Martin sembra curioso e anche leggermente vulnerabile,
come se desiderasse fidarsi di me e non ci riuscisse.
Voglio chiederglielo nel modo pi semplice
possibile, senza suppliche, lacrime, n ricatti morali
d'altro tipo. Quando saremo a casa, credi di poterlo
accogliere un po' nella tua vita?
Abbassa gli occhi, con un piede spinge un calzino rimasto
sul tappeto. Hai Au, forse avvertendo la nostra
distrazione, piagnucola e si dimena. Martin lo prende
in braccio e si avvicina alla finestra. Hai Au preme
l'orecchio sulla sua spalla, le braccia penzoloni. Fissa
il muro, le palme, la risacca del mare che si dirama
sulla sabbia come dita sottili. Un battito di ciglia, un
altro, non lotta contro il sonno, lo guarda arrivare.
Cosa vorresti se potessi avere qualsiasi cosa? mi
domanda.
Te e Hai Au rispondo. Martin non dice niente,
continua a ondeggiare, guardando la strada fuori dalla
finestra. Vorrei domandargli lo stesso, ma quello che in
fondo desidera - niente bambini - io non posso pi
darglielo. Ho solo due cose da offrire: me e Hai Au, e
sebbene a sorpresa sia pieno di premure verso Hai Au,
sono piuttosto sicura che non vuole nessuno dei due.
Dopo un po' mi chiede Ti ricordi quella donna, un
paio di anni fa, l'ex marito morto di cancro ai polmoni
- credo fosse il proprietario della Cape Fear Impianti
idraulici o qualcosa del genere?
Vagamente gli dico. Ogni tanto compaiono ex
mogli o ex mariti, ma raramente dichiarano in che rapporti
fossero con i defunti. Ai funerali restano nell'ombra,
solitari e sconfortati.
Be', il pomeriggio prima del funerale  venuta e si
 seduta accanto alla bara. Abbiamo parlato un po'. Diceva
di aver divorziato da anni - lui aveva avuto una
storia quando erano ancora giovani e lei l'aveva lasciato.
Poi, dopo la diagnosi, lui l'aveva cercata e le
aveva proposto, senza girarci intorno, di risposarlo. Le
rivel di essere in punto di morte e che voleva essere
suo marito al momento di morire.
E lei cosa ha risposto?
Ha rifiutato. Ovvio. Si era rifatta una vita, e non
l'aveva mai perdonato. Perch avrebbe dovuto risposarlo?
Ma poi, quando lui mor, la perdita la colp oltre
ogni aspettativa. Era devastata. Ed era piena di rabbia
verso se stessa per non averlo sposato.
Lo amava ancora?
Non so se lo amasse. Forse. Soprattutto si rimproverava
di non essere mai stata in grado di perdonarlo.
 questo che mi  rimasto impresso. Mi disse che non
perdonare  un enorme fardello.
Martin adagia Hai Au sul lettino, lo copre e poi
spegne la luce centrale, lasciando accesa solo l'abatjour.
Si siede sul letto di Mai, di fronte a me, e si piega
in avanti, i palmi sulle ginocchia. Sembra profondamente
stanco. Cosa credi sia pi difficile, perdonare
o non perdonare? mi domanda, fissandomi attraverso
l'abisso di questi due letti.
Non ho di questi problemi spiego. Ma sarei propensa
a credere che non perdonare sia pi difficile.
 una risposta di parte.
 ovvio ribatto. Quando muoio, voglio essere
tua moglie.
Si sdraia, la testa sul cuscino, chiude gli occhi. Dopo
un po' mi dice Credo mi faccia piacere sentirlo.
Dal letto scivolo per terra, gli prendo la mano appoggiata
sul petto e la porto sulla mia guancia. Non
oppone resistenza. Posso abbracciarti? gli chiedo.
Non apre gli occhi. Non ancora risponde.
Per un momento interminabile, rimaniamo immobili.
La stanza  buia ma chiazzata di luce. Lo guardo.
Mi ricordo di una volta, anni fa, in cui dovemmo seppellire
l'ennesima persona morta troppo presto e io decisi
di memorizzare il corpo di Martin. Avevo delle sue
foto, naturalmente, ma avevo bisogno delle mani per
ricordare le sue fattezze nel caso l'avessi perso. Nonostante
le sue proteste divertite, alla fine riuscii a farlo
sdraiare sul letto, immobile. Quindi mi misi a cavalcioni
su di lui, chiusi gli occhi e posai le mani sulla sua
testa. Pian piano le mie dita viaggiarono tra i suoi capelli,
sulle sopracciglia, le palpebre, lungo il suo naso,
attraverso le curve delle labbra, il mento e il collo, su
ogni centimetro del suo corpo. Mi sembrava di leggerlo.
Dopo aver fatto l'amore con un uomo per tanti mesi
o anni, penseresti di conoscere il suo corpo alla perfezione,
ma non  del tutto vero. Non puoi mai dirlo.
Quella sera, vidi mio marito come non l'avevo mai visto
prima. Conobbi il suo corpo come solo una persona
cieca pu conoscerlo. Persino adesso, dopo tanti anni,
posso chiudere gli occhi e viaggiare con la mente attraverso
ogni muscolo del suo corpo, ogni dislivello
della sua superficie, ogni linea.
Sembra che dorma, ma non  cos, lo so. Sussurro
Quando dici "Non ancora" intendi un "non ancora"
alla vietnamita? Come quando la gente chiede "Sei mai
stato su Marte?" e tu rispondi "Non ancora" ma sai gi
che non accadr mai. Intendi questo, Martin, con
"Non ancora"?
Tiene sempre gli occhi chiusi, ma adesso sorride. Le sue dita scorrono quasi impercettibili sulla mia guancia.
Sono americano mi ricorda. E per gli americani "non ancora" significa "non ancora".
Non diciamo altro. Chiudo gli occhi. Gi in strada, i clacson delle moto suonano a ritmo, sembra quasi jazz.
...
.
...
CAPITOLO 20.
...
.
...
Xuan Mai.
...
.
...
Al piano di sopra, Dario mi sfida. Parti la settimana
prossima?
Finora non vi aveva accennato. Abbiamo portato
i miei bagagli nella nuova camera, mangiato ph all'angolo
e fatto la strada di ritorno per il Lucinda senza
toccare l'argomento. Me lo chiede adesso. I suoi occhi
mantengono sempre la loro dolcezza, ma sembrano
feriti, come se, a dispetto di ogni evidenza, la mia
partenza fosse una sorpresa, per lui. Io invece sono sorpresa
che manifesti tanto apertamente la sua delusione.
Insomma, un po' di stile, ci siamo appena conosciuti.
Ho letto un libro intitolato Le regole, che Marcy,
l'esperta del corteggiamento, aveva lasciato accanto alla
cassa. Ho anche guardato parecchie puntate di Sally
Jessie in TV. Non ha mai sentito parlare di strategie di
difesa? mai sentito che in amore vince chi fugge?
Gioco io per tutti e due. Hanno avuto il bambino
gli ricordo. Poi mi allontano per andare a chiudere la
porta. Il mio stomaco si sente sazio, dopo il ph, soddisfatto
come non mi capita mai dopo un Big Mac.
Penso a tutte le cose di Hanoi che mi piacerebbe mostrargli.
Hai mai assaggiato le frittelle di riso bnh
cuon?
Annuisce. Mi siedo sul letto a gambe incrociate. Ci
sarebbe posto anche per lui, ma preferisce restare in
piedi.
Quelle con dentro gli scarafaggi delle risaie?
Annuisce anche stavolta.  la mia citt ma non c'
verso di stupirlo.
Incrocia le braccia. Da questa angolazione sembra
tutto tristezza e ossa. Prova un'altra tattica. E che mi
dici di tuo padre? Vuoi lasciarlo proprio adesso?
Alzo le spalle, taccio, forse assumo un'aria un po'
troppo afflitta. Invece sono tutto fuorch afflitta. Dario
non ha niente da temere. Se volessi, potrei trovare
un pretesto qualunque per restare. Ma non mi servono
pretesti: non abbandoner mio padre un'altra volta. B
lo sa benissimo, e Dario no. Dovrei dirglielo, ma sono
talmente colpita dal suo sguardo sofferente, e talmente
lusingata, che non cedo ancora. Non vivo
qui affermo.
Perch no?
Ho il mio lavoro, l.
E nient'altro?
Penso al mio negozio, al mio furgone, alla mia casa
piena di incarti di involtini primavera e salsa chili.
Penso a Marcy e Gladys. Be', non molto ammetto.
Sorride come se avesse segnato un punto a suo favore,
si siede sul bordo del letto e mi prende la mano.
E allora resta mi dice. Mette la mia mano sulla sua
guancia, poi la bacia, poi bacia l'interno del mio polso.
Ehi! gli faccio. La mia testa ora  sul cuscino. Mi
preme le labbra sull'orecchio. Resta sussurra. Resta.
Resta. E poi a ogni parola muove le labbra su una
parte diversa del mio corpo. Resta. Resta. Resta. Qui. E
qui. E qui. Va bene rispondo infine, e pu interpretarla
come una capitolazione, se gli fa piacere. Ma
avevo gi preso la mia decisione. Forse quando ho
conosciuto lui. Forse quando ho rivisto mio padre. Forse
gi quando l'aereo ha toccato terra e io ho scoperto di
poter respirare di nuovo.
Rimaniamo nudi sul letto, nemmeno sotto le lenzuola.
Cos, nudi, come se fossero anni e anni che stiamo
sdraiati nudi su un letto. Mi sorprende vedermi cos e
mi sorprende non provare il minimo imbarazzo.
Guardo il soffitto giallo pallido, sembra illuminato
dalle luci esterne. Sai che il cielo ha dato a ognuno di
noi un dono straordinario? domando.
Dario mi accarezza i capelli con la punta delle dita.
No, ma suona interessante.
Me lo diceva mio padre quand'ero bambina. Ha
una bellissima voce. La sentirai. E mia madre aveva gli
occhi di un grigio molto scuro. Cosa insolita in Vietnam.
Occhi d'argento, li chiamava mio padre. Se li vedevi
non riuscivi pi a dimenticarli. Da questo piano
pi alto dell'albergo, scorgo le finestre illuminate delle
stanze di fronte, ma nella mia mente vedo mia madre.
Il tuo dono straordinario  il tuo accento mi dice.
Gli do un colpo sul braccio. Smettila!
Ma a me piace il tuo accento.
Mi rilasso di nuovo, sorrido a naso in su.
Ok dice. Si gira su un fianco e appoggia la testa
sulla mano. Qual  il tuo dono straordinario del
cielo? mi chiede.
Sono giorni che l'ho scoperto. Ho due vite affermo.
Sorride, mi accarezza il braccio. Molto bello. E io?
Non riesco a trovare nulla di straordinario in me.
Mi giro a guardare il suo bel viso. Anche tu hai due
vite.
Dormicchiamo. Quando riapro gli occhi, mi sorprendo
di trovarlo l che mi osserva. Da sveglia non
penso ad altro, ma, come un sogno che svanisce al mattino,
nel sonno avevo dimenticato che esistesse. Che
c'? gli chiedo.
Vai da tua sorella.
Di primo acchito direi di no, ma non lo faccio. Do
un'occhiata all'orologio. Sono quasi le dieci. Mio padre
dice che Lan tiene aperto il caff sino a tardi, nel
fine settimana. Adesso?
Perch no? Mi posa una mano sulla guancia.
Posso venire con te o aspettare qui.
Lo guardo. Aspettami qui.
Come prima cosa vedo mia nipote Lien che pulisce i
tavoli sul marciapiede fuori dal bar. Senza esitazioni la
raggiungo. Quando alza gli occhi mi riconosce subito
e rimane di sasso, lo straccio in mano. Cho, Lin le
dico. Pronunciare il suo nome mi catapulta dal passato
al presente.
Cho, co balbetta lei. Considerati i nostri legami di
sangue dovrebbe chiamarmi d, l'espressione che si
usa per la sorella pi giovane della propria madre, invece
mi chiama signorina.
Posso sedermi?
Si affretta a portare fuori una sedia. Non mi toglie
gli occhi di dosso, come se fossi un fantasma destinato
a sparire da un momento all'altro.
Mi fai compagnia? le chiedo.
Piuttosto agitata, si siede. Adesso il suo viso  sotto
la luce del caff, e per la prima volta posso guardarla
bene. In qualche misura, ovviamente, temevo e speravo
di rivedere My Hoa in questa ragazza, ma non c'
traccia di quello sguardo cocciuto che mi affascinava
e mi esasperava. In Lien, invece, rivedo mia madre, i
suoi occhi.
Somigli a tua nonna le dico.
La sua espressione muta in un sorriso. Evidentemente
lo prende come un complimento.
Rido. Hai sentito parlare di lei, dunque.
Lien fa segno di s. Conosceva il francese alla perfezione.
Era quasi una principessa, ma i suoi genitori
morirono - lei li vide morire! - e allora divent un soldato
di prima linea. Si sporge in avanti, infervorata.
Si conobbero in montagna. Erano in grave pericolo e
lui la protesse. Fu amore a prima vista.
Sorrido. Se non ci fosse stata mia madre a mitigare
le sue esagerazioni, le storie di mio padre si sarebbero
trasformate in mito. Ma la versione di Lien sembra abbastanza
fedele. Anche lei era bella aggiungo, e il suo
viso si increspa di soddisfazione. Ecco la differenza,
dunque: negli occhi di mia madre trapelava sempre
un'ombra di dolore. Mentre questa ragazzina non ha
mai conosciuto la guerra. Immagino che una quindicenne,
in qualsiasi cultura, soffra ogni sorta di complicate
emozioni, ma in questo momento non vedo altro
che gioia.
Lien! una voce la richiama dall'interno del bar. Ci
voltiamo di botto, come ladri colti in flagrante, e vediamo
Lan avanzare a grandi passi verso di noi.
Non si mostra stupita di trovarmi l seduta con sua
figlia. Vai a lavare i piatti ordina e Lien fila subito
dentro. Che cosa vuoi? mi domanda.
Stranamente adesso non sono affatto spaventata,
forse perch non sono qui per implorare perdono. Ho
semplicemente una proposta da farle. Siediti dico.
Con mia sorpresa, si siede. Per un po' ci limitiamo
a guardarci. Interessante, dopo tanti anni, ritrovarmi
faccia a faccia con Lan. Ho una proposta da farti le
dico.
Mi guarda con diffidenza, ma anche con leggera
curiosit. Quale?
Ho in programma di restare qui. Dovr tornare negli
Stati Uniti per sistemare i miei affari, ma sostanzialmente
mi trasferisco in Vietnam. Se ne hai voglia,
adesso puoi raggiungere tuo marito in Australia. Lien
potr andare a scuola l. Mi occuper io di B qui ad
Hanoi.
Sono pronta a qualsiasi reazione. Potrebbe gettare la
testa all'indietro e ridermi in faccia. Potrebbe ricoprirmi
di insulti. Dopo tutti questi anni, perch mai
dovrebbe fidarsi di me? Ma non fa niente di tutto ci.
Scosta appena la testa per dire qualcosa a sua figlia sul
retro. Lien, portaci un po' di t. Poi si rivolge a me
e, per la prima volta, sul suo viso non c' ombra di ostilit.
So che hai sofferto anche tu mi dice. Khoi mi
ha raccontato.
Mi ci vuole un momento per cogliere il senso delle
sue parole, e resto a bocca aperta realizzando che Khoi,
dunque, mi ha tradita. Non sapevo che fosse venuto
da te farfuglio.
Scuote la testa. Non l'ha fatto. Si  sparsa la voce
che era ad Hanoi. Sono andata io da lui.
Fisso il marciapiede sotto il tavolo. Lan prosegue.
Sento la tensione nella sua voce mentre si costringe a
parlare. Shelley non mi ha detto nulla che gi non sapessi.
Khoi mi aveva raccontato tutto. Ha detto che ti
sei trasferita in quel paesino perch non c'erano vietnamiti.
Non hai amici. Ha detto che hai vissuto l
mortificandoti. Ha detto che hai trascorso cos tutta la tua
vita. Guardo mia sorella. Sta facendo l'impensabile.
Ha messo da parte il suo dolore per riuscire a comprendere
il mio.
Mi sistemo sulla sedia. Sopra di noi, le foglie dell'albero
dei rosari volteggiano nel vento. La mia vita
sembra talmente patetica. Le chiedo Perch sei stata
tanto dura con me, l'altro giorno?
Sospira. Ho impiegato tanti anni a provare quel discorso.
Quando finalmente ne ho avuto l'opportunit,
ho dovuto pronunciarlo.
Lien ci porta il t e lo beviamo in silenzio. Abbiamo
detto tutto ci che eravamo in grado di dire, stasera.
Non sento alcun calore improvviso tra noi - forse non
ci sar mai pi niente di simile tra noi - ma questo silenzio
quantomeno mi conforta. Abbiamo perso tante
cose nella vita che siamo cresciute imparando ad accontentarci
di poco. Provo riconoscenza, e forse  cos
anche per Lan. Abbiamo questo, mi dico. Abbiamo
questo.
Mio padre ha consultato il suo calendario e ha scoperto
che marted  l'anniversario della morte del nonno paterno
di mia madre, Nguyen Thai Son. Il settantatreesimo
anniversario. Settantatr? Che io sappia, non  un
numero di particolare auspicio. Mio padre non ha conosciuto
Nguyen Thai Son. Nemmeno mia madre l'ha
conosciuto. Non celebravamo l'anniversario della sua
morte, quand'ero piccola. Ma sono tornata in Vietnam
e, agli occhi di mio padre, qualsiasi anniversario che capiti
nel periodo del mio rimpatrio deve per forza essere
di buon auspicio. Cos decide che marted gli renderemo
omaggio. Prepareremo il banchetto, bruceremo le
nostre offerte e ricorderemo quest'uomo di cui nessuno
di noi sa niente. Servir a riunire la nostra famiglia.
Non solo Nguyen Thai Son, ma anche mia madre. E
My Hoa. E Lan. E me. Mio padre non vuole sentire ragioni.
Dalla sua sedia di vimini in cortile sovrintende a
tutto, dai preparativi in cucina alla sistemazione delle
stuoie in salone, dove mangeremo. Fa meno fatica a respirare,
ora che Dario gli ha procurato una bombola a
ossigeno e gli ha mostrato come usarla. La teniamo su
un carrellino e lui se la trascina dietro come un viaggiatore
la propria valigia all'aeroporto. Di prima mattina,
faccio con lui una passeggiata fino alla pagoda
Thanh Ha e ritorno. Ci mettiamo un'ora, non solo a
causa dell'andatura di mio padre e della sua difficolt
a manovrare quell'aggeggio sul marciapiede accidentato,
ma anche perch gli piace esibire il suo nuovo apparecchio
e sua figlia che si  rimaterializzata. Andiamo
a trovare Ba Nguyet, la donna del chiosco del t all'angolo,
i proprietari del negozio di vernici in fondo
alla strada, il custode della pagoda, i vicini che non vedeva
da mesi. Mio padre si  fatto spiegare da Dario la
funzione di ogni tubo, valvola e manopola, una, due
volte e poi un'altra ancora. Vuole essere certo di usare
la bombola a ossigeno in modo appropriato, ma 
spinto anche dalla curiosit di capire i meccanismi di
quel congegno nei minimi dettagli.
 un appassionato di tecnologia, pur non avendo mai
avuto occasione di servirsene. Se la sorte l'avesse fatto
nascere in America anzich in Vietnam, avrebbe passato
la giovinezza a smanettare al computer invece di
nascondersi nella foresta o imparare vecchie poesie.
Avevo dimenticato quanto mio padre amasse organizzare
le cose. Ha una lista in mano e all'incirca ogni
ora ricontrolla tutto, depennando voci. Se mia madre
fosse ancora viva, avrebbero trascorso la giornata a bisticciare
sul modo migliore di curare ogni dettaglio. Non
litigavano mai per cose rilevanti, come il denaro, i figli
o la politica, o su quali parenti fossero pi importuni
tra quelli di lui e quelli di lei. Ma potevano stare
ore a discutere su dove sistemare la stuoia di rattan, sull'orario
dei pasti, su chi ricordasse meglio il prezzo del
riso al mercato. Questo pomeriggio, con otto persone
attese a cena, mio padre sembra compiacersi che nessuno
contesti il suo diritto di dirigere i lavori. Vuole tre
stuoie anzich due. Vuole lo stufato di funghi in brodo,
non il pollo con la zuppa di mais. Vuole due vassoi
di cibo, cos nessuno dovr sporgersi per raggiungere
ci che gli serve. Vuole l'Heineken, non la 333. Vuole
il Courvoisier e anche il vino di riso Old Hiep. Vuole
tutte queste cose e io faccio in modo che le abbia.
Prima delle cinque per si  addormentato. I tubi
della bombola a ossigeno gli riempiono le narici, ed 
seduto con la radio in grembo, un panno umido e fresco
intorno al collo, respirando a tutto spiano. Gli ho
puntato addosso un ventilatore e la brezza gli fa danzare
intorno alla testa le ciocche setose dei suoi capelli
bianchi. Aria. Quest'uomo ha iniziato ad amare l'aria
come tutti noi amiamo il cibo, il sonno, il sesso o l'acqua.
Ci si crogiola. La assapora come un vino raffinato.
Se potessi, mi inginocchierei ai suoi piedi e gliela metterei
in bocca con il cucchiaio.
Io e Lien stiamo per terra in cucina, proprio accanto
al cortile, ciascuna china su un tagliere. Stamattina, io
e lei siamo andate in Hang Ma Street a comprare articoli
cerimoniali da bruciare in memoria di Nguyen
Thai Son e, gi che c'eravamo, di My Hoa e mia madre.
Da ragazzina, se volevamo bruciare vng ma agli
antenati, riuscivamo a trovare solo vecchie banconote
dell'aldil o tutt'al pi monete d'oro ricavate da dischi
di cartone e verniciate di arancione. Adesso i negozi le
vendono in due valute, il dong vietnamita e i dollari
americani, pi le monete d'oro vecchio stile e le banconote
dell'aldil. Le monete d'oro, sebbene siano ancora
di cartone, adesso hanno la tinta luccicante di
quelle vere. Al giorno d'oggi, ho scoperto, i negozi vng
ma vendono ogni sorta di vestiti di carta, abiti alla
moda per bambole di carta a grandezza naturale, persino
case e videoregistratori di cartone, computer, frigoriferi
- in breve, ogni bene voluttuario della Terra
adesso  disponibile anche per i nostri avi affinch ne
godano nella vita seguente. Poich nella nostra mente
Nguyen Thai Son era un uomo anziano, abbiamo comprato
ci che ci sembrava consono a un uomo della sua
et: un o di tradizionale da uomo, completo di tunica,
pantaloni e cappello; un paio di semplici ciabatte;
e, siccome Lien  una mattacchiona, una moto di cartone.
Non  detto che a un vecchio piacciano le
moto le ho fatto notare. Ma lei ha insistito. Forse i
vecchi guidano le moto nell'oltretomba ha ribattuto
e, visto che non avevo motivo di non farlo, ho ceduto.
Per mia madre abbiamo comprato un grazioso o di
color porpora, decorato di cigni giallo chiaro. Abbinato
a un paio di scarpe porpora col tacco alto, leggere e solide
come cartapesta. Mia madre, cresciuta all'epoca
della moda militare, non ha mai portato i tacchi, ma
amava le cose belle, cos le abbiamo comprate lo stesso.
Per My Hoa, che quest'anno avrebbe compiuto venticinque
anni, abbiamo prima di tutto comprato un
abito, azzurro con diamanti blu lungo l'orlo e i polsini,
dal taglio giovanile ma elegante, il pi vicino possibile
alla moda occidentale. Mia madre non mi lascerebbe
indossare un abito del genere ha detto Lien titubante,
indicando la profonda scollatura. "Credi che la nonna
sarebbe d'accordo se My Hoa lo indossasse? Ho riflettuto
un attimo. In realt, non era difficile immaginarle
davanti a uno specchio dell'altro mondo, mentre
mia madre diceva a My Hoa che non si sognasse di
uscire di casa conciata cos. Io e Lien abbiamo aperto
il vestito e l'abbiamo sollevato per studiarlo bene. Arrivava
ben sotto il ginocchio, abbiamo concordato.
Lasciamola divertire un po' ho detto io, poi ho preso
un paio di scarpe col tacco da abbinare.
Adesso, accoccolate in cucina, Lien separa gli spicchi
di tre teste d'aglio, sospirando perch le ho chiesto
di sbucciarli tutti e tritarli. Sull'altare accanto al banano
sono appese le offerte, incluso un set di trucchi
per My Hoa che Lien ha aggiunto all'ultimo momento.
Sul cortile splende il sole, ma l'ombra del banano ci difende
dal caldo. Potrei cominciare ad apprezzare le
estati di Hanoi. Sto seduta su uno sgabellino basso con
un coltello in mano, a togliere il guscio sottile come
cellofan di un chilo di gamberetti, poi uso la lama per
estrarre le vene bluastre e gettarle sul foglio di giornale
che abbiamo steso per raccogliere gli scarti. Dal grembo
di mio padre, sulla sua sedia in cortile, la radio diffonde
l'inconfondibile cantilena del notiziario del pomeriggio
a un volume basso, lamentoso e incomprensibile.
E Marcy porta quelle camicie corte? Lien ha scelto
Marcy come modello.
"Camicie corte"?
Era su "Young People" della settimana scorsa. In
America c' una cantante di nome Britney che non si
copre nemmeno l'ombelico.
Ho visto spesso Britney a Entertainment Tonight.
Volgare e appariscente. Marcy porta jeans strappati
le dico.
Lien, dimenticando l'aglio, mi guarda euforica. Conosco
quei jeans. I buchi sono proprio sotto il sedere?
Grossi strappi. E li porta aderenti, vero? Cos sembra
sexy?
Pronuncia quella parola in inglese. Sexy.
Non sai nemmeno cosa significa.
S che lo so ribatte con disinvoltura, spellando un
altro spicchio.
E che significa?
 come "cool". C'entra col modo di camminare.
Non ridi mai e tutti ti credono bella.
Prendo un altro gambero dalla cesta.
Giusto?
Giusto rispondo, e poi aggiungo in inglese Sarai
uno sballo in Australia.
So pure cosa significa "sballo".
Impressionante.
Significa davvero perfetto. Come "uno sballo di bistecca".
Tutti vanno matti per le bistecche in Australia,
sai? E quando qualcuno ti invita a casa sua, dici qui
passa all'inglese "Grazie mille per questo sballo di bistecca".
Brava le dico.
Non sapevo che anche una persona potesse essere
uno sballo.
Adesso lo sai.
Dall'ingresso giunge il suono di voci che avanzano e tutt'e due ci interrompiamo e diamo uno sguardo.
Nella confusione mio padre si sveglia e vediamo entrare Shelley e Martin con Hai Au.
Oh! Lien saltella per la stanza. Il bimbo!
Martin regge Hai Au con un braccio e la borsa dei pannolini con l'altro. Shelley tiene in equilibrio tre scatole da fornaio. Mi alzo, mi chino un attimo a sciacquarmi le mani e vado ad aiutare Shelley.
Avete avuto difficolt ad arrivare sin qui? chiedo.
Shelley scuote la testa, si guarda intorno. Il tassista non ha avuto esitazioni.
Li conduco da mio padre. Lien sta alle spalle di
Martin, a fare smorfie al bambino, che si nasconde per poi sbirciare.
B. Questi sono i miei amici, Shelley e Martin, e il
loro nuovo figlio, Hai Au.
Mio padre porge la mano. A volte sembra apprezzare
la sua posizione di invalido, l'aria da ricevimento di
corte che assume ogni visita, e adesso pare Sua graziosa maest.
Shelley gli prende la mano. Cho bc dice. Salve, zio.
Lui mi guarda, inarca le sopracciglia e poi si rivolge
di nuovo a Shelley. Cho co. Xin mi vo. Hm nay vui qua.
Shelley cerca il mio sguardo. Il suo vietnamita, per
quanto d'effetto, si  gi esaurito.
Dice: "Benvenuti. Oggi  un giorno molto felice".
Shelley annuisce, sorride a mio padre, un po' incerta
sul da farsi. Non  un anniversario di morte? mormora.
Scaccio quell'idea con un gesto. Il nostro avo 
morto settantatr anni fa. Non lo conoscevamo. Mio
padre cercava una scusa per festeggiare.
Mio padre mi guarda, chiaramente compiaciuto del
mio inglese. Lo presento a Martin e poi presento tutti
e due a mia nipote. Lien sembra rapita da Hai Au, che
per non ha alcuna intenzione di mollare suo padre.
Suo padre? Chiss.
Per le sei ci sono tutti tranne Lan. Mio padre e gli
ospiti si sono trasferiti dentro. Lien  seduta su uno sgabello
ai piedi di B, a fare da interprete per Martin, Dario
e B. Da quando Dario lo ha aiutato a stare meglio
con la bombola a ossigeno, B lo osserva con un certo
interesse. Io non gli ho detto nulla, ma forse  il modo
in cui Dario mi guarda, o il tono della sua voce quando
parliamo. Non ne sono sicura, ma intuisco che mio padre
ha capito. E sembra anche che gli faccia piacere.
Hai Au si  addormentato su una stuoia in un angolo,
il ventilatore adesso  puntato su di lui. Io e
Shelley li osserviamo dalla cucina. Shelley  seduta su
uno sgabellino accanto al mio, farcisce le cappelle dei
funghi di salsiccia tritata. Riempie un piatto, me lo
porge e io verso delicatamente i funghi nel brodo bollente,
dove affondano e poi tornano a galla rigirandosi
tra le bolle. Dalla nostra postazione riusciamo a sentire
la conversazione in cortile, ma possiamo anche
parlare un po' tra di noi.
Martin  stupito che la gente qui non gli sia ostile
mi dice Shelley a bassa voce. Sono tutti cos ben disposti.
Guarda tuo padre. Sa perfettamente che Martin
 un veterano. E lo sa anche Lap, che ha passato tre
anni a mangiare radici selvatiche nella giungla. Ieri,
quando ci ha portati a prendere le frittelle di gamberetti
al West Lake, ha tempestato Martin di domande
sulla guerra. Dopo un po' sembravano vecchi amici.
Come se avessero vissuto insieme quell'esperienza.
Martin  felice che siano tanto gentili con lui. Pensavo
che ce l'avesse coi vietnamiti, invece ripete soltanto che
non si spiega il loro atteggiamento. Voglio dire, Martin
non ha superato l'esperienza della guerra. Perch
mai Lap avrebbe dovuto?
 pi facile essere gentili quando hai vinto le ricordo.
Prendo tre piatti e con le bacchette vi dispongo
a piramide gli involtini primavera.
Shelley contempla il fungo che ha in mano. Be', 
vero ammette. Con un cucchiaio livella il ripieno in
cima, lo esamina, poi lo lavora ancora un po': uno
scultore che d gli ultimi tocchi alla sua opera.
Prendo un involtino, scelgo il suo lato migliore e lo
sistemo sul piatto.  complicato, in realt continuo.
Un giorno si sentono in un modo. Un giorno in un
altro. Adesso sono curiosi. Non avevano mai avuto
occasione di parlare con americani, prima d'ora.
All'inizio di questa settimana, ho raccontato a mio padre
che Martin aveva visto uccidere il suo amico a Danang.
B si  limitato ad annuire. Arriva un momento,
credo, in cui i dettagli di guerra smettono di sconvolgere
una persona che ne ha gi viste troppe. Per B quel
momento  arrivato molto tempo fa. Immagino che per
Lap sia lo stesso. E questo non significa che abbiano superato
l'esperienza della guerra. Come fai a superare
qualcosa che ha condizionato la tua esistenza? Una serata
di chiacchiere con Martin pu anche essere interessante,
ma non scuoter mio padre nel profondo.
Vedo che si diverte, comunque. Approfitta dell'occasione
per fare ogni genere di domande. Come funzionava
il sistema postale? Cosa faceva il governo per
tenere alto il morale delle truppe? Cosa combina
adesso, Jane Fonda? Martin pondera bene tutte le risposte,
come un diplomatico sicuro che una singola parola
potrebbe determinare l'esito del negoziato.
Pensi che pap sia troppo ficcanaso? mi preoccupo.
Posso farlo smettere. Non sa niente dei reduci
americani. Non hanno Oprah, qui.
Shelley scuote il capo. Martin sta bene risponde.
Credo si stia divertendo.
Diamo un'occhiata e vediamo Martin che si china
su mio padre e gli dice Mi piacerebbe farle vedere il
film Barbarella. Mai mi chiama credi di poter tradurre
la parola "piccante" per lui?
Lien si volta e guarda verso di me. Io so cosa significa
"piccante" mi dice, offesa dalla scarsa considerazione
delle sue capacit di interprete. Nng esclama,
ma  l'aggettivo riferito al cibo non un sinonimo per
il tipo di effetto provocato da Jane Fonda. Mio padre
guarda ora me ora loro con aria perplessa. Dario mi
guarda e sorride.
Allontano l'idea agitando una bacchetta in aria.
Glielo spiego pi tardi dico a Martin. So che un'informazione
simile non potr che divertire mio padre
ma, davvero, con la nozione di sexy che ha Lien, preferisco
che non senta. La conversazione si sposta poich
mio padre si lancia in una serie di domande sulle
razioni c, che aveva provato quando, dopo la liberazione,
un cugino torn ad Hanoi con una scatoletta.
Qual era la scelta?  curioso di sapere. Appena Martin
inizia a parlare, prendo un cucchiaio, rimescolo un
po' il brodo e abbasso la fiamma. Come va tra voi
due? domando a Shelley.
Mi passa l'ultimo piatto di funghi e li faccio scivolare
nel brodo.  strano. Non voleva un altro bambino
ma adesso credo ami troppo Hai Au per abbandonarmi
del tutto.
Ama anche te le assicuro. Ho notato come la
guarda mentre lei non vede.
Sorride, picchiettando distrattamente i funghi con
una bacchetta. C' un po' di tenerezza tra noi riprende.
Un po'.
Hai mai visto quelle puntate di "Oprah", "Coppie al
bivio"?
Alza gli occhi al cielo.
C' di peggio salto su io. Non stiamo parlando di
Jerry Springer. Perch agli americani Oprah proprio
non va gi?
Oprah mi mancher. Ricordo come mi sentii
quando Rosie se ne and.
Sentiamo le risate degli uomini. Mio padre sorride
beato. Deve aver raccontato una barzelletta. Dario armeggia
con la bombola a ossigeno.
Credi di poterlo amare? mi chiede Shelley.
Chi? le domando.
Piega la testa di lato e sorride, dimostrando di aver
capito tutto gi da un pezzo. Il dottore bisbiglia.
Afferro il mestolo e rigiro i funghi nel brodo, facendo
attenzione che si cuociano in modo uniforme. S
le rispondo, e non perch mi abbia messo alle strette
ma perch voglio che lei - Shelley - sappia. Su una cosa
mia sorella si sbagliava, riguardo alla mia vita a Wilmington.
Ho trovato un'amica, l.
Quando tutto  pronto, trasferisco la zuppa in una
ciotola, metto una porzione di ogni pietanza sul vassoio
votivo e lo porto all'altare nella stanza principale
della casa. Venite annuncio in inglese e in vietnamita.
Andiamo a pregare.
Solamente mio padre lo fa seguendo il rito, anche se
neppure lui ha la forza di restare a lungo davanti all'altare.
Tutti gli altri pregano ciascuno a suo modo.
Lien, distrattamente, compie ogni gesto in gran fretta
per scappare dove adesso  seduto Hai Au che, con gli
occhi assonnati, tenta di prendere un pallone di gommapiuma
che  rimbalzato contro il muro. Martin
tiene il suo incenso tentennando un po', come se temesse
di sbagliare. Shelley rimane l parecchi minuti,
a occhi chiusi, forse passando in rassegna tutte le preghiere
che conosce. Dario regge l'incenso in alto, sopra
la testa, come ha visto fare in pagoda. Anche lui ha
gli occhi chiusi e sussurra, serio e risoluto, frasi italiane
che ricordano i salmi. Io sollevo il mio incenso quando
tutti gli altri hanno finito e si sono accomodati sulle
stuoie sparse per terra. Li sento parlottare dietro di me,
ma se alzo gli occhi vedo le foto di mia madre e di My
Hoa che mi guardano. Mi perdo, non nelle immagini
sulla carta, ma nei ricordi che ho di loro. Mamma,
prego, veglia su di noi. E My Hoa? A lei non chiedo
niente. Ho gi avuto troppo.
Qualcuno saluta, mi volto e vedo Lan in piedi sull'uscio.
Evidentemente le hanno gi presentato tutti
poich la vedo muoversi, senza guardarmi, verso l'altare,
prendere tre bastoncini di incenso e accenderli. Rimaniamo
l fianco a fianco, a fissare le foto dei morti.
Lan non dice una parola, ma avverto comunque l'intensit
delle sue preghiere. Cosa ha significato per lei,
mi chiedo, perdonarmi? Nessuna di noi si muove.
Chiudo gli occhi. Mi concentro sulle due donne di
fronte e su quella a pochi centimetri da me.
Pi tardi, dopo che Martin e Shelley hanno riportato
Hai Au in albergo, quando Lien  andata a studiare e
Dario  tornato in clinica per visitare una paziente con
la bronchite, mio padre  seduto di nuovo in cortile ad
ascoltare i Mondiali mentre io e Lan laviamo i piatti.
Io e mia sorella l'abbiamo fatto migliaia di volte, insieme,
alla fine di tante giornate, di tanti pasti. Ricordo
che, nelle sere d'inverno, cantavamo a squarciagola per
riscaldarci. Ricordo quando sibilavamo a denti stretti
per non farci sentire dai nostri genitori mentre litigavamo
per stabilire a chi toccasse scrostare le padelle. Ricordo
i segreti che ci confessavamo, segreti che nessun
altro doveva conoscere. E adesso ripetiamo i gesti di un
tempo, silenziose e imbarazzate.
Mettiamo i piatti ad asciugare, poi Lan si alza e raggiunge
l'altare. Prende tutte le offerte, ancora piegate
nelle loro confezioni di plastica. Dovremmo bruciarle,
adesso mi dice. Va' a prendere il secchio di
metallo e i fiammiferi.
Avviciniamo la sedia di mio padre e lo aiutiamo a rimettersi
comodo. Lan si siede su uno sgabello di fianco
al secchio, con un paio di pinze di ferro in mano. Io mi
siedo su uno sgabello dal lato opposto e tolgo i vng m
dalla plastica. Mio padre sta seduto in silenzio a guardarci.
Lan prende l'o di di carta di Nguyen Thai Son,
lo appallottola e lo schiaccia nel secchio. Accende un
fiammifero e lo accosta alla carta, che subito prende
fuoco. La fiamma guizza e scoppietta nell'aria.
Lan dico, guardando ora lei ora mio padre.
Che c'?
Ricordi le ultime parole della mamma?
Guarda le fiamme. Certo. Tu no?
Non c'ero. Non c'era nemmeno B. C'era solo Lan.
Spinge la carta con la punta delle pinze. S che c'eri.
No. Ero corsa a casa a preparare la cena. Lei non
parlava da giorni. E poi, quando io e B tornammo in
ospedale, ci dicesti che aveva detto qualcosa. Mor il
giorno dopo. Dimmelo ancora.
Continua a guardare la fiamma.
Sono certa che mio padre le ricorda, per vuole sentirle
comunque. Forza, bambina mia.
La voce di Lan  insofferente, ma non si rifiuta di
farlo. La capivo a stento. Disse "Lan, Xuan Mai oi!"
come se ci chiamasse per la cena.
Guardo mio padre. Alza le spalle. Dopo un po' dico
Non ha molto senso.
Lan solleva la carta in fiamme e la rivolta nel secchio
per arieggiarla. Non c' sempre un senso mi rammenta.
Mentre il vng m comincia a incenerirsi, con
le pinze indica l'o dai di mia madre e io glielo passo.
Accartoccia l'o dai e lo spinge dentro. Subito la fiamma
ricomincia a danzare.
Poi le passo una delle scarpe alte di mia madre.
Shelley mi ha raccontato di una volta in cui un tizio
cominci a contare durante la sua ultima settimana di
vita. Aveva l'Alzheimer e non riusciva a mettere i numeri
in sequenza. Sette, un milione, sessantatr. Cos.
Fin quando mor. Qualche sostanza sintetica nella
scarpa fa virare la fiamma a un blu intenso, poi sfrigola
e ritorna arancione. Il fumo fa bruciare gli occhi,
un po' come le cipolle.
Lan mi guarda da sopra il secchio. Davvero i tuoi
amici seppelliscono i morti per guadagnarsi da vivere?
Sembra allibita.
S le rispondo ma in America la considerano
una professione rispettabile.
Le passo l'altra scarpa. La fiamma spruzza ancora un
po' di blu. La scarpa prende fuoco, ma mantiene la sua
forma per qualche secondo, incandescente e scoppiettante,
prima di disintegrarsi di colpo in un mucchietto
di braci. Mio padre ha lasciato la radio accesa per seguire
i Mondiali e dalla voce del cronista si direbbe che
qualcuno ha segnato. Dalle case dei vicini, da tutte le
direzioni riecheggiano gli applausi e le urla dei tifosi.
Argentina! Apparentemente  la favorita. Mio padre
sorride compiaciuto.
Adesso My Hoa dice Lan. Le passo il vestito. Lo
spiega e lo esamina un attimo, poi senza parlare lo
accartoccia e lo mette nel secchio, rigirandolo con le
pinze per fargli prendere fuoco. Il vestito brucia. La
prima scarpa brucia. La seconda anche. Poi i cosmetici.
Il fumo si alza in una colonna sottile tra gli alberi e le
foglie del banano, verso My Hoa e il cielo.
Lan si sfrega gli occhi. Avranno un'altra idea della
morte negli Stati Uniti dice. Ricordo che la gente faceva
considerazioni simili quando ce ne stavamo seduti
nei rifugi, in attesa che gli americani ci sganciassero le
loro bombe in testa.
Lentamente, la scatola di cartone dei cosmetici si disintegra
nel secchio, emanando scintille come falene
svolazzanti. Non troppo le spiego.  piuttosto simile
alla nostra.
Non c' pi niente da bruciare. L'aria odora di carbone
e di qualcosa di leggermente dolciastro. Mio padre
 stanco ma non vuole andare a letto. La vista delle
sue figlie che bruciano insieme vng ma sembra procurargli
una gioia immensa. Lan ripone le pinze e si circonda
le ginocchia con le braccia. Per anni e anni non
ho pi espresso un desiderio e mi rendo conto all'improvviso
che, se me ne fossi data la possibilit, mi sarei
augurata esattamente questo.
Per un tempo interminabile, gli occhi di Lan scrutano
i rami pi alti. Come si vive laggi? mi chiede.
Guardo mio padre e mia sorella sopra le braci fumanti.
E poi, senza rullo di tamburi n squilli di trombe, comincio a raccontare.
...
.
...
FINE.